Il Vescovo bergamasco non si fa illusioni sui rapporti tra Israele e Palestina: «Situazione destinata a durare a lungo. Oltre alla pace serve anche giustizia»

Pizzaballa
Monsignor Pierbattista Pizzaballa

«Non me l’aspettavo. Non era questo ciò che immaginavo, ho obbedito, sono in pace»: con queste parole monsignor Pierbattista Pizzaballa commenta la sua nomina a Patriarca latino di Gerusalemme. Lo fa in un’ampia intervista che sarà pubblicata sul numero di novembre di Jesus, in uscita da giovedì 5. Nell’intervista, il nuovo Patriarca non si fa illusioni su un miglioramento dei rapporti tra Israele e Palestina: i cristiani oggi sono chiamati a vivere «un tempo di occupazione che, quasi sicuramente, durerà ancora per molto» nel quale i credenti non possono «limitarsi unicamente alle legittime rivendicazioni di terra e di Stato».  E aggiunge: «Finora abbiamo sempre legato la pace alla giustizia. Ma se la giustizia non c’è? Si può vivere la pace senza giustizia?».

La nomina di monsignor Pizzaballa al Patriarcato latino di Gerusalemme giunge per molti versi inaspettata, anche se il vescovo di origine bergamasca la Terrasanta la conosce molto bene. Vi è giunto la prima volta trent’anni fa, poco dopo la sua ordinazione sacerdotale e nel 2004, a soli 39 anni, è stato nominato Custode di Terrasanta, a capo cioè della provincia dell’Ordine francescano dei Frati minori che comprende i territori di Israele, Palestina, Giordania, Siria, Libano, Egitto, Cipro e Rodi. Rieletto due volte, apprezzato per la sua grande capacità di equilibrio e di giudizio, quattro anni fa papa Francesco lo aveva nominato amministratore apostolico della sede vacante del Patriarcato, alle prese, tra i tanti problemi, anche con il dissesto finanziario.

I cristiani in Terrasanta sono una comunità composta da poco più di 150 mila persone e dunque, dal punto vista pubblico, sono insignificanti. Ma, secondo il nuovo Patriarca, «quando sei in minoranza, devi essere propositivo: non devi cercare di difenderti o di proteggerti. Credo sia questo l’errore che i cristiani hanno spesso commesso in Medio Oriente. La cosa importante è non cercare delle protezioni ma fare proposte. Che, ovviamente, possono essere accettate o respinte ma segnano la presenza vivace dentro il territorio. Senza paura, con serenità, con passione e – perché no? – con la fierezza della propria identità e tradizione».

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