Natale 2010: intervista con il Custode padre Pierbattista Pizzaballa, tra l'aumento dei pellegrinaggi e l'incedere difficoltoso dei negoziati tra israeliani e palestinesi

a cura di Daniele ROCCHI
Redazione

La Terra Santa si prepara al Natale lasciandosi dietro un anno particolarmente intenso, in cui luci e ombre, speranze e illusioni, si sono alternate e intrecciate continuamente. Tra queste, il boom dei pellegrinaggi (a fine novembre erano più di tre milioni i visitatori giunti in Israele e sui Luoghi Santi, numero destinato a salire con il Natale), la ripresa dei negoziati diretti tra israeliani e palestinesi infrantisi contro l’espansione degli insediamenti ebraici, la celebrazione del Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente e le attese future dei cattolici.
Il tutto sullo sfondo delle violenze anticristiane, in particolare in Iraq ed Egitto, che preoccupano non poco Benedetto XVI che, nei suoi discorsi e non ultimo, nel messaggio per la Giornata mondiale della Pace, invoca il rispetto della minoranza cristiana – «nella situazione attuale la più oppressa e tormentata» – e della libertà religiosa, considerata «via per la pace». Alla vigilia del Natale ecco le riflessioni del Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa.

Dopo le tante violenze anticristiane che hanno scandito il 2010 che Natale sarà?
Ci lasciamo alle spalle un anno molto difficile. Ma purtroppo non è una novità. Forse quest’anno, più che nei precedenti, i numeri delle violenze sono stati impietosi ma se ne è anche parlato di più sui canali d’informazione. L’interesse dei media alle violenze anticristiane è stato un dato positivo ed ha riportato l’attenzione di molta parte dell’opinione pubblica su questa grave situazione. La persecuzione, di cui si è parlato anche nel Sinodo per il Medio Oriente, ci dice che la presenza cristiana in questa area è importante, delicata ma fragile e, quindi, esposta. Dobbiamo denunciarlo con forza muovendo i passi necessari perché tutto ciò finisca, e mantenendo viva l’attenzione attraverso i media. Ma la persecuzione ci ricorda anche che dopo 2000 anni non è cambiato molto: i cristiani restano una minoranza, sempre minacciata, ma nonostante tutto presente e ricca di fede.

Due mesi fa la chiusura del Sinodo per il Medio Oriente: un momento unico, storico per le Chiese mediorientali…
La comunità cristiana è ancora in fermento per il Sinodo e per ciò che questa Assise ha prodotto in termini di Proposizioni finali. Le attese tra i fedeli sono molto forti. La speranza è che il Sinodo porti un nuovo spirito nella vita delle loro comunità. Per questo auspicano che i pastori, i vescovi, elaborino in maniera pratica le conclusioni emerse. Essi non vogliono far cadere questa opportunità che è stata l’Assemblea speciale dei vescovi. Il Natale sarà anche il momento per ringraziare per il dono del Sinodo e per ripartire a livello pastorale.

Questo Natale poteva essere ricordato come quello della riapertura dei negoziati diretti tra israeliani e palestinesi. Una speranza vana?
La situazione resta intricata. Ci sono tante iniziative, anche di alto livello, come la ripresa dei negoziati tra israeliani e palestinesi, voluti dal presidente Usa Barack Obama. Purtroppo non stanno dando i frutti che tutti auspicavano e non stanno aprendo particolari prospettive almeno nell’immediato futuro. Tuttavia la cosa importante del negoziato è il negoziato stesso che tiene vivo un canale di comunicazione e nell’opinione pubblica la consapevolezza che il dialogare è meglio che restare in silenzio.

Per recarsi a Betlemme, alla Natività, bisogna attraversare il muro di sicurezza israeliano. Potremo mai abituarci a questa realtà?
Difficile rispondere. Forse è meglio lasciare aperta la domanda e non abituarsi alla realtà di molte zone della Terra Santa che vedono il muro e la mangiatoia, l’una accanto all’altra. Betlemme ne è l’esempio più chiaro ed evidente. Nonostante i muri, e una situazione così intricata e difficile, Natale ci dice che l’opera di Dio prevale. Dobbiamo crederci e fidarci. Non saranno certo solo i nostri interventi a cambiare o liberare il mondo. Il Natale ci deve fare aprire gli occhi e la bocca di fronte al momento difficile di adesso, e con sano realismo, mantenere un atteggiamento di fiducia, senza portare rancore. Il primo passo della pace è credere che Dio può cambiare il cuore delle persone.

Oltre al presidente palestinese Abu Mazen, quest’anno alla Messa di Mezzanotte a Betlemme, parteciperanno anche alcuni europarlamentari. Qual è il significato di questa presenza?
Spero che questa scelta dia seguito a gesti concreti di sostegno e di riflessioni politiche circa i temi del rispetto delle minoranze e della libertà religiosa.

Cosa chiede per la Terra Santa in questo Natale?
Non saprei. Lascerei che ad ispirare le nostre preghiere e richieste per questo Natale sia il Signore stesso e la sua Provvidenza. La Terra Santa si prepara al Natale lasciandosi dietro un anno particolarmente intenso, in cui luci e ombre, speranze e illusioni, si sono alternate e intrecciate continuamente. Tra queste, il boom dei pellegrinaggi (a fine novembre erano più di tre milioni i visitatori giunti in Israele e sui Luoghi Santi, numero destinato a salire con il Natale), la ripresa dei negoziati diretti tra israeliani e palestinesi infrantisi contro l’espansione degli insediamenti ebraici, la celebrazione del Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente e le attese future dei cattolici.Il tutto sullo sfondo delle violenze anticristiane, in particolare in Iraq ed Egitto, che preoccupano non poco Benedetto XVI che, nei suoi discorsi e non ultimo, nel messaggio per la Giornata mondiale della Pace, invoca il rispetto della minoranza cristiana – «nella situazione attuale la più oppressa e tormentata» – e della libertà religiosa, considerata «via per la pace». Alla vigilia del Natale ecco le riflessioni del Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa.Dopo le tante violenze anticristiane che hanno scandito il 2010 che Natale sarà?Ci lasciamo alle spalle un anno molto difficile. Ma purtroppo non è una novità. Forse quest’anno, più che nei precedenti, i numeri delle violenze sono stati impietosi ma se ne è anche parlato di più sui canali d’informazione. L’interesse dei media alle violenze anticristiane è stato un dato positivo ed ha riportato l’attenzione di molta parte dell’opinione pubblica su questa grave situazione. La persecuzione, di cui si è parlato anche nel Sinodo per il Medio Oriente, ci dice che la presenza cristiana in questa area è importante, delicata ma fragile e, quindi, esposta. Dobbiamo denunciarlo con forza muovendo i passi necessari perché tutto ciò finisca, e mantenendo viva l’attenzione attraverso i media. Ma la persecuzione ci ricorda anche che dopo 2000 anni non è cambiato molto: i cristiani restano una minoranza, sempre minacciata, ma nonostante tutto presente e ricca di fede.Due mesi fa la chiusura del Sinodo per il Medio Oriente: un momento unico, storico per le Chiese mediorientali…La comunità cristiana è ancora in fermento per il Sinodo e per ciò che questa Assise ha prodotto in termini di Proposizioni finali. Le attese tra i fedeli sono molto forti. La speranza è che il Sinodo porti un nuovo spirito nella vita delle loro comunità. Per questo auspicano che i pastori, i vescovi, elaborino in maniera pratica le conclusioni emerse. Essi non vogliono far cadere questa opportunità che è stata l’Assemblea speciale dei vescovi. Il Natale sarà anche il momento per ringraziare per il dono del Sinodo e per ripartire a livello pastorale.Questo Natale poteva essere ricordato come quello della riapertura dei negoziati diretti tra israeliani e palestinesi. Una speranza vana?La situazione resta intricata. Ci sono tante iniziative, anche di alto livello, come la ripresa dei negoziati tra israeliani e palestinesi, voluti dal presidente Usa Barack Obama. Purtroppo non stanno dando i frutti che tutti auspicavano e non stanno aprendo particolari prospettive almeno nell’immediato futuro. Tuttavia la cosa importante del negoziato è il negoziato stesso che tiene vivo un canale di comunicazione e nell’opinione pubblica la consapevolezza che il dialogare è meglio che restare in silenzio.Per recarsi a Betlemme, alla Natività, bisogna attraversare il muro di sicurezza israeliano. Potremo mai abituarci a questa realtà?Difficile rispondere. Forse è meglio lasciare aperta la domanda e non abituarsi alla realtà di molte zone della Terra Santa che vedono il muro e la mangiatoia, l’una accanto all’altra. Betlemme ne è l’esempio più chiaro ed evidente. Nonostante i muri, e una situazione così intricata e difficile, Natale ci dice che l’opera di Dio prevale. Dobbiamo crederci e fidarci. Non saranno certo solo i nostri interventi a cambiare o liberare il mondo. Il Natale ci deve fare aprire gli occhi e la bocca di fronte al momento difficile di adesso, e con sano realismo, mantenere un atteggiamento di fiducia, senza portare rancore. Il primo passo della pace è credere che Dio può cambiare il cuore delle persone.Oltre al presidente palestinese Abu Mazen, quest’anno alla Messa di Mezzanotte a Betlemme, parteciperanno anche alcuni europarlamentari. Qual è il significato di questa presenza?Spero che questa scelta dia seguito a gesti concreti di sostegno e di riflessioni politiche circa i temi del rispetto delle minoranze e della libertà religiosa.Cosa chiede per la Terra Santa in questo Natale?Non saprei. Lascerei che ad ispirare le nostre preghiere e richieste per questo Natale sia il Signore stesso e la sua Provvidenza.

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