A 51 anni dal sequestro e dall’omicidio di Cristina Mazzotti, ieri al Tribunale di Como la Corte d’assise ha emesso le sentenze del processo a imputati accusati di sequestro di persona e di omicidio volontario, per i quali la Procura antimafia di Milano avevo chiesto la condanna all’ergastolo. E all’ergastolo sono stati condannati Giuseppe Calabrò, 81 anni e Demetrio Latella, 71 anni, unico reo confesso; Antonio Talia, settantenne, è invece stato assolto per non avere commesso il fatto. In aula era presenti i nipoti di Cristina Mazzotti e una settantina di studenti di diverse scuole superiori e in rappresentanza dell’associazione Libera.
Pubblichiamo l’intervista a Emilio Magni, cronista e scrittore che seguì da vicino la vicenda, pubblicata sul numero di settembre de Il Segno.
Un crimine efferato, i cui sviluppi giudiziari sono oggi alla ribalta della cronaca. Una storia drammatica, oggetto di tesi di laurea e monologhi teatrali. È il sequestro di Cristina Mazzotti, studentessa milanese rapita nella notte tra il 30 giugno e l’1 luglio 1975 a Eupilio (Como) e ritrovata morta il 1° settembre in una discarica di Galliate (Novara).
Da cinquant’anni il nome di Cristina – la prima donna sequestrata nel nostro Paese – è legato indissolubilmente alla sua tragica vicenda. Come se fino a quella notte non fosse mai esistita. Come se il sequestro e l’omicidio, oltre alla libertà e alla vita, le avessero sottratto pure la personalità. Anche per renderle giustizia in questo senso Emilio Magni – decano dei giornalisti comaschi, all’epoca redattore del quotidiano “La Provincia” – ha scritto Il rapimento Cristina Mazzotti. Una buca, 5 centimetri d’aria (Mursia, 178 pagine, € 14). Il suo ritratto è il frutto di testimonianze raccolte da familiari e amici: «Cristina era una ragazza gioiosa, cordiale, sempre sorridente, entusiasta della vita. E al tempo stesso molto misurata, discreta, riservata».
Il rapimento e la prigionia
L’estate del 1975 per Cristina – detta Cri-Cri – è quella dei diciotto anni, della promozione all’ultimo anno di liceo, delle vacanze nella villa di Eupilio dove la sua famiglia si trasferisce da Milano, delle serate in compagnia. Viene rapita nei pressi di casa, di ritorno da una di queste serate, trascorsa col fidanzato e l’amica più cara. Il sequestro è ideato dalla ’ndrangheta calabrese, che ne affida l’esecuzione a un suo emissario al Nord. La manovalanza incaricata di custodire la ragazza, però, è composta da balordi senza esperienza di queste “pratiche”. Così Cristina viene segregata in una cascina a Castelletto Ticino (Novara) in condizioni allucinanti. È costretta in una buca in cui non può stare eretta, dove l’aria arriva attraverso un tubo di plastica del diametro di cinque centimetri. Nutrita poco e male, viene imbottita a fasi alterne di tranquillanti per essere sedata e di eccitanti per “ridestarsi” e comunicare con i familiari. Una ferocia ancor più sconcertante se si pensa che tra i carcerieri ci sono due donne.
Helios Mazzotti, padre di Cristina, lavora nell’importazione di cereali dall’Argentina, ma la prima richiesta di riscatto – cinque miliardi di lire – è sproporzionata alle sue risorse finanziarie. Sono settimane di angoscia in un territorio – Como, Lecco, la Brianza – in quegli anni teatro di una ventina di sequestri.
Le indagini e il tragico epilogo
«Venivo continuamente avvicinato da persone in cerca di notizie – ricorda Magni -. Io ero “il giornalista”, dovevo per forza sapere qualcosa…». In effetti, a metà agosto, in uno dei suoi contatti con le forze dell’ordine, Magni scopre che, grazie a pedinamenti e intercettazioni, è stato individuato il telefonista della banda. Nel frattempo, i Mazzotti hanno pagato il riscatto, “ridotto” a un miliardo e 50 milioni. Ma il destino di Cristina è già segnato. Il telefonista, arrestato e messo alle strette, confessa che la ragazza, stremata dalla criminale stupidità dei suoi aguzzini, è morta. Rivela anche il luogo della barbara sepoltura: una discarica di rifiuti a Galliate.
È la sera del 1° settembre. Oltre che testimone dei fatti, nella vicenda Magni è coinvolto anche personalmente, perché conosce benissimo i nonni, i genitori e gli zii di Cristina. Per questo Gianni De Simoni, direttore de “La Provincia”, lo invia a Eupilio, perché informi i familiari prima che vengano a saperlo dalla televisione.
«Al cancello trovai uno zio della ragazza e glielo dissi – racconta -. Ma appena entrai udii un grido raggelante: temendo che non facessi in tempo, il direttore aveva telefonato lui. E poi dovetti spiegare dove era stato ritrovato il cadavere». Già sofferente di cuore, Helios Mazzotti sarà stroncato da un infarto l’anno successivo.
Le rivelazioni del telefonista consentono di arrestare gli altri membri della banda. Nei giorni successivi Magni e alcuni cronisti visitano la cascina di Castelletto Ticino e vedono la buca: «Una collega si sentì mancare. Al momento del trasferimento dalla Questura di Como i carcerieri di Cristina rischiarono il linciaggio».
Il processo
L’Italia freme di orrore e indignazione. Al processo gli imputati sono accusati di omicidio «per dolo eventuale»: «Una trovata geniale di Canfora, il Pubblico ministero – spiega Magni -. Cristina non fu materialmente uccisa, ma morì a causa delle condizioni disumane a cui fu sottoposta». E gli ergastoli fioccano. In tempi recentissimi, grazie ai moderni rilievi sulle impronte digitali rinvenute nell’auto da cui fu prelevata la ragazza, sono stati individuati anche gli esecutori materiali del sequestro: il loro processo è in corso. Rimane invece il mistero sul riscatto, solo parzialmente rintracciato: «Una parte fu distribuita in Calabria, il resto probabilmente fu riciclato tra cambisti e casinò della Costa Azzurra».
Cinquant’anni dopo Magni conserva un’immagine nitida: «Tutte le sere, tornando a Erba dove abitavo, passavo al bar Bosisio, popolare ritrovo di gente di tutte le età, compresa la compagnia di Cristina. Un giorno ci capitai con mia figlia Benedetta, molto piccola. Cristina, che mi conosceva e mi salutava sempre, la vide e le sorrise: “Che bella bambina!”. La fece sedere sui gradini d’ingresso e le regalò un chewing gum. Ancora oggi, quando ci passo davanti, rivedo quella scena».



