Sono molti i motivi che spingono i giovani a chiedere la Cresima in età adulta, c'è addirittura chi si avvicina alla fede (o la scopre) dopo aver letto i libri di Brown Dan


Redazione

05/02/2008

di Luisa BOVE

Le motivazioni di chi chiede la Cresima a vent’anni possono essere le più diverse. Ci possono essere «motivi contingenti», dice Laura Invernizzi, ausiliaria diocesana alla Bocconi, «come una cugina o un nipote che devono essere battezzati» e il parroco del loro paese chiede che padrini e madrine abbiano ricevuto la Cresima. «In questi casi diciamo ai giovani che noi non prepariamo al sacramento in un mese, ma se sono interessati possono partecipare a un cammino di accompagnamento personale e di gruppo». Di solito accettano, al di là della data di scadenza del Battesimo o della Cresima.

Altri ragazzi invece «intraprendono un cammino di fede interrotto o mai iniziato», c’è chi è stato battezzato «per compiacere ai nonni, ma poi i genitori, non essendo praticanti, hanno lasciato che i figli decidessero se frequentare o meno il catechismo». A volte si riavvicinano perché il ragazzo (o la ragazza) con il quale si sono legati affettivamente è praticante e allora si interrogano, dicono: «Vedo la sua fede, mi manca qualcosa, voglio conoscere…».

Altri ancora hanno domande alle quali non sanno rispondere, come Elena, una ragazza umbra che si era avvicinata dopo aver letto i libri di Brown Dan. «Abbiamo letto insieme i Vangeli e si è resa conto che c’erano testi che non pensava di trovare, ha iniziato a porsi domande, poi si è anche accorta di averli già letti in greco quando era al liceo». Le domande culturali sono diventate esistenziali, poi «si è legata a Gesù, ha iniziato a venire a messa ed è entrata in una comunità».

Un altro evento che «ha fatto scattare in alcuni giovani la domanda» è stata la morte di Giovanni Paolo II: «Ragazzi che da tempo non frequentavano più, in quell’occasione sono venuti in chiesa e hanno iniziato a interrogarsi», dice l’ausiliaria. La domenica seguente c’era il Vangelo di Tommaso e «si sono sentiti chiamare in causa dal suo scetticismo e hanno detto: “Qui c’è qualcosa di più, non è un caso”».

«All’inizio il cammino era quindicinale e distribuivamo anche del materiale da leggere a livello personale per poi confrontarci insieme». Quando il ritmo delle lezioni è diventato più frammentato il rischio era di vedere i cresimandi solo una volta al mese. Di qui l’idea di organizzare incontri di “recupero” personale. «Temevamo che questa proposta fosse vissuta come un peso», dice Invernizzi, «invece i ragazzi si sono sentiti più seguiti e, dopo la scelta iniziale di un cammino che li aveva affascinati, si sono messi in gioco più profondamente». Altri che sembravano molto chiusi hanno raccontato il loro vissuto e poi sono diventati più propositivi anche nel gruppo. L’esperienza positiva dei “recuperi” ha convinto gli organizzatori a coltivare anche il rapporto personale.

Il cammino di preparazione alla Cresima dura un anno, la prima parte è quindi personalizzata, nella seconda fase i giovani vengono inseriti in gruppo. «Questo ci consente di iniziare con chi già lo richiede», s piega l’ausiliaria diocesana, «e di aggregare man mano i nuovi arrivati». Oltre a dare l’avviso a settembre, su una stele fuori dalla chiesa è pubblicizzato il cammino per la Cresima.

La celebrazione di solito è la prima domenica di giugno, arrivano a Milano i parenti, in qualche caso solo il padrino o la madrina, ma c’è chi non ha neppure quello. «Mi è capitato di essere madrina di qualcuno», ammette Invernizzi, «soprattutto se c’era un legame più forte e un cammino prolungato. Molti ragazzi che vengono dal Sud hanno una formazione di altissima qualità, anche quelli che non hanno fatto la Cresima, la stessa Azione Cattolica giù è molto forte e a volte manca solo quel passaggio di adesione personale che fa dire a un giovane: “Ci sto”».

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