Da Vatican News
«C’è bisogno di empatia con chi non la pensa come noi»: è questo uno dei messaggi più forti che il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, lancia dal palco del Teatro Sociale di Bergamo, dove lunedì 29 giugno gli è stato consegnato il Premio per il dialogo e la pace dalla rivista italiana di geopolitica Limes.
È un messaggio forte anzitutto perché racchiude il senso del pensiero geopolitico, cioè mettersi nei panni dell’altro, ma soprattutto perché arriva dopo una serie di racconti e testimonianze che sembravano rendere quasi impossibile proprio quell’esercizio di immedesimazione.
Gaza è un disastro
«Gaza è un disastro», sottolinea il cardinale nel suo dialogo con il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, e raccontando la sua visita nella Striscia, fatta proprio la settimana scorsa, il 22 e 23 giugno, con Teofilo III, patriarca greco ortodosso di Gerusalemme: «Le città sono rase al suolo, livellate, azzerate. Rafah non esiste più. Ciò che a me colpisce di più è il fatto di viaggiare su strade fortuite, in mezzo alle tende, alle fognature. Qui vive la gente di Gaza. Un aspetto che le immagini non rendono sono gli odori. E una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi, che mordono. Mordono soprattutto i bambini e Gaza è piena di bambini, si vedono ovunque ma, anziché andare a scuola, giocano, sporchi, accanto alle fogne».

Una situazione che non accenna ad alcun miglioramento neppure dopo il cessate il fuoco perché, prosegue Pizzaballa, «se un po’ di cibo ad oggi riesce ad entrare, tutto il resto è ancora proibito. I prodotti dual use non possono entrare. E con dual use si intendono persino i banchi di scuola, le matite, i quaderni, il vetro con cui si fanno le finestre. Noi vogliamo riaprire le scuole, ma manca quasi tutto. Si cerca di rimediare riciclando pezzi qua e là. Quel che serve subito, mi hanno detto gli operatori sanitari, è il personale preparato a gestire i traumi psicologici dei bambini e delle mamme. Sarà una questione di cui prendersi cura con la dovuta sensibilità. Lo dirò in modo poco diplomatico, ma io provo una grande pena, non riesco a comprendere».
La situazione nei territori occupati
Altrettanto drammatica è la situazione in Cisgiordania nello Stato di Palestina, dove, spiega ancora il Patriarca, «non vige la legge e, se c’è, non è fatta per i palestinesi. Ai coloni israeliani viene permesso tutto. Fanno check-point ovunque, tagliano gli alberi, non ti fanno coltivare la terra, aggressioni, furti, insulti sono diventate scene quotidiane».
E che si ripetono anche per il fatto di essere totalmente impunite: «Spesso chiamiamo l’esercito israeliano (Idf) affinché intervenga per placare i coloni, ma quando arrivano sono già andati via, come se qualcuno li avesse avvisati per tempo, e così l’Idf finisce per prendersela con noi».
Lo sforzo per il dialogo e la pace
La descrizione di Gaza ridotta a un cumulo di macerie, dei bambini che giocano tra le fogne e vengono morsi dai topi, così come delle aggressioni dei coloni in Cisgiordania, non impedisce però a Pizzaballa di riflettere sull’importanza del dialogo. Una necessità ancor più forte oggi, perché «il 7 ottobre è molto presente nell’animo ebraico e israeliano. Da quel giorno sono cadute le ultime remore».

Il cardinale riconosce che oggi Israele «è un insieme di cose dove c’è di tutto ma dove, devo dire con dolore, i più duri sono i militari religiosi. Con loro è molto difficile avere un rapporto chiaro e sereno. Le componenti più estreme della popolazione ebraica non sono ancora una maggioranza, ma hanno una crescita di consenso e stanno diventando sempre più rilevanti sul piano politico, con conseguenze però divisive sulla stessa società israeliana».
Come cambia Israele
Lucio Caracciolo, a questo proposito, ricorda il concetto della divisione in tribù della società israeliana, avanzato in particolare dall’ex presidente di Israele, Reuven Rivlin, nel 2015 per descrivere una società frammentata in quattro gruppi demografici distinti che vivono in parallelo, con sistemi educativi separati e stili di vita differenti: i sionisti laici, gli ebrei nazionalisti religiosi, gli ultraortodossi e gli arabi israeliani.
Questa divisione, annessa alle statistiche secondo cui gli haredim (gli ebrei ultraordotossi che non riconoscono lo Stato di Israele) stanno crescendo, «sta alimentando una situazione di incertezza nella società israeliana, parallelamente al fatto che Israele continua a sentirsi accerchiato dai Paesi arabi. È anche questo a determinare le scelte di Israele», osserva Pizzaballa.

E così sta cambiando anche Gerusalemme, «nella demografia, nella geografia, ma soprattutto nei confini interni e psicologici degli abitanti. Sta mutando la maniera in cui la città è sentita. Fino a poco tempo fa la città vecchia di Gerusalemme era prevalentemente abitata da arabi: adesso è normale vedere ebrei, anche religiosi, ovunque. La popolazione araba cresce di meno e la componente cristiana sta scendendo. Il motivo per cui stanno crescendo gli scontri è legato anche a questo: al fatto che ci si incontra di più e più facilmente. Noi stiamo ormai vivendo in bolle separate. In questi anni la comunità araba di Gerusalemme ha partecipato poco ai fenomeni politici di Gaza e Cisgiordania non per mancanza di solidarietà, bensì per via del controllo ferreo dei militari, ma anche per proteggere quel poco che resta del carattere di Gerusalemme. Il cuore è tutto lì».
«Noi apparteniamo a questa terra»
Ed è proprio al cuore che Pizzaballa torna, dopo un’analisi lucida delle dinamiche politiche, demografiche e militari che attraversano la Terra Santa. «Veniamo da anni di linguaggio, di narrativa violenta ed escludente, da un pensiero sottovalutato divenuto un po’ alla volta molto presente», osserva, in linea con Papa Leone XIV che, proprio nella “crisi della parola”, ha identificato una delle radici più profonde dei conflitti attuali.
Perciò, l’appello del Patriarca di Gerusalemme dei Latini è rivolto anzitutto all’opinione pubblica e al mondo dell’informazione: «L’informazione che cerca di far capire è importante. Parlatene e non seguite le mode. I giornali ne parlano un po’ poi smettono. Quel territorio ci appartiene, anzi: noi apparteniamo a quella terra. Gli israeliani ci dicono: “Perché non parlate anche del Sud Sudan?”. Semplice. Perché noi non abbiamo una relazione col Sud Sudan così come la abbiamo con questa terra. Non dobbiamo isolare, c’è bisogno di empatia, di comprendere, dialogare, senza erigere nuove barriere. Dovete cercare di farci uscire da quel pozzo e non lasciarci dentro». Un auspicio che la calorosa accoglienza bergamasca ha fatto diventare eredità e che da Gerusalemme, con l’impegno e il ruolo del cardinale Pizzaballa, si apre al mondo.



