Auschwitz settant’anni dopo, le atrocità di ieri e quelle di oggi. Ricordiamo le parole della Hillesum

di Paolo BUSTAFFA

Etty Hillesum

«Quel che fa paura è il fatto che certi sistemi possono crescere al punto da superare gli uomini e da tenerli stretti in una morsa diabolica, gli autori come le vittime». A 70 anni dalla liberazione del campo di sterminio nazista di Auschwitz, le parole di Etty Hillesum, giovane intellettuale olandese di origine ebraica, sembrano disegnare un ponte tra le atrocità di ieri e quelle di oggi. Etty avrebbe potuto salvarsi, ma scelse di non sottrarsi al destino del suo popolo e, dopo una retata ad Amsterdam, finì ad Auschwitz, dove morì.

Le pagine dei giornali e i servizi radiotelevisivi sono in questo tempo densi di racconti sulla “Giornata della Memoria”, mentre stragi terribili si ripetono senza sosta. Da parte dei media viene un segnale forte della volontà di non dimenticare, unito a quello di non ridurre il racconto del passato a esercizio puramente commemorativo.

Le tragedie, pur diverse nelle entità, nelle modalità e nelle finalità, rinnovano le domande sulla capacità della storia di scuotere la coscienza. Un diffuso senso di impotenza prende il sopravvento. La rassegnazione, l’indifferenza e la paura sempre più diventano sinonimi di realismo.

Ma dopo settant’anni dalla liberazione di Auschwitz una ragazza che ne conobbe e subì l’orrore mette in guardia. «Le minacce e il terrore – scrive Etty Hillesum – crescono di giorno in giorno. M’innalzo intorno la preghiera come un muro oscuro che offre riparo, mi ritiro nella preghiera come nella cella di un convento, ne esco fuori più “raccolta”, concentrata e forte. Questo ritirarmi nella chiusa cella della preghiera, diventa per me una realtà sempre più grande. Dappertutto c’erano cartelli che ci vietavano la strada per la campagna.  Ma sopra quell’unico pezzo di strada che ci rimane c’è pur sempre il cielo, tutto quanto. Non possono farci nulla, non possono veramente farci niente».

Ma come è possibile che di fronte alla distruzione sistematica di milioni di persone qualcuno potesse pensare così? E come è possibile pensare così anche oggi? Ai bordi di una cronaca che si intreccia con la storia si rimane con queste domande aperte.

Ma torna Etty Hillesum a scuotere. «L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi e anche l’unica che veramente conti è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì mio Dio sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi».

Non è per nulla facile seguire un sentiero come questo, che si snoda a quote così alte da provocare le vertigini a chi cammina ai bordi della cronaca. Meglio essere realisti, un po’ pessimisti nel seguire le analisi, i commenti, le notizie. Ci sono tanti buoni motivi per questa scelta. Ma un altro affondo di Etty Hillesum scompagina la coscienza alla ricerca di una sicurezza. «La miseria che c’è qui è veramente terribile, eppure alla sera tardi quando il giorno si è inabissato dentro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato e allora dal mio cuore s’innalza sempre una voce: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. Possiamo soffrire, ma non dobbiamo soccombere».

Parole scritte in una baracca di Auschwitz: a distanza di 70 anni dalla liberazione di quel campo e in scenari molto diversi, mantengono intatta la loro forza.

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