Redazione

15/02/2008

di Alessandra BOGA

“Quando parlo con persone credenti da antica data vengo subito interrogato non tanto su questioni teologiche o morali, quando su tutta quella cornice che fa ombra alla fede e la chiude in regole, divieti e obblighi che sembrano oscurare il volto di Dio e far scappare la voglia di credere in lui”. Parlando in particolare con il nipote, chirurgo all’Università del Massachusset, sono nate queste riflessioni dell’Autore, nell’auspicio di rendere più appetibile e luminosa la vita cristiana di tanti dubbiosi e intimoriti dal bagaglio di regole, nozioni, formule e tradizioni che imprigiona la fede nella paura e ne allontana.

Oggi c’è un grande bisogno di serenità, sicurezza, di “punti d’appoggio” per superare situazioni quotidiane difficili e dolorose dalle quali è difficile districarsi con le sole capacità e razionalità umane ed è pertanto estremamente necessario affidarsi all’amore e all’aiuto salvifico di Dio. Si scoprirà “che èuna fortuna appartenere alla Chiesa se è conosciuta nel suo vero valore e quindi accettandone il mistero che arricchisce ogni rapporto con Dio”: Dio Padre.

Non siamo stati creati per un’esistenza banale, arroccandoci su effimere certezze, ma proprio il “riposare” nel Signore ci incoraggia a sviluppare i nostri talenti senza timore, perché il suo amore ci ha chiamati alla Salvezza. E neppure senza superbia, poiché dobbiamo sempre confrontarci con il mistero della morte come distruzione della nostra sicurezza.

In tale condizione si ha spesso l’impressione di essere “tenuti per i fili” da Lui, mentre questo testo mira a far emergere “il significato autentico e la possibilità della libertà umana” da intendersi non come il fare ciò che si vuole, in completa autonomia, bensì come “la realizzazione del disegno di Dio su ogni persona”, che si esplica nell’ “impegno di conoscenza di sé e la fatica di realizzarsi nel proprio divenire senza lasciarsi dominare dal concreto contesto culturale, storico e religioso”. E’ essenziale per ogni rapporto riconoscere che egli è Altro da noi, accettare “il mistero della sua realtà” senza la pretesa di comprenderlo e misurarlo secondo il nostro criterio di creature mortali.

Solo in tal modo potremo allora trascendere il limite a cui altrimenti saremmo condannati e che continua a sussistere. C’è sempre la tentazione di essere “gelosi” della propria fede e siamo portati a eliminarne gli aspetti più dottrinali e vincolanti. Da ciò nasce l’impulso di ribellarsi alla Chiesa e ad i suoi interventi nella vita del cristiano, quasi intendesse mantenerlo in un perenne stato infantile. All’ opposto il suo scopo, così com’è voluto da Gesù, è spingerci a maturare un nostro percorso di fede, testimoniando la Parola. Lette in questa chiave le “proposte morali” ecclesiastiche sono d’ ausilio a chi è cristiano per rendersi consapevole della propria vocazione.

Il “buon cristiano” dunque è colui che “avendo conosciuto Gesù e volendolo seguire con lealtà e decisione, troverà i mezzi e i modi per spendere la propria vita secondo le proposte coraggiose del Vangelo”, che costituiscono l’eccellenza della vita umana. Gli interrogativi che quest’ultima pone non saranno più motivo d’angoscia, ma fungeranno da stimolo positivo per approfondire il loro significato, affrontando la fede con coerenza.

In tal senso urge anche una maggiore conoscenza della Bibbia, in vista di un’esistenza basata su una “scelta personale vissuta e goduta nella Chiesa e all’interno della Chiesa” secondo la volontà di Cristo.

Giorgio Basadonna
“Si può ancora essere cristiani?”
Ancora, Milano 2007
112 pagine, 11 euro

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