L’affermazione della figura femminile va oltre la rivendicazione di spazi e ruoli. L’esperienza del gruppo “Magnificat”, unito dalla fede, dall’ambrosianità e dalla volontà di confrontarsi su temi cruciali

di Annamaria BRACCINI

donne

Non è questione di “quote rosa”, ma di qualcosa di molto più importante e profondo. Oggi è l’8 marzo, la Festa della donna, ma forse la parità vera sarà raggiunta solo quando questa ricorrenza verrà cancellata dal calendario, perché non vi sarà più necessità di considerarci una realtà “a parte”. Insomma, una categoria protetta, non nel senso della fondamentale protezione – da incrementare, che si deve a ogni persona, soprattutto se in condizione di fragilità o di discriminazione -, bensì in quello di una presunta, ma sostanziale e genetica debolezza da preservare.

Se i femminicidi sono la drammatica punta di un iceberg che spesso non vogliamo vedere, anche la diffusa ironia sull’“avanzare” dell’altra metà del cielo non fa bene né agli uomini, né alle donne e, quindi, alla società. Parità non vuole dire omologazione, la differenza c’è e rimane: certamente, tanti passi avanti – alcuni impensabili fino a pochi anni fa -, sono stati fatti, come testimonia la presenza femminile nelle più diverse professioni, anche se magari lo stipendio è ancora più basso e l’accesso ai ruoli di vertice molto più difficile rispetto ai colleghi maschi.

In tutto questo le donne credenti sentono di avere una responsabilità in più. Ci consideriamo «autorizzate a pensare», volendo dire «benvenuto futuro» e, per questo, per esempio, 12 donne ambrosiane – dopo un invito del tutto informale venuto dall’Arcivescovo – hanno creato il gruppo “Magnificat” (nome scelto non a caso) e di aprire un blog www.magnificatnet.it, per un confronto aperto sui temi che riteniamo cruciali: la violenza, la condizione femminile nel mondo, il rapporto intergenerazionale, la trasmissione della fede…

Professioni, ruoli ed età sono differenti: a unire è appunto la fede e l’appartenenza alla “nostra” Chiesa, vissuta nella convinzione di essere eredi di una grande vicenda ecclesiale universale e di “sorelle maggiori” di stampo tutto ambrosiano, alle quali siamo orgogliosamente grate, viaggiando con passione nella quotidianità, guardando al domani con fiducia e con quella speranza tipicamente femminile, capace di “prendersi cura” e di non cedere mai al lamento.

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