di Alessandro ZACCURI
Redazione

Per molti anni nella nostra famiglia abbiamo vissuto il Natale impaziente e incantato dei bambini. La sera della Vigilia, al ritorno dalla Messa, lasciavamo sul tavolo di cucina un bicchiere di latte e un piatto con i biscotti, di modo che il Bambino avesse qualcosa con cui rifocillarsi durante la lunga notte trascorsa peregrinando di casa in casa. Il mattino seguente il bicchiere era stato svuotato e dei biscotti restava giusto qualche briciola: il giorno era venuto, finalmente, l’attesa si era compiuta.
Ora, invece, il nostro Natale parla linguaggi diversi. C’è la cadenza inquieta e scontrosa degli adolescenti, certo, ma anche la tenerezza stremata dei vecchi, il loro silenzio che non ha più bisogno di parole. Mi succede spesso, in questo Avvento, di meravigliarmi al pensiero di quanto il Natale degli anziani possa assomigliare a quello dei bambini. Entrambi si nutrono di un’essenzialità che sconfina nell’invisibile, come se soltanto al principio e al termine della vita ci fosse concesso di riconoscere con occhi mortali il passaggio festoso degli angeli e di decifrare con udito sottilissimo l’armonia del canto celeste.
«Perché l’inizio sarà memoria della fine/e del secondo avvento sarà segno questa attesa», scriveva T.S. Eliot nella sua poesia sugli alberi di Natale. Anche capovolta, però, la prospettiva trova il suo fuoco nella speranza. Il mistero della nascita (anzi: di Colui che nasce) non riguarda unicamente i bambini, è un destino che accomuna infanti e vegliardi, senza dimenticare quelli che come me si trovano nell’età di mezzo, e cioè a metà strada fra il dono sorgivo dell’innocenza e la faticata conquista della saggezza. Che tutto questo avvenga nel cuore dell’inverno, che la nascita del Bambino si collochi – come un seme luminoso – nella stagione stessa in cui la terra tace e riposa, mi appare un altro indizio del fatto che il Natale, in fondo, appartiene ai vecchi non meno che ai bambini.
Così lo vivrò quest’anno, almeno. Così quest’anno lo sto aspettando. Per molti anni nella nostra famiglia abbiamo vissuto il Natale impaziente e incantato dei bambini. La sera della Vigilia, al ritorno dalla Messa, lasciavamo sul tavolo di cucina un bicchiere di latte e un piatto con i biscotti, di modo che il Bambino avesse qualcosa con cui rifocillarsi durante la lunga notte trascorsa peregrinando di casa in casa. Il mattino seguente il bicchiere era stato svuotato e dei biscotti restava giusto qualche briciola: il giorno era venuto, finalmente, l’attesa si era compiuta.Ora, invece, il nostro Natale parla linguaggi diversi. C’è la cadenza inquieta e scontrosa degli adolescenti, certo, ma anche la tenerezza stremata dei vecchi, il loro silenzio che non ha più bisogno di parole. Mi succede spesso, in questo Avvento, di meravigliarmi al pensiero di quanto il Natale degli anziani possa assomigliare a quello dei bambini. Entrambi si nutrono di un’essenzialità che sconfina nell’invisibile, come se soltanto al principio e al termine della vita ci fosse concesso di riconoscere con occhi mortali il passaggio festoso degli angeli e di decifrare con udito sottilissimo l’armonia del canto celeste.«Perché l’inizio sarà memoria della fine/e del secondo avvento sarà segno questa attesa», scriveva T.S. Eliot nella sua poesia sugli alberi di Natale. Anche capovolta, però, la prospettiva trova il suo fuoco nella speranza. Il mistero della nascita (anzi: di Colui che nasce) non riguarda unicamente i bambini, è un destino che accomuna infanti e vegliardi, senza dimenticare quelli che come me si trovano nell’età di mezzo, e cioè a metà strada fra il dono sorgivo dell’innocenza e la faticata conquista della saggezza. Che tutto questo avvenga nel cuore dell’inverno, che la nascita del Bambino si collochi – come un seme luminoso – nella stagione stessa in cui la terra tace e riposa, mi appare un altro indizio del fatto che il Natale, in fondo, appartiene ai vecchi non meno che ai bambini.Così lo vivrò quest’anno, almeno. Così quest’anno lo sto aspettando.

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