di Luisa BOVE
Redazione

«La crisi si tende più a nasconderla che a farla conoscerla, specie quando diventa sociale», esordisce l’economista Alberto Berrini, intervenuto alla presentazione dell’VIII Rapporto sulle povertà di Caritas Ambrosiana. Non ha una “ricetta” per superare la crisi, ma non ha dubbi che occorra trovare «modelli alternativi» per questo dice: «È fondamentale lavorare nel sociale».
Contesta chi afferma che «non è successo niente», come i liberisti, i quali ritengono che «per definizione il mercato non può fallire», invece «i fatti lo smentiscono». I giuristi puntano il dito contro il sistema bancario e finanziario, «ma se così fosse», dice Berrini, «basterebbe mettere qualche regola e si uscirebbe dalla crisi». La verità è che oggi c’è «un modello di sviluppo contraddittorio» e taglia corto dichiarando che «la crisi economica nasce da una cattiva distribuzione del reddito».
Di fronte alla crisi economica tre potevano essere le vie d’uscita: aumentare i salari (come è avvenuto tra gli anni ’45 e ’70); incrementare i servizi (previdenza, sanità e istruzione); indebitare le persone (modello neoliberista degli anni ’80). Il risultato è che oggi molte famiglie sono in difficoltà, «nel Nord del mondo, anche se noi non siamo tra quelli che stanno peggio, il problema è soprattutto occupazionale». In Europa sono già saltati 15 milioni di posti di lavoro, in Italia sono il 7-7,5%, ma in previsione la percentuale potrebbe alzarsi.
In ogni caso «la disoccupazione è un indicatore in ritardo di 6 mesi» e se a marzo si è avuto il massimo della crisi, gli effetti si avranno da settembre in poi. I primi segnali di ripresa si vedranno solo alla fine del 2010. La stessa Banca mondiale parla di «catastrofe sociale» e dichiara che nel 2009 ben 46 milioni di persone vivranno con 1,25 dollari al giorno.
Èvero che di fronte alla crisi lo Stato è intervenuto, ma utilizzando «i soldi delle Regioni per gli ammortizzatori sociali». E aggiunge: «Per me non si sta facendo abbastanza, anche se è vero che abbiamo un debito pubblico». Senza contare che oggi ci sono ammortizzatori sociali «vecchi», non adeguati all’attuale mondo del lavoro, perché oggi non esistono più solo i contratti a tempo indeterminato. Insomma, occorre “svecchiare” e cambiare le regole del gioco.
In ogni caso per Berrini la crisi sarà ancora lunga e prevede che solo nel 2013 si tornerà ai livelli occupazionali che si avevano nel 2007. E se in questi mesi «siamo riusciti a mobilitare tante risorse per il sistema finanziario, in realtà non si è fatto nulla per la sfera sociale». Tra lo Stato e il mercato infatti c’è la società, occorre quindi «ripartire dal basso».
«In definitiva», si domanda l’economista, «quale può essere la strategia si intervento per uscire dalla crisi?». La soluzione è quella di «cambiare il modello di crescita» e il segnale che si starà uscendo dalla crisi si avrà «quando consumi e investimenti ripartiranno da soli». «La crisi si tende più a nasconderla che a farla conoscerla, specie quando diventa sociale», esordisce l’economista Alberto Berrini, intervenuto alla presentazione dell’VIII Rapporto sulle povertà di Caritas Ambrosiana. Non ha una “ricetta” per superare la crisi, ma non ha dubbi che occorra trovare «modelli alternativi» per questo dice: «È fondamentale lavorare nel sociale».Contesta chi afferma che «non è successo niente», come i liberisti, i quali ritengono che «per definizione il mercato non può fallire», invece «i fatti lo smentiscono». I giuristi puntano il dito contro il sistema bancario e finanziario, «ma se così fosse», dice Berrini, «basterebbe mettere qualche regola e si uscirebbe dalla crisi». La verità è che oggi c’è «un modello di sviluppo contraddittorio» e taglia corto dichiarando che «la crisi economica nasce da una cattiva distribuzione del reddito».Di fronte alla crisi economica tre potevano essere le vie d’uscita: aumentare i salari (come è avvenuto tra gli anni ’45 e ’70); incrementare i servizi (previdenza, sanità e istruzione); indebitare le persone (modello neoliberista degli anni ’80). Il risultato è che oggi molte famiglie sono in difficoltà, «nel Nord del mondo, anche se noi non siamo tra quelli che stanno peggio, il problema è soprattutto occupazionale». In Europa sono già saltati 15 milioni di posti di lavoro, in Italia sono il 7-7,5%, ma in previsione la percentuale potrebbe alzarsi.In ogni caso «la disoccupazione è un indicatore in ritardo di 6 mesi» e se a marzo si è avuto il massimo della crisi, gli effetti si avranno da settembre in poi. I primi segnali di ripresa si vedranno solo alla fine del 2010. La stessa Banca mondiale parla di «catastrofe sociale» e dichiara che nel 2009 ben 46 milioni di persone vivranno con 1,25 dollari al giorno.Èvero che di fronte alla crisi lo Stato è intervenuto, ma utilizzando «i soldi delle Regioni per gli ammortizzatori sociali». E aggiunge: «Per me non si sta facendo abbastanza, anche se è vero che abbiamo un debito pubblico». Senza contare che oggi ci sono ammortizzatori sociali «vecchi», non adeguati all’attuale mondo del lavoro, perché oggi non esistono più solo i contratti a tempo indeterminato. Insomma, occorre “svecchiare” e cambiare le regole del gioco.In ogni caso per Berrini la crisi sarà ancora lunga e prevede che solo nel 2013 si tornerà ai livelli occupazionali che si avevano nel 2007. E se in questi mesi «siamo riusciti a mobilitare tante risorse per il sistema finanziario, in realtà non si è fatto nulla per la sfera sociale». Tra lo Stato e il mercato infatti c’è la società, occorre quindi «ripartire dal basso».«In definitiva», si domanda l’economista, «quale può essere la strategia si intervento per uscire dalla crisi?». La soluzione è quella di «cambiare il modello di crescita» e il segnale che si starà uscendo dalla crisi si avrà «quando consumi e investimenti ripartiranno da soli».

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