L'originale esperienza della parrocchia di S. Arialdo a Baranzate: dopo la messa domenicale, le famiglie si ospitano tra loro e a tavola si incontrano e si conoscono


Redazione

23/01/2008

di Luisa BOVE

Un’iniziativa curiosa, quella realizzata dalla parrocchia di S. Arialdo a Baranzate, lanciata la prima volta un anno fa e che si ripeterà il prossimo 24 febbraio. «L’idea è nata per dare qualità alle relazioni – spiega il parroco don Paolo Steffano -, perché i fedeli che frequentano la stessa messa la domenica si salutano, ma non si conoscono».

La proposta è semplice: le famiglie, vincendo paure e diffidenze, si invitano a pranzo tra loro; ognuno lascia il nome in parrocchia indicando se vuole ospitare in casa sua o essere ospitato da altri. Sul volantino diffuso in parrocchia uno slogan spiega il senso dell’iniziativa: “Meno tempo ai fornelli e più spazio a conoscere i fratelli”.

Non si tratta infatti di preparare un pranzo in grande stile, spiega il sacerdote, «perché lo scopo è quello di conoscersi e raccontarsi, anche tra persone provenienti da regioni diverse come Puglia, Sicilia e Calabria». Gli abbinamenti delle famiglie non sono casuali, ma al termine della messa il parroco chiama per cognome ospiti e ospitanti davanti a tutta la comunità.

«L’estrazione è guidata – ammette don Steffano -, perché è inutile far incontrare persone che già si frequentano o chi non ha un minimo di affinità, come può essere una coppia di anziani con genitori giovani e tre bambini piccoli». Ma gli ospiti devono rispettare alcune regole: «Èvietato portare regali, anche solo una bottiglia di vino, ed è vietato contraccambiare l’invito entro l’anno, perché l’ospite è ospite e va garantita la qualità di una relazione gratuita, evitando l’eterna questione dello scambio».

«Il mandato era chiaro – continua il parroco, raccontando l’esperienza dell’anno scorso -: dopo l’Eucaristia le due famiglie se ne andavano insieme e la mamma non rimaneva a casa a cucinare». Dopo il pranzo, al momento del caffè, appuntamento in oratorio con le 20 famiglie che hanno partecipato all’iniziativa. «Sembrava il ritorno dei 72 discepoli – dice con ironia don Steffano -, tutti avevano capito cosa significava guadagnare una relazione con un ospite inatteso».

Dopo una breve riflessione del parroco sul tema dell’ospitalità la parola è passata alle famiglie, «che non la smettevano più di raccontare», lamentandosi di aver avuto poco tempo per conoscersi. «A volte si fatica ad aderire, perché l’altro fa sempre paura. Ma la prima volta l’iniziativa volutamente era rivolta solo agli italiani, per dimostrare che il problema dell’accoglienza degli stranieri è dovuta al fatto che non siamo capaci di accoglierci neanche tra di noi. Il vantaggio è che una proposta come questa non ha bisogno di strutture: chiunque ha una casa e una sala da pranzo».

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