Una famiglia nell'abbraccio della gente


Redazione

Che dire sul caso di Yara, la tredicenne bergamasca da giorni scomparsa e ricercata con un grande sforzo quotidiano da centinaia di volontari oltre che, naturalmente, dalle forze dell’ordine? In realtà la parola più forte è forse il silenzio della famiglia, così inusuale nella nostra società mediatica. Un silenzio delicato, accompagnato dalla richiesta ferma e gentile allo stesso tempo, di essere lasciati “tranquilli” – se si può usare un termine simile – di fronte a un dolore che deve essere un’enormità.
Tranquilli, ma non soli. Perché probabilmente la famiglia di Yara non si sente sola. Sa di poter contare su relazioni vere, su persone vicine, capaci di rispettare sentimenti, angosce, paure. Vede, anche, sicuramente, come un’intera comunità si sta muovendo, cerca di mostrare in concreto vicinanza e condivisione. Anche e forse soprattutto pregando, come è successo in parrocchia, a Brembate. Quante persone, poi, hanno passato e passano ore al freddo, tra i campi e i boschi, per dare anche loro una mano, coinvolgendosi volontariamente in un dramma familiare che è diventato collettivo. No, la famiglia di Yara non è sola.
A fianco del silenzio dei familiari ci sono le parole delle televisioni e dei giornali. Qualcuna davvero di troppo. Come quelle di chi non ha esitato a sparare in prima pagina conclusioni affrettate, a descrivere piste investigative rivelatesi inesistenti e invece accreditate con una sicurezza che poteva far credere a ben altri fondamenti. Senza riflettere sulle conseguenze nei pensieri e nel cuore di chi sta a fatica reggendo la tensione di questi giorni.
È vero che i media devono parlare “per forza” e che vi è anche una grande energia positiva che si sprigiona dall’attività di informazione, che permette a ogni persona di immedesimarsi e di partecipare anche all’esistenza altrui, magari cogliendo le dimensioni virtuose della responsabilità collettiva e della condivisione, oggi non facili.
Tuttavia serve sempre di più un grande esercizio di serietà da parte degli operatori dell’informazione, la capacità di mantenersi sul filo del rispetto delle persone e della ricerca della verità che viene prima di ogni altra esigenza, audience e vendite comprese.
Naturalmente speriamo che la vicenda di Yara possa concludersi per il meglio – tutte le piste sono aperte, dicono gli investigatori – e vorremmo anche noi essere vicini alla piccola grande famiglia di Brembate. Senza aggiungere altre parole, con un abbraccio. Che dire sul caso di Yara, la tredicenne bergamasca da giorni scomparsa e ricercata con un grande sforzo quotidiano da centinaia di volontari oltre che, naturalmente, dalle forze dell’ordine? In realtà la parola più forte è forse il silenzio della famiglia, così inusuale nella nostra società mediatica. Un silenzio delicato, accompagnato dalla richiesta ferma e gentile allo stesso tempo, di essere lasciati “tranquilli” – se si può usare un termine simile – di fronte a un dolore che deve essere un’enormità.Tranquilli, ma non soli. Perché probabilmente la famiglia di Yara non si sente sola. Sa di poter contare su relazioni vere, su persone vicine, capaci di rispettare sentimenti, angosce, paure. Vede, anche, sicuramente, come un’intera comunità si sta muovendo, cerca di mostrare in concreto vicinanza e condivisione. Anche e forse soprattutto pregando, come è successo in parrocchia, a Brembate. Quante persone, poi, hanno passato e passano ore al freddo, tra i campi e i boschi, per dare anche loro una mano, coinvolgendosi volontariamente in un dramma familiare che è diventato collettivo. No, la famiglia di Yara non è sola.A fianco del silenzio dei familiari ci sono le parole delle televisioni e dei giornali. Qualcuna davvero di troppo. Come quelle di chi non ha esitato a sparare in prima pagina conclusioni affrettate, a descrivere piste investigative rivelatesi inesistenti e invece accreditate con una sicurezza che poteva far credere a ben altri fondamenti. Senza riflettere sulle conseguenze nei pensieri e nel cuore di chi sta a fatica reggendo la tensione di questi giorni.È vero che i media devono parlare “per forza” e che vi è anche una grande energia positiva che si sprigiona dall’attività di informazione, che permette a ogni persona di immedesimarsi e di partecipare anche all’esistenza altrui, magari cogliendo le dimensioni virtuose della responsabilità collettiva e della condivisione, oggi non facili.Tuttavia serve sempre di più un grande esercizio di serietà da parte degli operatori dell’informazione, la capacità di mantenersi sul filo del rispetto delle persone e della ricerca della verità che viene prima di ogni altra esigenza, audience e vendite comprese.Naturalmente speriamo che la vicenda di Yara possa concludersi per il meglio – tutte le piste sono aperte, dicono gli investigatori – e vorremmo anche noi essere vicini alla piccola grande famiglia di Brembate. Senza aggiungere altre parole, con un abbraccio.

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