Il viaggio-pellegrinaggio di una delegazione di Caritas Ambrosiana, guidata da don Roberto Davanzo. Progetti per anziani e adolescenti

di Pino NARDI
Redazione

Missione di una delegazione della Caritas Ambrosiana in Libano. La settimana scorsa il direttore don Roberto Davanzo, insieme ad altre 35 persone (dipendenti e volontari della Caritas diocesana, responsabili decanali, parrocchiali e dei Centri di ascolto), hanno compiuto il quarto viaggio-pellegrinaggio in Medio Oriente, snodo fondamentale per la pace. Negli anni scorsi sono andati in Israele e Palestina, poi in Egitto e Giordania, l’anno scorso in Siria, oggi nel Paese dei Cedri. «La conoscenza del Medio Oriente significa un’occasione importante per andare alle radici della fede cristiana, ma anche per stare in un ambito che ha a che fare con il futuro dell’umanità, che passa attraverso la soluzione delle tensioni in questo scacchiere internazionale», sottolinea don Davanzo. Proprio venerdì è arrivato a Beirut monsignor Gabriele Caccia, sacerdote ambrosiano, oggi arcivescovo, come Nunzio apostolico in Libano.

Don Davanzo, qual è stato il senso di questa iniziativa?
Il percorso ha avuto un carattere spirituale, culturale, storico e sociale. Abbiamo incontrato i dirigenti di Caritas Libano che si occupano dei migranti, fenomeno particolarmente forte. Sono spesso irregolari, che arrivano dai percorsi più improbabili, perché c’è qui una grande fame di manodopera, per certi versi simile alla situazione italiana. C’è un grande sfruttamento di badanti, per non dire ridotte in schiavitù, che arrivano dall’Africa o da Paesi remotissimi come il Nepal. A loro favore opera Caritas Libano e in piccola parte anche noi come Caritas Ambrosiana stiamo dando il nostro contributo.

Perché in Libano?
Già da due anni due giovani in servizio civile collaborano con Caritas Libano, in particolare su progetti con i profughi palestinesi in un campo a Nord di Beirut. Un’esperienza di servizio con un segmento del mondo mediorientale che rappresenta un nervo scoperto: i profughi palestinesi sono arrivati qui dal 1948, dalla nascita dello Stato di Israele e ancora non hanno vista risolta la loro situazione. Oltre ai due giovani che sono stati l’anno scorso e i due arrivati proprio in questi giorni, in questi sei mesi abbiamo avuto qui un’altra volontaria e poi d’estate è già il secondo anno che proponiamo i cantieri della solidarietà, un’esperienza di campo di lavoro per una decina di persone. Hanno trascorso tre settimane di collaborazione con progetti legati anche al movimento dei Focolari, come l’attività per sordomuti, oltre al campo profughi.

In cosa consiste in concreto l’impegno nei campi?
Due sono stati gli ambiti che abbiamo condiviso con Caritas Libano: un progetto di animazione per gli anziani e uno per gli adolescenti, perché ci sono sembrate queste le due categorie più a rischio. Gli anziani, perché sono come in ogni Paese i più fragili, più deboli e più poveri; gli adolescenti, perché il grande problema dei campi profughi è l’assenza di un futuro. Lavorare con loro significa prevenire eventuali derive o di tipo violento o di tossicodipendenza. Il contatto con un campo profughi genera grande angoscia, perché si ha la sensazione di gente senza speranza. Quei pochissimi che sono riusciti a emigrare nei Paesi occidentali hanno avuto la possibilità di immaginare un futuro per sé e per i propri figli, ma la stragrande maggioranza è inchiodata nello status di rifugiato politico, oramai permanente che però non vede una possibilità di sbocco.

Sono palestinesi cristiani?
Sì, questo campo è l’unico in Libano esclusivamente abitato da profughi cristiani. Si trova in località Dbaje, a 500 metri da uno degli alberghi più esclusivi di Beirut. Qui sono sicuramente meno politicizzati di altri campi abitati da musulmani sunniti. Avevo già fatto una breve visita ad aprile e anche in questa occasione ho incontrato le piccole suore del Vangelo che operano in questo campo ormai da decenni. L’impressione è di grande frustrazione, di assenza di prospettive.

Un impatto forte…
Sì, lo scopo di questi viaggi-pellegrinaggi è finalizzato alla formazione degli operatori della Caritas, perché molti di loro hanno a che fare con problematiche legate all’immigrazione. Mi auguro che questi incontri li abbiano aiutati ad avere uno sguardo più ampio sul fenomeno migratorio, perché hanno la possibilità di capire la sorgente che porta la gente a cercare di scappare dal proprio Paese.

Oggi che aria si respira in Libano?
Nonostante il conflitto dal 1975 al 1990 e l’ultima guerra-lampo con Israele, la sensazione è di un Paese che vuole reagire, che ha voglia di normalità. Mi sembra sia un Paese che abbia tutti i numeri sia dal punto di vista dello spirito imprenditoriale sia delle ricchezze archeologiche, naturalistiche e spirituali.

Funziona la convivenza tra religioni?
Il Libano è il Paese forse più multireligioso di tutta l’area. Si sentono uno snodo tra l’Oriente e l’Europa e non è di poco conto il fatto sia l’unico Paese del Medio Oriente dove i cristiani hanno un reale riconoscimento politico, oltre che economico. Questo si vede: c’è una bella presenza cristiana, certo molto frantumata (circa 12 le diverse denominazioni). Se in Libano si riuscirà a realizzare una società multireligiosa, multiculturale e capace di reale convivenza, credo sia un segnale estremamente fecondo anche per le nostre società occidentali europee, che nei prossimi decenni vedranno una presenza sempre più significativa di etnie e di religioni diverse. Missione di una delegazione della Caritas Ambrosiana in Libano. La settimana scorsa il direttore don Roberto Davanzo, insieme ad altre 35 persone (dipendenti e volontari della Caritas diocesana, responsabili decanali, parrocchiali e dei Centri di ascolto), hanno compiuto il quarto viaggio-pellegrinaggio in Medio Oriente, snodo fondamentale per la pace. Negli anni scorsi sono andati in Israele e Palestina, poi in Egitto e Giordania, l’anno scorso in Siria, oggi nel Paese dei Cedri. «La conoscenza del Medio Oriente significa un’occasione importante per andare alle radici della fede cristiana, ma anche per stare in un ambito che ha a che fare con il futuro dell’umanità, che passa attraverso la soluzione delle tensioni in questo scacchiere internazionale», sottolinea don Davanzo. Proprio venerdì è arrivato a Beirut monsignor Gabriele Caccia, sacerdote ambrosiano, oggi arcivescovo, come Nunzio apostolico in Libano.Don Davanzo, qual è stato il senso di questa iniziativa?Il percorso ha avuto un carattere spirituale, culturale, storico e sociale. Abbiamo incontrato i dirigenti di Caritas Libano che si occupano dei migranti, fenomeno particolarmente forte. Sono spesso irregolari, che arrivano dai percorsi più improbabili, perché c’è qui una grande fame di manodopera, per certi versi simile alla situazione italiana. C’è un grande sfruttamento di badanti, per non dire ridotte in schiavitù, che arrivano dall’Africa o da Paesi remotissimi come il Nepal. A loro favore opera Caritas Libano e in piccola parte anche noi come Caritas Ambrosiana stiamo dando il nostro contributo.Perché in Libano?Già da due anni due giovani in servizio civile collaborano con Caritas Libano, in particolare su progetti con i profughi palestinesi in un campo a Nord di Beirut. Un’esperienza di servizio con un segmento del mondo mediorientale che rappresenta un nervo scoperto: i profughi palestinesi sono arrivati qui dal 1948, dalla nascita dello Stato di Israele e ancora non hanno vista risolta la loro situazione. Oltre ai due giovani che sono stati l’anno scorso e i due arrivati proprio in questi giorni, in questi sei mesi abbiamo avuto qui un’altra volontaria e poi d’estate è già il secondo anno che proponiamo i cantieri della solidarietà, un’esperienza di campo di lavoro per una decina di persone. Hanno trascorso tre settimane di collaborazione con progetti legati anche al movimento dei Focolari, come l’attività per sordomuti, oltre al campo profughi.In cosa consiste in concreto l’impegno nei campi?Due sono stati gli ambiti che abbiamo condiviso con Caritas Libano: un progetto di animazione per gli anziani e uno per gli adolescenti, perché ci sono sembrate queste le due categorie più a rischio. Gli anziani, perché sono come in ogni Paese i più fragili, più deboli e più poveri; gli adolescenti, perché il grande problema dei campi profughi è l’assenza di un futuro. Lavorare con loro significa prevenire eventuali derive o di tipo violento o di tossicodipendenza. Il contatto con un campo profughi genera grande angoscia, perché si ha la sensazione di gente senza speranza. Quei pochissimi che sono riusciti a emigrare nei Paesi occidentali hanno avuto la possibilità di immaginare un futuro per sé e per i propri figli, ma la stragrande maggioranza è inchiodata nello status di rifugiato politico, oramai permanente che però non vede una possibilità di sbocco.Sono palestinesi cristiani?Sì, questo campo è l’unico in Libano esclusivamente abitato da profughi cristiani. Si trova in località Dbaje, a 500 metri da uno degli alberghi più esclusivi di Beirut. Qui sono sicuramente meno politicizzati di altri campi abitati da musulmani sunniti. Avevo già fatto una breve visita ad aprile e anche in questa occasione ho incontrato le piccole suore del Vangelo che operano in questo campo ormai da decenni. L’impressione è di grande frustrazione, di assenza di prospettive.Un impatto forte…Sì, lo scopo di questi viaggi-pellegrinaggi è finalizzato alla formazione degli operatori della Caritas, perché molti di loro hanno a che fare con problematiche legate all’immigrazione. Mi auguro che questi incontri li abbiano aiutati ad avere uno sguardo più ampio sul fenomeno migratorio, perché hanno la possibilità di capire la sorgente che porta la gente a cercare di scappare dal proprio Paese.Oggi che aria si respira in Libano?Nonostante il conflitto dal 1975 al 1990 e l’ultima guerra-lampo con Israele, la sensazione è di un Paese che vuole reagire, che ha voglia di normalità. Mi sembra sia un Paese che abbia tutti i numeri sia dal punto di vista dello spirito imprenditoriale sia delle ricchezze archeologiche, naturalistiche e spirituali.Funziona la convivenza tra religioni?Il Libano è il Paese forse più multireligioso di tutta l’area. Si sentono uno snodo tra l’Oriente e l’Europa e non è di poco conto il fatto sia l’unico Paese del Medio Oriente dove i cristiani hanno un reale riconoscimento politico, oltre che economico. Questo si vede: c’è una bella presenza cristiana, certo molto frantumata (circa 12 le diverse denominazioni). Se in Libano si riuscirà a realizzare una società multireligiosa, multiculturale e capace di reale convivenza, credo sia un segnale estremamente fecondo anche per le nostre società occidentali europee, che nei prossimi decenni vedranno una presenza sempre più significativa di etnie e di religioni diverse.

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