«Non credo che a breve o a medio termine sia possibile mettere in pratica la soluzione di due Stati nella terra di Palestina, ma occorre continuare a lavorare per la pace e, soprattutto, crederci». Questa una delle risposte più attese del dialogo a distanza tra il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, e il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana, per l’apertura dell’ottava edizione di “Milano Civil Week”.
La “Milano Civil Week”
La kermesse sul tema «Insieme. La società della fiducia» è promossa dal Corriere-Buone Notizie, dal Comune di Milano, dal Forum del Terzo Settore in collaborazione con il Centro Servizi per il Volontariato della Città Metropolitana. Rivolgendosi alle pratiche di prossimità, alla capacità delle comunità di organizzarsi e di rispondere insieme alle sfide del presente, valorizzando il contributo del Terzo settore come agente di coesione, l’iniziativa è vòlta a «promuovere la costruzione di una società fondata sulla fiducia reciproca, sulla corresponsabilità e sulla partecipazione attiva, specie nelle nuove generazioni». Così come hanno evidenziato negli interventi di apertura Elisabetta Soglio, responsabile di Buone Notizie, e Venanzio Postiglione, vicedirettore del Corsera. Hanno preso la parola anche il sindaco Beppe Sala – «oggi sono tanti i bisogni e tanto deve essere l’impegno e, in questo, Milano si conferma protagonista» -, Rossella Sacco, portavoce del Forum del Terzo Settore, e Maurizio Molinari, capo Ufficio del Parlamento europeo a Milano. In prima fila, accanto a loro, presente anche il vicario episcopale monsignor Luca Bressan.
Dopo la lettura di brani di alcuni celebri articoli di famose firme del quotidiano (dal primo direttore Eugenio Torelli Viollier a Luigi Albertini, da Pier Paolo Pasolini a Dino Buzzati, da Eugenio Montale a Fernanda Pivano e Tiziano Terzani), l’intervista con Pizzaballa ha preso avvio dalla Lettera pastorale inviata dal Cardinale alla sua Diocesi, che a breve diventerà un libro edito dalla Lev.
Avere fiducia
«Ci sono macerie, ci sono odii che probabilmente dureranno per decenni e, quindi, l’interrogativo è se le parole speranza e fiducia abbiano ancora un senso», chiede subito il direttore Fontana.
«Proprio in questo momento la speranza e la fiducia sono necessarie per non soccombere a quelli che vogliono distruggere tutto. Nella tragedia in cui siamo precipitati da qualche anno – prima della guerra c’era comunque un tessuto nella società che ancora resisteva – fiducia e speranza sono state messe veramente in grande difficoltà. Non dobbiamo confondere la speranza con una soluzione politica, perché sicuramente la politica, in questo momento, non aiuta ad aprire orizzonti. Nella società civile rimangono, però, degli anticorpi alla violenza: movimenti, associazioni, gruppi e soprattutto giovani che hanno voglia di mettersi in gioco per fare la differenza. Non cambieranno la situazione, ma sono una presenza che indica che è ancora possibile pensare insieme in maniera diversa, ciascuno con la propria storia e identità. In Medio Oriente le istituzioni religiose hanno un grande ruolo – la strumentalizzazione della religione è il vero problema -, tuttavia, finché c’è qualcuno disposto a mettere la sua vita in gioco per fare qualcosa per gli altri, la fiducia ha un suo spazio».
«Il Papa ha regalato al segretario di Stato americano Marco Rubio una penna di legno di ulivo, la pianta della pace. Come risponde la Chiesa all’accusa Usa di non comprendere la gravità di quello che può accadere con un Iran in possesso del nucleare?», chiede ancora Fontana.
Chiara la risposta: «Non darei troppo peso a queste affermazioni. La Chiesa riconosce la gravità della situazione: non viviamo sulla Luna, ma la questione è che non condividiamo la soluzione che si propone, la violenza che crea altra violenza e la guerra che non risolve nessuno dei problemi. Ho detto molte volte che la gravità della situazione deve essere affrontata dentro un contesto di legalità e di concorso internazionale, senza creare nuove vittime».
Anche perché – aggiunge Fontana, citando la Lettera del Patriarca – la guerra sembra essere diventata «un oggetto di idolatria e uno strumento normale di regolazione dei conflitti».
La guerra che conviene
«La guerra conviene a tanti, ma è anche una questione culturale – spiega Pizzaballa -. Quando vengono meno le idee e la politica non è capace di aprire orizzonti, di trovare percorsi per risolvere i conflitti, la soluzione più semplice sono le armi, anche se solo apparentemente, perché è facile iniziare le guerre, ma non è poi così facile concluderle anche perché non sai mai come finiscono».
Il pensiero va al 7 ottobre «come sintomo di un cambio di paradigma e di dimensione a livello globale», per usare le parole del Porporato citate in un’ulteriore domanda del direttore. «Così sembrerebbe – riflette il Patriarca -, perché in questo momento pare che conti solo il linguaggio della forza, che chi ha più soldi possa fare quello che vuole, decidendo liberamente fuori dalle regole e dai contesti internazionali. Questo ci deve provocare a prendere coscienza che siamo all’inizio, forse, di un nuovo periodo della storia e non dobbiamo permettere che siano solo alcuni a decidere per tutti. Oggi non possiamo prescindere dalla coscienza civile che ha ormai nel suo Dna la consapevolezza dei concetti di dignità, di rispetto dei diritti, di libertà che pongono un limite chiaro all’uso della forza. Dobbiamo prendere coscienza delle grandi novità che interpellano dal punto di vista morale, etico, diplomatico e politico».
«Cosa ha scavato nelle vite delle persone tanto da arrivare a compiere alcuni gesti sacrileghi?», si interroga Fontana. «Non si può generalizzare, la stragrande maggioranza della popolazione non è così, ma stiamo raccogliendo i frutti di anni di cultura del disprezzo in alcuni ambiti della società civile israeliana. È una frangia minoritaria, ma molto influente. Nel tempo dei social media tutto questo viene amplificato enormemente, creando un ambiente avvelenato dentro una società già molto faticosa da vivere. C’è un germe malato dentro la società che ha bisogno di attenzione e dobbiamo lavorarci. Ci sono moltissimi religiosi e laici disposti a collaborare per arginare questo fenomeno che sta diventando veramente preoccupante».
Hamas, Gaza e il Board of Peace sparito
Ma con Hamas al potere c’è futuro per i palestinesi? «No, non c’è per gran parte di loro. Abbiamo visto a cosa ha portato la loro strategia. Ripeto, la violenza da qualunque parte venga è sempre sbagliata e non costruisce. Per questo Hamas, che ha una radice di violenza, non è accettabile e non costruirà il futuro dei palestinesi. Va detto, comunque, che soprattutto ora Hamas a Gaza sta ancora controllando il territorio, ma nel resto della Palestina non ha l’influenza che forse molti pensano. Dal punto di vista pratico, direi che in questo momento è veramente impossibile pensare alla soluzione dei “due popoli e due Stati”, perché l’Autorità palestinese è molto indebolita, essendo più virtuale che reale. Però c’è il desiderio e bisogna trovare un’alternativa perché nessuno può togliere ai palestinesi il desiderio di avere la libertà a casa loro».
Utilizzare il nome di Dio per giustificare tutto questo è il peccato più grave dei nostri tempi? «Confermo – scandisce il Patriarca -, l’ho detto, lo penso e lo ribadisco con chiarezza, ed è per me motivo di grande dolore. Io ho passato tutta la mia vita nel dialogo e credo che si lo debba, soprattutto ora, riprendere con più forza di prima. Sicuramente l’interpretazione dei Testi usata per giustificare le proprie scelte di violenza è diventata è un abuso ed è inconcepibile. Non possiamo lasciare la narrativa del discorso religioso solo agli estremisti: abbiamo bisogno di religiosi che ancora credono possibile vivere insieme ciascuno con la propria identità».
Un’ultima battuta è sul Board of peace proposto dal Presidente degli Stati Uniti, a cui la Santa Sede ha deciso di non aderire e che sembra essere sparito. «Era chiaro, secondo noi fin dal principio, che non avrebbe potuto funzionare. La ricostruzione non è ancora cominciata e ha bisogno di un intervento internazionale. Il Board of peace è fatto da tante persone, ma non da quelle di Gaza e non ha, quindi, un legame col territorio».
Ma allora si può ancora sperare? «Si deve. Nei giorni scorsi ero a Tel Aviv dove c’erano migliaia di giovani israeliani e palestinesi determinati a fare qualcosa di diverso e a riconoscersi uno con l’altro. Anche per questo si può», ricorda il Patriarca e scatta subito l’applauso.



