Il cardinale Tettamanzi, nel carcere di San Vittore, celebrando la messa di Pasqua, ha richiamato la misericordia del Signore che è per tutti, e la necessità di concrete azioni sinergiche tra le istituzioni per risolvere il problema del disagio carcerario


Redazione

23/03/2008

Di Annamaria Braccini

“Misericordia voglio e non vendetta”. Usano le parole della Bibbia, i detenuti di San Vittore per dare il dare il benvenuto, ma anzitutto, per dire tutta la loro gioia, al cardinale Tettamanzi, che proprio dalla Casa di reclusione cittadina ha voluto aprire la sua mattina di Pasqua.

Fuori è freddo, il cielo è cupo, ma dentro – in tutti i sensi – sembra azzurrissima quella specie di cupola da sempre familiare ai milanesi, che sovrasta lo storico ottagono, divenuto ancora una volta una chiesa, con tanti fedeli che si stringono, si affollano, cercano di essere tra le prime file al di là dei “raggi” e tra le sbarre, per ascoltare, pregare, cantare lode a Dio.

Così è a tutti, con un affetto davvero chiarissimo e particolare, che si rivolge l’Arcivescovo, parlando del triplice annuncio di Risurrezione, da lui stesso proclamato nella Veglia pasquale, solo poche ore prima in Duomo, e che oggi, dice, «voglio portare anche a voi, qui, in questo luogo di sofferenza e speranza.

Non so – prosegue – cosa potrei dire di più del grido di fiducia, “Cristo è risorto”». Tre semplici parole «ma che sono l’evento fondamentale della storia, la svolta che cambia il corso della vita dell’uomo, di ogni uomo, anche di colui che soffre e che cerca, faticosamente, la sua strada. Ogni essere umano, ha dentro di sé, stampata, la straordinaria possibilità di scegliere in libertà». E, qui, la voce del Cardinale si fa vibrante: «La misericordia di Cristo risorto è reale, visibile e nessuno può affermare di non averne bisogno. In carcere, forse e soprattutto, questa libertà saprà darvi forza. Prego �per’ voi e �con’ voi, per le vostre famiglie e per i vostri bambini. Cristo risorto è, per ognuno, luce del mondo e tu hai creduto nella Sua umanità» sottolinea l’Arcivescovo, rivolgendosi direttamente a ogni singolo recluso.

Quasi una risposta agli ospiti di “San Vittore”, 1450 tra donne e uomini, che occupano uno spazio pensato per quasi la metà, 874 unità, con il detenuto più anziano che ha 78 anni e i giovani che non si contano, con le decine di nazionalità rappresentate.

Un appello raccolto da molti reclusi che, in Quaresima e nella Settimana Santa, hanno voluto percorrere un cammino di riflessione e riconciliazione, che si fa più stringente quando il Cardinale ripete la preghiera, da lui stesso composta, distribuita a tutti con un’immagine, tratta dal particolare millenario dell’Evangeliario di Ariberto, con un personaggio definito “latro”, e un autografo: «In questa Pasqua del Signore ti sono vicino nel mio affetto». A testimonianza di un legame privilegiato con l’universo circondariale – «Il carcere», ripete non a caso, infine, poco prima di percorrere i lunghi corridoi dove si affacciano le camerate dell’infermeria., «è forse il luogo dove più di ogni altro si manifesta la misericordia di Dio».

E, d’altra parte, in questo giorno “speciale” di Pasqua, come in tanti altri qualunque, non se ne dimenticano per primi reclusi, cui dà voce Secondo Borghi, da 16 mesi in attesa di giudizio, che scandisce a chi domanda: “Scriva pure nome e cognome, io non ho paura perché credo in quello che ho detto all’Arcivescovo”, e ritorna su alcuni passi del saluto letto, in apertura, all’Arcivescovo, perché il messaggio sia chiaro a tutti, “fuori” e dentro”. «Anche noi abbiamo bisogno di misericordia, abbiamo fame di amore, abbiamo sete di perdono. La nostra vita vuole aprirsi alla bontà. In carcere viviamo male, ci sembra di essere sepolti e dimenticati. Cerchiamo misericordia e rispetto e non solo pena e castigo».

Una condizione difficilissima – e come non pensare che l’indulto, che anche solo in termini quantitativi, non è servito a molto? – per la quale, davvero c’è bisogno di “un avvocato di fiducia”, come i carcerati definiscono il “loro” Pastore: «Contiamo sul suo affetto, Eminenza, che non è mai venuto meno, perché spesso ha chiesto accoglienza per gli extracomunitari, perché esprime grande amore per i bambini che hanno genitori in difficoltà, per noi e le nostra famiglie tutte �».

Poi, il silenzio come sospeso – che nessuno osa interrompere – nel tempo breve di gente, un tempo, definita “senza tempo”. Così anche a “San Vittore” si crede nel Signore, in quel Cristo crocifisso che chiede giustizia e infonde speranza. E, allora, il Cardinale non può che fare riferimento alla grande croce di legno posta sull’altare, quasi crudele nella sua povera sobrietà, ma ornata di fiori. Un simbolo eloquente. «Tutti dovrebbero interessarsi del problema “carcere”, erroneamente considerato un mondo estraneo, occorre trovare soluzioni per superare, almeno in parte, il sovraffollamento. Il mio appello è al Ministero di Grazia e Giustizia, ma si rivolge anche alla società civile, unite in una linea formativa e culturale, tesa al recupero».

E non manca un’ultima riflessione, mentre il Cardinale lascia il mondo “diviso dalle sbarre”, per andare in Duomo dove lo aspettano in migliaia: «Il mondo orientale ha pensato al Buon Ladrone come al primo santo facendolo entrare con sé in Paradiso. «Anche nelle situazioni umanamente più disperate, chiunque può ritrovare la sua dignità iniziare un sofferto cammino di speranza”.

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