Appelli all'unità dopo la tragedia di Smolensk

di Anna T. KOWALEWSKA
Redazione

Gli appelli all’unità di fronte alla tragedia nazionale, ripetuti oggi nella Polonia “decapitata” – senza presidente, senza numerosi parlamentari e alti funzionari dello Stato, senza i vertici delle forze armate -, trovano conferma nelle biografie degli scomparsi nella catastrofe aerea di Smolensk.
A bordo del velivolo viaggiava il novantenne Ryszard Kaczorowski, ultimo presidente dei polacchi in esilio, che solo dopo la liberazione del Paese dal giogo comunista, nel 1990, ha potuto consegnare la sua carica al democraticamente eletto Lech Walesa. Il presidente Lech Kaczynski, più volte accusato di russofobia e di nazionalpopulismo, non solo era figlio di un membro della resistenza antifascista, che aveva preso parte all’insurrezione di Varsavia nel 1944, ma lui stesso, nei lunghi anni del regime comunista, era vissuto nel terrore di arresti, torture e minacce di morte. Era cattolico, nonostante fosse cresciuto in un’epoca in cui a scuola bisognava nascondere, pena l’espulsione, di frequentare le lezioni del catechismo. Membro di Solidarnosc sin dalla prima ora, oggi Kaczynski viene ricordato come fedele servitore della patria alla quale voleva soprattutto assicurare un posto adeguato in Europa, obiettivo che gli era costato più volte l’accusa di essere un euroscettico.
A bordo del Tupolev 154 c’era pure il cinquantottenne Jerzy Szmajdzinski, un ex comunista, nel passato esponente del Partito operaio unificato polacco, quindi membro dell’Alleanza della sinistra democratica e vicepresidente della Camera, nonché candidato alle prossime elezioni presidenziali. Sullo stesso velivolo aveva preso posto anche l’ottantunenne Anna Walentynowicz, autentica “leggenda” dei cantieri navali di Danzica. Nel 1980, a causa del suo licenziamento, scoppiarono i primi scioperi che nel 1989 avrebbero portato alla caduta del Muro di Berlino. Insieme a loro, sulle scomode poltroncine dell’aereo sedevano numerosi senatori e deputati di tutti gli schieramenti, con l’ex presidente della Camera Maciej Plazynski, molti alti funzionari dello Stato ed esponenti delle varie Chiese. C’era anche il rev. Ryszard Rumianek, rettore dell’Università intitolata al cardinale Stefan Wyszynski, e il cappellano presidenziale padre Roman Indrzejczyk. C’erano i vertici di tutte le Forze armate, insieme al capo di Stato maggiore, Franciszek Gagor, nonché alcuni dei familiari delle vittime di Katyn, e di altri eccidi perpetrati sul territorio dell’Unione Sovietica.
«Settant’anni fa fu versato il sangue innocente di migliaia di nostri connazionali la cui unica colpa era quella di voler servire il proprio Paese. Per decine di anni quel crimine è stato accompagnato da un altro delitto – la menzogna. Entrambi hanno diviso i popoli vicini non permettendo alle ferite di cicatrizzarsi», ha detto nell’omelia della messa di domenica 11 aprile, a Lagiewniki, il cardinale Stanislaw Dziwisz. Per cinquant’anni sono rimasti nell’ombra non solo i 15 mila morti di Katyn, spacciati dalla propaganda sovietica per vittime di Hitler, ma anche gli oltre 7 mila trucidati in altri luoghi dello smisurato territorio dell’impero di Stalin, e altri 4 mila rimasti senza nome e senza tomba e di cui fino a oggi non si è trovata alcuna traccia, così come i circa 120 mila polacchi, trucidati durante le purghe staliniane nella seconda metà degli anni Trenta e mai esistiti secondo la propaganda ufficiale.
Nel 70° anniversario dell’eccidio, il presidente Kaczynski aveva deciso di commemorare le vittime del regime staliniano recandosi a Katyn insieme ai loro familiari in un momento diverso dalla rievocazione ufficiale del 7 aprile scorso, durante la quale, per la prima volta nella storia, il premier Putin e il premier polacco Tusk avevano reso omaggio insieme alle vittime dell’eccidio. Per ragioni protocollari, una visita ufficiale del Capo di Stato polacco avrebbe richiesto la presenza del presidente Medvedev, mentre gli accordi, raggiunti dopo un lungo travaglio diplomatico, prevedevano l’incontro formale solo tra i capi dei rispettivi Governi.
Di fronte a quest’evento l’opinione pubblica polacca non si è spaccata tra coloro che pretendono le scuse ufficiali di Mosca e coloro che da queste scuse possono prescindere. Forse anche perché il significato del gesto di Putin, che in ginocchio si fa il segno della croce davanti alle tombe dei militari polacchi trucidati da Stalin, travalica un mero atto di prosternazione ufficiale. La spaccatura esiste, tuttavia, tra chi nell’ordine instaurato a Yalta vede una logica prosecuzione di processi storici, e chi in nome della verità della storia ha sempre deciso di non dimenticare i morti di Katyn.
L’appello all’unità, quindi, è rivolto in primo luogo a queste due correnti coesistenti a pieno titolo in una società democratica qual è quella polacca di oggi. In secondo luogo, l’appello è rivolto a coloro che in una breve campagna elettorale prima delle elezioni presidenziali (che nella situazione attuale devono tenersi necessariamente entro la fine di giugno) potrebbero, per guadagnare consensi, inasprire i toni e portare all’esasperazione una parte dell’opinione pubblica assai scossa dall’accaduto, e quindi particolarmente reattiva. In questo contesto l’appello si rivolge anche ai media, la cui influenza sulla società civile, in regime di democrazia e senza alcuna censura, potrebbe risultare decisiva per la ragione di Stato polacco.
L’appello all’unità ha, però, anche dei destinatari fuori dalla Polonia. Il primo di questi è la Russia, che adesso potrebbe essere reputata colpevole di un’altra strage: quella dell’aereo presidenziale che forse non si sarebbe schiantato se la torre di controllo dell’aeroporto di Smolensk fosse stata dotata di adeguati e moderni sistemi di sicurezza. Il commentatore di una delle radio moscovite, Matvej Ganapolski, rattristato per il fatto che ancora una volta i polacchi hanno dovuto sperimentare in terra russa un immenso dolore, ha sottolineato che questo duplice tributo di sangue, quello odierno e quello di settant’anni fa, potrebbe di nuovo mettere a dura prova i due popoli e le loro reciproche relazioni. Che queste, però, possano evolvere in maniera positiva è convinto Adam Rotfeld, ex ministro degli Esteri polacco e capo del gruppo russo-polacco per i problemi difficili, che considera molto significative le condoglianze presentate ai polacchi sia da Putin, sia da Medvedev. Lo è anche il cardinale Dziwisz che domenica 11 aprile ha concluso la sua omelia affermando: «L’ultima parola non spetta né al male, né alla morte, ma all’amore e alla vita che non ha fine». Gli appelli all’unità di fronte alla tragedia nazionale, ripetuti oggi nella Polonia “decapitata” – senza presidente, senza numerosi parlamentari e alti funzionari dello Stato, senza i vertici delle forze armate -, trovano conferma nelle biografie degli scomparsi nella catastrofe aerea di Smolensk.A bordo del velivolo viaggiava il novantenne Ryszard Kaczorowski, ultimo presidente dei polacchi in esilio, che solo dopo la liberazione del Paese dal giogo comunista, nel 1990, ha potuto consegnare la sua carica al democraticamente eletto Lech Walesa. Il presidente Lech Kaczynski, più volte accusato di russofobia e di nazionalpopulismo, non solo era figlio di un membro della resistenza antifascista, che aveva preso parte all’insurrezione di Varsavia nel 1944, ma lui stesso, nei lunghi anni del regime comunista, era vissuto nel terrore di arresti, torture e minacce di morte. Era cattolico, nonostante fosse cresciuto in un’epoca in cui a scuola bisognava nascondere, pena l’espulsione, di frequentare le lezioni del catechismo. Membro di Solidarnosc sin dalla prima ora, oggi Kaczynski viene ricordato come fedele servitore della patria alla quale voleva soprattutto assicurare un posto adeguato in Europa, obiettivo che gli era costato più volte l’accusa di essere un euroscettico.A bordo del Tupolev 154 c’era pure il cinquantottenne Jerzy Szmajdzinski, un ex comunista, nel passato esponente del Partito operaio unificato polacco, quindi membro dell’Alleanza della sinistra democratica e vicepresidente della Camera, nonché candidato alle prossime elezioni presidenziali. Sullo stesso velivolo aveva preso posto anche l’ottantunenne Anna Walentynowicz, autentica “leggenda” dei cantieri navali di Danzica. Nel 1980, a causa del suo licenziamento, scoppiarono i primi scioperi che nel 1989 avrebbero portato alla caduta del Muro di Berlino. Insieme a loro, sulle scomode poltroncine dell’aereo sedevano numerosi senatori e deputati di tutti gli schieramenti, con l’ex presidente della Camera Maciej Plazynski, molti alti funzionari dello Stato ed esponenti delle varie Chiese. C’era anche il rev. Ryszard Rumianek, rettore dell’Università intitolata al cardinale Stefan Wyszynski, e il cappellano presidenziale padre Roman Indrzejczyk. C’erano i vertici di tutte le Forze armate, insieme al capo di Stato maggiore, Franciszek Gagor, nonché alcuni dei familiari delle vittime di Katyn, e di altri eccidi perpetrati sul territorio dell’Unione Sovietica.«Settant’anni fa fu versato il sangue innocente di migliaia di nostri connazionali la cui unica colpa era quella di voler servire il proprio Paese. Per decine di anni quel crimine è stato accompagnato da un altro delitto – la menzogna. Entrambi hanno diviso i popoli vicini non permettendo alle ferite di cicatrizzarsi», ha detto nell’omelia della messa di domenica 11 aprile, a Lagiewniki, il cardinale Stanislaw Dziwisz. Per cinquant’anni sono rimasti nell’ombra non solo i 15 mila morti di Katyn, spacciati dalla propaganda sovietica per vittime di Hitler, ma anche gli oltre 7 mila trucidati in altri luoghi dello smisurato territorio dell’impero di Stalin, e altri 4 mila rimasti senza nome e senza tomba e di cui fino a oggi non si è trovata alcuna traccia, così come i circa 120 mila polacchi, trucidati durante le purghe staliniane nella seconda metà degli anni Trenta e mai esistiti secondo la propaganda ufficiale.Nel 70° anniversario dell’eccidio, il presidente Kaczynski aveva deciso di commemorare le vittime del regime staliniano recandosi a Katyn insieme ai loro familiari in un momento diverso dalla rievocazione ufficiale del 7 aprile scorso, durante la quale, per la prima volta nella storia, il premier Putin e il premier polacco Tusk avevano reso omaggio insieme alle vittime dell’eccidio. Per ragioni protocollari, una visita ufficiale del Capo di Stato polacco avrebbe richiesto la presenza del presidente Medvedev, mentre gli accordi, raggiunti dopo un lungo travaglio diplomatico, prevedevano l’incontro formale solo tra i capi dei rispettivi Governi.Di fronte a quest’evento l’opinione pubblica polacca non si è spaccata tra coloro che pretendono le scuse ufficiali di Mosca e coloro che da queste scuse possono prescindere. Forse anche perché il significato del gesto di Putin, che in ginocchio si fa il segno della croce davanti alle tombe dei militari polacchi trucidati da Stalin, travalica un mero atto di prosternazione ufficiale. La spaccatura esiste, tuttavia, tra chi nell’ordine instaurato a Yalta vede una logica prosecuzione di processi storici, e chi in nome della verità della storia ha sempre deciso di non dimenticare i morti di Katyn.L’appello all’unità, quindi, è rivolto in primo luogo a queste due correnti coesistenti a pieno titolo in una società democratica qual è quella polacca di oggi. In secondo luogo, l’appello è rivolto a coloro che in una breve campagna elettorale prima delle elezioni presidenziali (che nella situazione attuale devono tenersi necessariamente entro la fine di giugno) potrebbero, per guadagnare consensi, inasprire i toni e portare all’esasperazione una parte dell’opinione pubblica assai scossa dall’accaduto, e quindi particolarmente reattiva. In questo contesto l’appello si rivolge anche ai media, la cui influenza sulla società civile, in regime di democrazia e senza alcuna censura, potrebbe risultare decisiva per la ragione di Stato polacco.L’appello all’unità ha, però, anche dei destinatari fuori dalla Polonia. Il primo di questi è la Russia, che adesso potrebbe essere reputata colpevole di un’altra strage: quella dell’aereo presidenziale che forse non si sarebbe schiantato se la torre di controllo dell’aeroporto di Smolensk fosse stata dotata di adeguati e moderni sistemi di sicurezza. Il commentatore di una delle radio moscovite, Matvej Ganapolski, rattristato per il fatto che ancora una volta i polacchi hanno dovuto sperimentare in terra russa un immenso dolore, ha sottolineato che questo duplice tributo di sangue, quello odierno e quello di settant’anni fa, potrebbe di nuovo mettere a dura prova i due popoli e le loro reciproche relazioni. Che queste, però, possano evolvere in maniera positiva è convinto Adam Rotfeld, ex ministro degli Esteri polacco e capo del gruppo russo-polacco per i problemi difficili, che considera molto significative le condoglianze presentate ai polacchi sia da Putin, sia da Medvedev. Lo è anche il cardinale Dziwisz che domenica 11 aprile ha concluso la sua omelia affermando: «L’ultima parola non spetta né al male, né alla morte, ma all’amore e alla vita che non ha fine».

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