Dimenticare il passato e riconciliarsi con il presente: sensibilità e aspettative di presuli, sacerdoti e seminaristi� in una serie di testimonianze raccolte da don Valentino Salvoldi -

di Silvio MENGOTTO
Redazione

Don Valentino Salvoldi ha insegnato per oltre venticinque anni filosofia e teologia morale soprattutto nei Paesi poveri, in particolar modo in Africa. Oggi è incaricato di Propaganda fide per la formazione del clero nelle giovani Chiese. In preparazione al secondo Sinodo africano (Roma, 4-25 ottobre), ha raccolto testimonianze tra i vescovi e i seminaristi africani, dalle quali emergono le sensibilità e le aspettative degli uomini della Chiesa locale.
Oltre che con la miseria economica, l’Africa deve fare i conti con la corruzione di molti leader. Don Valentino è stupito «dalla grande volontà della popolazione di non lasciarsi vincere dallo spettro della fame e della morte per mancanza di cibo e medicinali. Anche gli africani hanno il peccato originale e sbagliano. Ma, a differenza degli occidentali, sono molto meno narcisisti. Sanno di peccare. Si purificano o si confessano. Perdonano a se stessi e poi… tornano a danzare».
L’Africa ha, nelle sue radici, un costante atteggiamento positivo verso la vita. Per tradizione e cultura, gli africani ritengono sbagliato iniziare un dialogo o un’assemblea con notizie negative. Questo atteggiamento positivo sarà presente nel Sinodo. Monsignor Robert Sarah (Guinea) nutre una grande speranza e invita i vescovi africani «a impegnarsi nell’essere voce profetica, perché si smetta di vendere armi all’Africa e si promuova una economia mondiale più giusta». Molte le aspettative del cardinale Wilfrid Fox Napier, arcivescovo di Durban: dopo la pubblicazione dell’enciclica Caritas in veritate «ci si attende che la Chiesa lanci una sfida agli economisti. Che veda quello che si può fare per le innumerevoli vittime dell’Aids, specialmente nell’Africa sub-sahariana. Che abbia maggiori possibilità d’intervenire nel campo dell’istruzione». Don Valentino Salvoldi ha insegnato per oltre venticinque anni filosofia e teologia morale soprattutto nei Paesi poveri, in particolar modo in Africa. Oggi è incaricato di Propaganda fide per la formazione del clero nelle giovani Chiese. In preparazione al secondo Sinodo africano (Roma, 4-25 ottobre), ha raccolto testimonianze tra i vescovi e i seminaristi africani, dalle quali emergono le sensibilità e le aspettative degli uomini della Chiesa locale.Oltre che con la miseria economica, l’Africa deve fare i conti con la corruzione di molti leader. Don Valentino è stupito «dalla grande volontà della popolazione di non lasciarsi vincere dallo spettro della fame e della morte per mancanza di cibo e medicinali. Anche gli africani hanno il peccato originale e sbagliano. Ma, a differenza degli occidentali, sono molto meno narcisisti. Sanno di peccare. Si purificano o si confessano. Perdonano a se stessi e poi… tornano a danzare».L’Africa ha, nelle sue radici, un costante atteggiamento positivo verso la vita. Per tradizione e cultura, gli africani ritengono sbagliato iniziare un dialogo o un’assemblea con notizie negative. Questo atteggiamento positivo sarà presente nel Sinodo. Monsignor Robert Sarah (Guinea) nutre una grande speranza e invita i vescovi africani «a impegnarsi nell’essere voce profetica, perché si smetta di vendere armi all’Africa e si promuova una economia mondiale più giusta». Molte le aspettative del cardinale Wilfrid Fox Napier, arcivescovo di Durban: dopo la pubblicazione dell’enciclica Caritas in veritate «ci si attende che la Chiesa lanci una sfida agli economisti. Che veda quello che si può fare per le innumerevoli vittime dell’Aids, specialmente nell’Africa sub-sahariana. Che abbia maggiori possibilità d’intervenire nel campo dell’istruzione». Temi brucianti Tema scottante che verrà discusso al Sinodo è “L’ira dei popoli poveri”, che si riversa sui più deboli. Il vescovo Ernest Sambou (Costa d’Avorio) è lapidario: «I giovani, arrivati a 16-18 anni senza speranze, si lasciano sedurre dal mito dell’Italia e della Francia, dove ritengono facile ammucchiare tanto denaro».Per Theodore Adrien Sarr, arcivescovo di Dakar, le persone che scappano pensando di trovare il paradiso nell’Occidente sono «i nuovi schiavi»: non è una fuga dalle responsabilità, precisa l’arcivescovo, ma la mancanza di possibilità di fermarsi per un lavoro professionale. Schiavismo e colonizzazione hanno ferito profondamente l’anima degli africani. Nei secoli passati, dall’isola senegalese di Gorée vennero imbarcati dai 13 ai 15 milioni di schiavi, inviati in Brasile e nell’America del Nord. Nel 1992 Giovanni Paolo II vi sostò in preghiera, chiedendo perdono al Signore per quegli orrori del passato.Monsignor Basil Da Lui, vescovo di Libreville (Gabon), si aspetta proposte utili per l’impegno a favore di pace e giustizia in tutto il continente. Tra i seminaristi di Brazzaville sono emerse alcune riserve non sul Sinodo, ma sul metodo di procedere nella consultazione. Un seminarista è convinto che «in Vaticano non è ancora chiaro il metodo d’accostare gli africani. Apparteniamo a una cultura orale: lettere e documenti, soprattutto se sono gli stessi inviati a tutta la Chiesa, a noi dicono poco o nulla. Se manca un approccio umano e un contatto personale, tutto cade nell’anonimato e nell’insignificanza».L’Africa vuole danzare la vita dimenticando il passato e riconciliandosi con il presente. Questo, in sintesi, il messaggio che i vescovi africani lanceranno da Roma al mondo. Leopold Sengor, poeta senegalese, dice: «Là dove senti cantare, fermati. Gli uomini malvagi non hanno canzoni».

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