Domenica 11 maggio il tradizionale appuntamento con i migranti: le diverse realtà etniche saranno ospiti di comunità di Milano e dell'hinterland e animeranno le messe. Don Quadri: «Gli stranieri pretendono il loro posto nella Chiesa»


Redazione

06/05/2008

di Pino NARDI

Domenica 11 maggio, giorno di Pentecoste, si svolgerà la Festa delle genti sul tema “Migranti: operai nella vigna del Signore”. Quest’anno in una modalità nuova: le diverse comunità etniche parteciperanno alle messe in alcune parrocchie animando la celebrazione.

Un modo per dire insieme la comune appartenenza alla Chiesa, al di là del colore della pelle o del luogo di nascita. Una scommessa significativa di questi tempi di diffidenze e paure. Lo spiega don Giancarlo Quadri, responsabile dell’Ufficio per la pastorale dei migranti della Diocesi.

Perché una Festa delle genti diversa?
È un tentativo, però è la dimostrazione concreta che vorremmo fare passi in avanti. Non più i soliti ritornelli sui “poveri” immigrati, ma come dice il motto stesso, “operai nella vigna del Signore”. Ormai è tempo che le comunità cristiane comprendano che ci sono fior di persone che possono prendere il proprio posto all’interno della Chiesa ambrosiana. In questi mesi sto formando i catechisti sudamericani, la Pastorale giovanile ormai conta la presenza di un’infinità di ragazzi stranieri. I gruppi familiari cominciano ad accogliere numerose famiglie immigrate. È tempo di tentare qualche nuova esperienza di protagonismo dello straniero tra di noi. Partiamo da questo piccolo passo, anche se non siamo così sicuri né della formazione completa degli immigrati, né purtroppo di un vento favorevole delle comunità cristiane italiane ad accoglierli come protagonisti. Perciò vorremmo tentare questo esperimento, quasi a dire che lo Spirito santo scende in forma di fiammella e ci unisce tutti. Noi vorremmo che la comunità immigrata cattolica – siamo un po’ presuntuosi – sia la presenza dello Spirito santo che si diffonde nelle diverse parrocchie.

Quindi vedere nell’altro non il filippino o il sudamericano, ma un fratello nella fede…
Esattamente. Una crescita comune generale, magari mettendo tra parentesi i temi sociali e politici, che dividono un po’. Però direi che è un dovere della comunità dei credenti sottolineare che il cristiano, anche di altro colore o etnia, che ci vive accanto, è un fratello nella fede.

Tuttavia dal dibattito nelle parrocchie emergono difficoltà e titubanze. È il caso che le comunità diano invece un segnale di apertura?
Guardi, tutto sommato lo prendo ancora come un segnale positivo. Prima o poi una crisi di verifica doveva esserci. Andando in giro nelle parrocchie, già da più di un anno dicevo che non è tutto oro, che la comunità cristiana non è tutta a braccia aperte. Anche con le ultime elezioni si è rivelata questa natura, magari perché si sono cavalcate paure, dovute alla diffusione di notizie non ben calibrate, l’opinione pubblica è stata agitata dai media in modo non responsabile. Sono tante le cause. Però dobbiamo registrare la necessità di verifica della presenza dello straniero in mezzo a noi. Questo dibattito tutto sommato va bene, è un fattore di crescita, purché stiamo lontani dalle cattiverie e dall’isterismo.

Come si articolerà la giornata nelle diverse parrocchie?
Abbiamo raccomandato un incontro della parrocchia con le realtà etniche, per approfondire con loro la presenza dello straniero nelle varie comunità. Poi la messa, animata con diversi canti, colori, modi di partecipare tipici. Subito dopo semplicemente un aperitivo, perché poi vorremmo richiamare tutti, italiani e stranieri, all’incontro in piazza San Lorenzo alle Colonne alle 17.30, con un altro piccolo segno: la premiazione del concorso “Immicreando” riservato agli immigrati, per il quale sono arrivati numerosi lavori.

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