Alessandra Baldi racconta l’evoluzione della sua storia personale e professionale, una vita “a tappe” nella quale il centro di interesse è mutato di volta in volta

di Stefania CECCHETTI

Alessandra Baldi
Alessandra Baldi

Prima chirurgo, poi agopunturista, oggi medico di famiglia a Milano. Alessandra Baldi inizia la nostra conversazione facendo una premessa: «Vorrei evitare di scivolare nel cliché della madre che non può fare il chirurgo perché la famiglia richiede un impegno che compete di più alle donne…». Ogni storia è a sé, dice con forza. E allora ascoltiamo la sua.

«All’inizio della carriera facevo il chirurgo, mi occupavo di trapianti – racconta -. Ero una donna single, totalmente orientata alla professione, molto contenta della mia vita. Per diversi anni ho lavorato in Belgio. Poi ho lasciato il campo dei trapianti per lavorare in un ospedale pubblico dell’hinterland milanese: pronto soccorso, guardie, ambulatorio, sala operatoria. Insomma, la normale routine di un chirurgo, se di routine possiamo parlare per questa professione».

Nel giro di pochissimi anni, la vita di Alessandra cambia radicalmente: «Ho incontrato mio marito in sala operatoria. In quattro e quattr’otto ci siamo sposati e abbiamo avuto tre figli. Abbiamo cambiato lavoro, abbiamo cambiato casa, lui è stato negli Usa». Un turbine che sposta letteralmente il centro di gravità di Alessandra: «Ci tenevo a stare con i miei bambini, mi pesava molto il distacco. Forse perché in quel periodo non mi trovavo molto bene sul lavoro o, chissà, perché sono proprio fatta così. Ho lasciato la chirurgia, ma non è stato affatto un sacrificio, non mi sono sentita frustrata per questo. Semplicemente si è spostato il mio centro di interesse. Ho concluso una fase della mia vita e ne ho iniziata un’altra».

Per Alessandra è l’occasione per rispolverare un sogno nel cassetto, l’agopuntura: «Mentre aspettavo il mio terzo figlio mi sono diplomata in agopuntura. Per diversi anni mi sono dedicata a un tipo di medicina più “tranquilla”, che mi ha permesso di stare con i miei figli e di occuparmi di mia mamma malata».

C’è anche una terza puntata, quella in cui Alessandra diventa medico di famiglia: «I figli sono cresciuti e la situazione familiare si è stabilizzata, certo. Ma non solo. A un certo punto mi sono resa conto che tutto lo studio e l’esperienza che avevo accumulato non potevano andare sprecati. Ho sentito di avere una responsabilità nei confronti della società». Già, perché il medico di famiglia non è un semplice passacarte, come si tende a credere: «È vero che la medicina è sempre più specializzata, ma spesso i pazienti vengono da me per chiedermi un parere sulle prescrizioni degli specialisti. È fondamentale avere un medico di fiducia con cui confrontarsi, che tenga le fila di tutto. Lo sta dimostrando anche l’emergenza Coronavirus, nella quale la medicina di base ha un ruolo molto importante».

Nella famiglia di Alessandra questa emergenza sanitaria ha messo ancora più in luce quanto l’amore per la medicina comporti sacrifici, anche familiari. Suo marito, primario all’ospedale di Lodi, è in prima linea nella lotta al virus: «Tra pazienti, videoconferenze con colleghi di Whuan e interviste con la Cnn, sta lavorando giorno e notte – racconta Alessandra -. Ma credo sia una bella lezione per i nostri figli: stanno toccando con mano che ogni lavoro comporta delle responsabilità, che vanno vissute fino alla fine. E non vale solo per il chirurgo, ma anche per l’idraulico che di domenica ripara un guasto e impedisce che la casa di un’anziana si allaghi».

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