Le azioni umane vanno situate in un orizzonte più ampio, al cui centro non siamo noi stessi bensì il Signore

Paolo SARTOR
Redazione

Qual è la meta della vita morale? L’esistenza virtuosa, verrebbe da dire; l’essere persone coerenti ed esemplari. Per il capitolo dodicesimo della Lettera agli Ebrei, proclamato oggi e commentato dall’Arcivescovo nell’ultima catechesi quaresimale, la meta è invece Cristo stesso. «Rinati dall’acqua e dallo Spirito come figli di Dio, la nostra esistenza è intimamente legata a Cristo Gesù e il segreto del suo pieno compimento sta nel seguirlo», afferma il cardinale Dionigi Tettamanzi. Ciò non significa che contino nulla l’esistenza quotidiana e la coerenza personale. Ma le azioni umane vanno situate in un orizzonte più ampio, al cui centro non siamo noi bensì il Signore. La prospettiva logica che vede scaturire la vita nuova dal mistero della morte e della risurrezione di Cristo – cui partecipiamo mediante il battesimo, la cresima e l’eucaristia – deve ampliarsi: Gesù non è solo “dietro le spalle” ma davanti ai nostri occhi. Non è puramente la fonte della vita cristiana ma la sua meta. Non è solo Colui che stimola e incoraggia, ma è soprattutto Colui che ci attira a sé e che compie in maniera straordinaria e smisurata ogni nostro desiderio e ogni nostro agire. Se perciò la vita nuova è donata «dalla grazia del Battesimo e affidata alla nostra responsabilità», d’altra parte essa è sempre rivelazione ed esperienza di grazia. Secondo l’Arcivescovo, questo è il «dinamismo proprio della morale battesimale: solo nell’accoglienza riconoscente e gioiosa del grande “sì” di Dio per noi uomini potremo dire e vivere con coerenza fedele e generosa il nostro “sì” al Padre che ci chiama ad essere suoi figli nel Figlio suo Gesù». Di fronte a uno scenario simile ogni riduzione dell’etica cristiana a moralismo viene a cadere. E così pure ogni descrizione caricaturale dell’agire ispirato al Vangelo. Non è vero, in altri termini, che i cristiani siano meno liberi degli altri o che si attardino rispetto al dipanarsi della storia, attenti alla lettera delle norme più che ai problemi dei nostri contemporanei. Al contrario, come si esprimeva con efficacia un grande prete lombardo di cui ricorre il cinquantesimo anniversario della morte – don Primo Mazzolari – al cristiano si richiedono «occhi decisamente puntati al cielo e piedi ben piantati in terra». Proprio perché tengono fisso lo sguardo sul loro Signore, i credenti si trovano posti accanto agli uomini e alle donne che soffrono e che sperano; sentono di non poter rifiutare la compagnia dei più poveri; sono liberi di agire svincolati da mode e parole d’ordine, fermi nella sostanza e duttili nella scelta degli strumenti più idonei. Come conclude il Cardinale Arcivescovo, la contemplazione di Cristo «ci spinge all’imitazione, a fare nostro il suo esempio», il suo dono di sé. E’ questo «lo sguardo destinato a configurare la nostra vita a quella di Gesù, il crocifisso risorto, segno di speranza per il mondo». Qual è la meta della vita morale? L’esistenza virtuosa, verrebbe da dire; l’essere persone coerenti ed esemplari. Per il capitolo dodicesimo della Lettera agli Ebrei, proclamato oggi e commentato dall’Arcivescovo nell’ultima catechesi quaresimale, la meta è invece Cristo stesso. «Rinati dall’acqua e dallo Spirito come figli di Dio, la nostra esistenza è intimamente legata a Cristo Gesù e il segreto del suo pieno compimento sta nel seguirlo», afferma il cardinale Dionigi Tettamanzi. Ciò non significa che contino nulla l’esistenza quotidiana e la coerenza personale. Ma le azioni umane vanno situate in un orizzonte più ampio, al cui centro non siamo noi bensì il Signore. La prospettiva logica che vede scaturire la vita nuova dal mistero della morte e della risurrezione di Cristo – cui partecipiamo mediante il battesimo, la cresima e l’eucaristia – deve ampliarsi: Gesù non è solo “dietro le spalle” ma davanti ai nostri occhi. Non è puramente la fonte della vita cristiana ma la sua meta. Non è solo Colui che stimola e incoraggia, ma è soprattutto Colui che ci attira a sé e che compie in maniera straordinaria e smisurata ogni nostro desiderio e ogni nostro agire. Se perciò la vita nuova è donata «dalla grazia del Battesimo e affidata alla nostra responsabilità», d’altra parte essa è sempre rivelazione ed esperienza di grazia. Secondo l’Arcivescovo, questo è il «dinamismo proprio della morale battesimale: solo nell’accoglienza riconoscente e gioiosa del grande “sì” di Dio per noi uomini potremo dire e vivere con coerenza fedele e generosa il nostro “sì” al Padre che ci chiama ad essere suoi figli nel Figlio suo Gesù». Di fronte a uno scenario simile ogni riduzione dell’etica cristiana a moralismo viene a cadere. E così pure ogni descrizione caricaturale dell’agire ispirato al Vangelo. Non è vero, in altri termini, che i cristiani siano meno liberi degli altri o che si attardino rispetto al dipanarsi della storia, attenti alla lettera delle norme più che ai problemi dei nostri contemporanei. Al contrario, come si esprimeva con efficacia un grande prete lombardo di cui ricorre il cinquantesimo anniversario della morte – don Primo Mazzolari – al cristiano si richiedono «occhi decisamente puntati al cielo e piedi ben piantati in terra». Proprio perché tengono fisso lo sguardo sul loro Signore, i credenti si trovano posti accanto agli uomini e alle donne che soffrono e che sperano; sentono di non poter rifiutare la compagnia dei più poveri; sono liberi di agire svincolati da mode e parole d’ordine, fermi nella sostanza e duttili nella scelta degli strumenti più idonei. Come conclude il Cardinale Arcivescovo, la contemplazione di Cristo «ci spinge all’imitazione, a fare nostro il suo esempio», il suo dono di sé. E’ questo «lo sguardo destinato a configurare la nostra vita a quella di Gesù, il crocifisso risorto, segno di speranza per il mondo». – A Cologno dibattito sempre animato

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