Tra le testimonianze su monsignor Rimoldi raccolte all'indomani della sua scomparsa, spiccano quelle di chi l'ha conosciuto attraverso il ministero della Riconciliazione, che lui intendeva come vero e proprio servizio

di Maria Teresa ANTOGNAZZA
Redazione

Il ricordo del bene compiuto da “don Tonino” Rimoldi è ampio e diffuso, con testimonianze che continuano ad arrivare da ogni parte, colte sulle labbra delle molte persone che fra venerdì e sabato scorsi hanno reso omaggio alla camera ardente allestita presso la Basilica del Seminario e poi tramandate di bocca in bocca nei giorni successivi alle esequie. Pensieri commossi, frammenti di esperienze personali, scolpite soprattutto nei cuori dei parrocchiali di Venegono Inferiore, dove negli ultimi dieci anni monsignore svolgeva il suo ministero domenicale, trascorrendo ore e ore nel confessionale, e partecipando a tutti gli eventi e le celebrazioni della vita pastorale. E poi un ministero “allargatosi” alla Comunità pastorale Schuster, che ha unito le due parrocchie venegonesi: un progetto che don Tonino ha sempre sostenuto a parole e nei fatti, incoraggiando i preti chiamati a tracciare la strada e poi a guidarla concretamente.
«Per noi don Tonino era un punto di riferimento importante per la confessione – raccontano Francesco, 14enne e Marco 19enne -. Ci faceva sentire sempre a nostro agio, capiva al volo i problemi e ci faceva uscire dal confessionale sempre sereni e rinfrancati. Sarà difficile trovare qualcuno che lo sostituisca così bene…». Monsignor Rimoldi faceva di questo ministero della riconciliazione un vero e proprio servizio e si vantava spesso di trascorre anche dieci ore al giorno in confessionale in occasione delle giornate precedenti il Natale o la Pasqua. La sua straordinaria memoria lo sosteneva nel far sentire a proprio agio le persone: la confessione cominciava sempre dalla ricostruzione attenta delle “biografie” individuali, soprattutto se si trattava di ragazzi o giovani di cui don Tonino ricordava bene i volti e le storie dei genitori.
Tutto si teneva nel suo modo di essere prete: il tratto umano e la sua estrema cordialità erano infatti elementi dominanti anche nel modo di ripercorrere la storia e di narrare fatti e protagonisti della vita della Chiesa, sempre a beneficio di una corretta interpretazione del presente e delle sue difficoltà e prospettive. Benevolo verso le debolezze dell’umanità, non accettava mai di sottoscrivere i luoghi comuni e aveva una certa repulsione anche per certe modalità di esprimere la pratica religiosa con parole vetuste e inadeguate alla realtà. «Ma quale “esilio” nella “valle di lacrime”! – capitava spesso di sentirgli dire, a proposito di una preghiera marina tradizionale -. Io in questo mondo ci sto benissimo e non ho nessuna voglia di andarmene prima del tempo!». Ma tutto, sempre, era letto e accolto nella dimensione della volontà del Signore. E così, nei giorni in cui era ricoverato in terapia intensiva all’ospedale di Tradate, a tutti quelli che lo andavano a trovare ripeteva con grande lucidità: «Ho dato tutto, non mi resta più niente da fare: sono pronto! Ho un grande desiderio di entrare nella casa del Padre. Desidero solo vedere il volto del Signore».
Aveva messo a posto ogni cosa: quest’estate, nel corso del pellegrinaggio della Comunità pastorale a Loreto, aveva desiderato e accolto con grande gioia il sacramento degli infermi; aveva da tempo iniziato a donare agli amici più intimi i ricordi legati agli anni della sua formazione sacerdotale e agli studi storici; aveva dato disposizioni per il suo funerale e aveva persino provveduto a mandare una lauta mancia alle infermiere che si erano prese cura di lui.
Con don Tonino era un piacere lavorare e non si sottraeva mai alla proposta di accompagnare o affiancare un giovane studente o docente nell’approfondimento di qualche tematica storica, anche quando ormai la vista lo sosteneva poco. La passione e l’amore per gli uomini, non solo quelli con la lettera maiuscola, ma tutti i compagni e le compagne di viaggio, non l’hanno mai abbandonato e sono stati la sua testimonianza più preziosa. Il ricordo del bene compiuto da “don Tonino” Rimoldi è ampio e diffuso, con testimonianze che continuano ad arrivare da ogni parte, colte sulle labbra delle molte persone che fra venerdì e sabato scorsi hanno reso omaggio alla camera ardente allestita presso la Basilica del Seminario e poi tramandate di bocca in bocca nei giorni successivi alle esequie. Pensieri commossi, frammenti di esperienze personali, scolpite soprattutto nei cuori dei parrocchiali di Venegono Inferiore, dove negli ultimi dieci anni monsignore svolgeva il suo ministero domenicale, trascorrendo ore e ore nel confessionale, e partecipando a tutti gli eventi e le celebrazioni della vita pastorale. E poi un ministero “allargatosi” alla Comunità pastorale Schuster, che ha unito le due parrocchie venegonesi: un progetto che don Tonino ha sempre sostenuto a parole e nei fatti, incoraggiando i preti chiamati a tracciare la strada e poi a guidarla concretamente.«Per noi don Tonino era un punto di riferimento importante per la confessione – raccontano Francesco, 14enne e Marco 19enne -. Ci faceva sentire sempre a nostro agio, capiva al volo i problemi e ci faceva uscire dal confessionale sempre sereni e rinfrancati. Sarà difficile trovare qualcuno che lo sostituisca così bene…». Monsignor Rimoldi faceva di questo ministero della riconciliazione un vero e proprio servizio e si vantava spesso di trascorre anche dieci ore al giorno in confessionale in occasione delle giornate precedenti il Natale o la Pasqua. La sua straordinaria memoria lo sosteneva nel far sentire a proprio agio le persone: la confessione cominciava sempre dalla ricostruzione attenta delle “biografie” individuali, soprattutto se si trattava di ragazzi o giovani di cui don Tonino ricordava bene i volti e le storie dei genitori.Tutto si teneva nel suo modo di essere prete: il tratto umano e la sua estrema cordialità erano infatti elementi dominanti anche nel modo di ripercorrere la storia e di narrare fatti e protagonisti della vita della Chiesa, sempre a beneficio di una corretta interpretazione del presente e delle sue difficoltà e prospettive. Benevolo verso le debolezze dell’umanità, non accettava mai di sottoscrivere i luoghi comuni e aveva una certa repulsione anche per certe modalità di esprimere la pratica religiosa con parole vetuste e inadeguate alla realtà. «Ma quale “esilio” nella “valle di lacrime”! – capitava spesso di sentirgli dire, a proposito di una preghiera marina tradizionale -. Io in questo mondo ci sto benissimo e non ho nessuna voglia di andarmene prima del tempo!». Ma tutto, sempre, era letto e accolto nella dimensione della volontà del Signore. E così, nei giorni in cui era ricoverato in terapia intensiva all’ospedale di Tradate, a tutti quelli che lo andavano a trovare ripeteva con grande lucidità: «Ho dato tutto, non mi resta più niente da fare: sono pronto! Ho un grande desiderio di entrare nella casa del Padre. Desidero solo vedere il volto del Signore».Aveva messo a posto ogni cosa: quest’estate, nel corso del pellegrinaggio della Comunità pastorale a Loreto, aveva desiderato e accolto con grande gioia il sacramento degli infermi; aveva da tempo iniziato a donare agli amici più intimi i ricordi legati agli anni della sua formazione sacerdotale e agli studi storici; aveva dato disposizioni per il suo funerale e aveva persino provveduto a mandare una lauta mancia alle infermiere che si erano prese cura di lui.Con don Tonino era un piacere lavorare e non si sottraeva mai alla proposta di accompagnare o affiancare un giovane studente o docente nell’approfondimento di qualche tematica storica, anche quando ormai la vista lo sosteneva poco. La passione e l’amore per gli uomini, non solo quelli con la lettera maiuscola, ma tutti i compagni e le compagne di viaggio, non l’hanno mai abbandonato e sono stati la sua testimonianza più preziosa.

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