Occorre continuare a costruire consenso sul tema della sicurezza

di Riccardo MORO
Redazione

Un documento con un impegno articolato in 12 punti ha concluso il Nuclear Security Summit svoltosi a Washington. Era dagli anni Sessanta, dall’epoca del presidente Kennedy, che non si sentiva parlare più in questi termini della minaccia atomica. Negli ultimi tempi, viceversa, una fitta agenda ha scandito diversi gesti che stanno componendo un impegno internazionale a irrobustire la sicurezza mondiale dal rischio dell’utilizzo di armi nucleari.
Una parte del merito va certamente attribuita al presidente Obama, che durante il suo primo viaggio in Europa, parlando a Praga, indicò lo smantellamento degli arsenali atomici come un impegno che la famiglia umana doveva porsi concretamente. Quindi seguì la riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del settembre scorso, che siglò la dichiarazione per il disarmo e contro la proliferazione nucleare, e recentemente l’accordo Start 2 firmato da Stati Uniti e Russia.
È importante però riconoscere come da molti Paesi e da molti leader è corrisposto un convinto consenso intorno all’agenda di Obama, che rivela un desiderio di governance per i processi internazionali che tuttora rimane insoddisfatto.
La minaccia nucleare oggi è rappresentata da un uso improprio dell’energia atomica da parte di Iran e Corea del Nord e dalla possibilità che soggetti del terrorismo internazionale, come Al Qaeda, possano impossessarsi di piccole testate da usare come minaccia o come reale strumento di distruzione. Dovrebbe occuparsi di queste cose il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma non basta. Il gruppo 5+1 sta conducendo una trattativa delicata con l’Iran, ma anche in questo caso, per quanto il gruppo sia in sistematica connessione col sistema delle Nazioni Unite, non lo rappresenta. Occorre solidificare il consenso intorno al rispetto delle regole Onu e, per questo, è stato convocato questo vertice coinvolgendo 47 Paesi. È un coinvolgimento informale, il summit giuridicamente non esiste, come non esistono il G8 o il G20, ma riunirsi e dare pubblicità alle conclusioni è oggi un modo per fare crescere la politica internazionale nel contesto sempre più complesso in cui ci troviamo. Un documento con un impegno articolato in 12 punti ha concluso il Nuclear Security Summit svoltosi a Washington. Era dagli anni Sessanta, dall’epoca del presidente Kennedy, che non si sentiva parlare più in questi termini della minaccia atomica. Negli ultimi tempi, viceversa, una fitta agenda ha scandito diversi gesti che stanno componendo un impegno internazionale a irrobustire la sicurezza mondiale dal rischio dell’utilizzo di armi nucleari.Una parte del merito va certamente attribuita al presidente Obama, che durante il suo primo viaggio in Europa, parlando a Praga, indicò lo smantellamento degli arsenali atomici come un impegno che la famiglia umana doveva porsi concretamente. Quindi seguì la riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del settembre scorso, che siglò la dichiarazione per il disarmo e contro la proliferazione nucleare, e recentemente l’accordo Start 2 firmato da Stati Uniti e Russia.È importante però riconoscere come da molti Paesi e da molti leader è corrisposto un convinto consenso intorno all’agenda di Obama, che rivela un desiderio di governance per i processi internazionali che tuttora rimane insoddisfatto.La minaccia nucleare oggi è rappresentata da un uso improprio dell’energia atomica da parte di Iran e Corea del Nord e dalla possibilità che soggetti del terrorismo internazionale, come Al Qaeda, possano impossessarsi di piccole testate da usare come minaccia o come reale strumento di distruzione. Dovrebbe occuparsi di queste cose il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma non basta. Il gruppo 5+1 sta conducendo una trattativa delicata con l’Iran, ma anche in questo caso, per quanto il gruppo sia in sistematica connessione col sistema delle Nazioni Unite, non lo rappresenta. Occorre solidificare il consenso intorno al rispetto delle regole Onu e, per questo, è stato convocato questo vertice coinvolgendo 47 Paesi. È un coinvolgimento informale, il summit giuridicamente non esiste, come non esistono il G8 o il G20, ma riunirsi e dare pubblicità alle conclusioni è oggi un modo per fare crescere la politica internazionale nel contesto sempre più complesso in cui ci troviamo. L’assenza di Israele Dopo lo scarso successo di Copenhagen sul clima, che 47 leader internazionali si trovino per ragionare insieme di sicurezza è una buona notizia e rivela, appunto, l’esigenza e il desiderio di rafforzare le occasioni di incontro. Sia chiaro, il criterio di partecipazione era opinabile. Sono stati invitati i Paesi che hanno un’esperienza nucleare, anche solo civile. Chi non ce l’ha è rimasto fuori e non è detto che questo sia corretto. La sicurezza internazionale riguarda tutti, ma l’idea di riunire chi ha risorse nucleari, anche solo scientifiche, per coinvolgerlo in regole e impegni comuni non è sbagliata. Il mondo si sta trasformando e gli strumenti tradizionali di governance mostrano debolezza. Non esiste una formula nuova che sia perfetta e probabilmente assisteremo nei prossimi anni a un uso sempre maggiore di strumenti come questo summit per costruire il consenso e concordare impegni da formalizzare nelle sedi ufficiali, presso le Nazioni Unite.Ma il vertice ha prodotto davvero unità? Tutti gli occhi erano puntati sul rischio che Al Qaeda possa approvvigionarsi di risorse nucleari e sulla questione iraniana. Sul terrorismo la risposta è stata forte e coesa. E anche sull’Iran, sebbene non citato nelle conclusioni, l’impressione è quella di un consenso rafforzato. In particolare è stata incassata la disponibilità alle sanzioni da parte della Cina, sino a questo momento esitante. Vedremo nei prossimi mesi come questo strumento verrà usato.Una dissonanza acuta è però stata prodotta dall’assenza di Israele. Le ragioni apportate dal governo di Netanyahu appaiono capziose e vanno lette nel braccio di ferro in corso in questo momento tra Tel Aviv e Washington. Se ai fini dell’efficacia del vertice l’assenza di Israele non cambia molto – non sono i suoi laboratori che possono alimentare quelli iraniani o del terrorismo – dal punto di vista della costruzione di un clima generale di stabilità e sicurezza si tratta di un elemento molto disturbante. La sicurezza si costruisce non solo monitorando gli arsenali nucleari, ma attraverso gesti di incontro che costruiscano fiducia. E le prese di posizione rumorose spesso si ritorcono contro chi le esprime. Il premier israeliano sta tirando una corda sempre più sottile.

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