Dal 1878 le Riparatrici assicurano in città una presenza importante in ambito educativo


Redazione

27/06/2008

di Saverio CLEMENTI

Busto Arsizio festeggia i 130 anni di presenza in città delle Suore della Riparazione. Chiamate nel 1878 dall’allora prevosto don Giuseppe Tettamanti per aprire un oratorio festivo per la gioventù femminile, sono da sempre un importante punto di riferimento in ambito educativo.

Nel tempo hanno dato vita a una scuola di carità, di studio e di lavoro, quindi a una scuola civile, che andò sempre più arricchendosi di nuovi corsi (elementare, media, segretarie d’azienda, istituto magistrale, istituto assistenziale), fino all’apertura di un pensionato per giovani lavoratrici e ragazze sole che prese il nome di Casa Tettamanti.

Oggi gestiscono l’istituto comprensivo “Maria Immacolata” di via Zappellini, che ospita una scuola d’infanzia, una primaria e una secondaria di primo grado. L’anno scolastico che si è appena concluso ha visto la presenza di 328 iscritti affidati alle cure di 16 religiose e di insegnanti laiche.

Anna Mattei è da vent’anni la coordinatrice didattica. La sua è stata una scelta di vita, non solo professionale, che l’ha portata a rinunciare ai vantaggi di un posto nella scuola pubblica per continuare a condividere un progetto educativo in cui crede profondamente: «Non abbiamo la pretesa di essere migliori degli altri, sperimentiamo insieme un percorso che si inserisce nel nostro cammino di vita. Servono competenza e passione. Chi resta lo fa per scelta e deve continuamente rimettersi in discussione».

Per celebrare i 130 anni di presenza a Busto Arsizio, sono stati organizzati due momenti pubblici: una messa nella Basilica di San Giovanni, celebrata dal prevosto monsignor Claudio Livetti, e un incontro formativo dal titolo “Il senso della riparazione oggi nel campo educativo”. Per le Suore della Riparazione, fondate nel 1859 da padre Carlo Salerio e da madre Carolina Orsenigo, un’occasione per riflettere sul loro carisma.

«Parlare oggi di riparazione in ambito educativo – dice madre Luigina Ripa, superiora della comunità – significa lavorare avendo di fronte bambini che in molti casi non hanno più punti di riferimento. Sono sempre più numerose le famiglie in difficoltà, e i figli diventano fragili e ansiosi. Se un tempo l’abbandono aveva ricadute economiche, oggi sono affettive. Il nostro compito è di intervenire non solo sui bambini, ma anche sui genitori».

A volte anche i nonni sono chiamati a mettersi in gioco. Quest’anno hanno percorso con i loro nipotini un itinerario gastronomico che ha permesso di raccogliere antiche ricette della tradizione popolare e di recuperare un rapporto più naturale con il cibo. «Le famiglie – conclude Anna Mattei – cercano un ambiente sicuro e noi offriamo una responsabilità condivisa. Non siamo un’isola felice, si boccia anche da noi, ma con la preoccupazione educativa di chi mette costantemente la persona al primo posto».

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