Si udrà sopra i suoni e le voci degli stadi?

di Riccardo MORO
Redazione

«Nkosi, sikelel’ iAfrika. Maluphakamis’upondo lwayo.
Yiva imithandazo yetu. Nkosi sikelela, Thina lusapholwayo».
(«Signore, benedici l’Africa e innalza la sua gloria.
Ascolta le nostre preghiere e benedici noi, suoi figli»).

Con queste parole inizia il celeberrimo Nkosi sikelel’ iAfrika, l’inno che per oltre un secolo ha dato voce al grido di libertà dei diseredati e degli oppressi in terra d’Africa. Oggi è inno nazionale, cantato dai Bafana Bafana, la nazionale di calcio, e da tutti i tifosi che stipavano lo stadio di Johannesburg all’inaugurazione dei Mondiali.
La storia di questo inno rappresenta bene il percorso recente del Sudafrica. Nato come canto religioso nel 1897 in lingua xhosa, venne adottato negli anni Venti dall’African National Congress (Anc), il partito-movimento protagonista della lotta per l’indipendenza e contro il razzismo nella regione. Zambia e Tanzania indipendenti lo scelsero, con nuove parole, come inno nazionale e Nelson Mandela, divenuto presidente, lo indicò come inno sudafricano nel 1995.
Proprio in questo passaggio Mandela stabilì uno degli elementi simbolicamente più importanti del suo “magistero”. L’inno precedente non venne abolito, il Sudafrica mantenne due inni ufficiali per un anno, il tempo di scrivere insieme la nuova Costituzione e far diventare Nkosi, sikelel’ iAfrika titolo e prima strofa del nuovo inno nazionale, che integra strofe dell’inno precedente, in afrikaans, con strofe in Zulu, in Sesotho e in inglese. Risolvere l’ingiustizia non significa rivalersi sugli oppressori, significa camminare insieme condividendo canti e lingue di ognuno, vivendo una nuova condizione di fratellanza.
Arrivando all’aeroporto internazionale di Johannesburg, viaggiatori di tutto il mondo leggono sulla parete degli arrivi una enorme scritta in inglese: “Sudafrica: più di 40 lingue locali e nemmeno una parola per dire straniero. Benvenuti nella nazione dell’arcobaleno”. Non sono slogan forzati. Il percorso vissuto dal Sudafrica è straordinario e autentico. Il grado di umiliazione e violenza che le Security Force imponevano ai neri raggiungeva la perversità dei crimini nazisti. Ma in quel clima due uomini – Nelson Mandela, la vittima simbolo della segregazione, incarcerato per oltre vent’anni, e il vescovo anglicano Desmond Tutu – indicano una via di pace. Spiegano con pazienza e determinazione che occorre cambiare per camminare insieme, spiegano che il regolamento di conti più sano è quello della verità e del perdono.
Come ebbe a scrivere Paul Ricoeur, il diritto è contenuto nel “dire”. Solo “dire la verità” permette riconciliazione e crea “diritto” e, quindi, giustizia. Tutu ebbe il merito di “insegnare” queste cose sul piano spirituale, guidando la Commissione per la verità e la riconciliazione che ha reso pubblico quanto era avvenuto, con confessioni sofferte e terribili che hanno riconciliato il Paese, anziché alimentarne il rancore. Mandela percorse quel cammino con le scelte politiche, includendo e mai escludendo. Con loro un terzo uomo, a volte dimenticato, Willem de Klerk, ultimo presidente del Sudafrica razzista, che scelse il negoziato con l’Anc ed evitò il bagno di sangue che molti ancora, tra le Security Force, cercavano. Con loro il Paese costruì la pace.
Oggi il Sudafrica esercita un ruolo di guida economica e politica in Africa. Le tensioni razziali a volte riaffiorano, ma il loro rumore è più forte della loro consistenza. E un nuovo presidente, Jacob Zuma, guida con autorevolezza il Paese. Certo, la sua figura all’estero suscita perplessità e qualche sorriso. Secondo la cultura zulu, alla quale orgogliosamente appartiene, è poligamo. È stato indagato più volte per corruzione e persino per stupro, ma le accuse si sono rivelate sostanzialmente infondate. Ha confessato candidamente di non temere l’Aids perché si fa la doccia con frequenza, suscitando le ire di chi è impegnato nella prevenzione. Molti all’estero prevedevano un tracollo della sua presidenza, ma in patria è amato e guida il Paese con un abile stile consensuale che coinvolge davvero tutte le componenti. In realtà l’uomo è ridicolo solo agli occhi europei. Agli ex colonizzatori – che ridono quando vedono Zuma in costume leopardato durante le cerimonie zulu – bisognerebbe chiedere che effetto credono faccia la loro regina quando festeggia solennemente il compleanno in una data che non è la sua o, bardata in ermellino, legge senza vergogna discorsi al Parlamento nei quali non può nemmeno introdurre una virgola.
Il Sudafrica vive i Mondiali come una consacrazione internazionale definitiva. Ma non ne ha bisogno. Molte Commissioni per la verità e la riconciliazione sono state create nel mondo, soprattutto in America Latina, sull’esempio di quella sudafricana. Il Sudafrica ha dato alla storia etica e politica del mondo un contributo epocale. Ricordiamocene quando vediamo in questi giorni i tifosi soffiare nelle loro vuvuzela e cantare ancora una volta Nkosi sikelela, Thina lusapholwayo. «Nkosi, sikelel’ iAfrika. Maluphakamis’upondo lwayo.Yiva imithandazo yetu. Nkosi sikelela, Thina lusapholwayo».(«Signore, benedici l’Africa e innalza la sua gloria.Ascolta le nostre preghiere e benedici noi, suoi figli»).Con queste parole inizia il celeberrimo Nkosi sikelel’ iAfrika, l’inno che per oltre un secolo ha dato voce al grido di libertà dei diseredati e degli oppressi in terra d’Africa. Oggi è inno nazionale, cantato dai Bafana Bafana, la nazionale di calcio, e da tutti i tifosi che stipavano lo stadio di Johannesburg all’inaugurazione dei Mondiali.La storia di questo inno rappresenta bene il percorso recente del Sudafrica. Nato come canto religioso nel 1897 in lingua xhosa, venne adottato negli anni Venti dall’African National Congress (Anc), il partito-movimento protagonista della lotta per l’indipendenza e contro il razzismo nella regione. Zambia e Tanzania indipendenti lo scelsero, con nuove parole, come inno nazionale e Nelson Mandela, divenuto presidente, lo indicò come inno sudafricano nel 1995.Proprio in questo passaggio Mandela stabilì uno degli elementi simbolicamente più importanti del suo “magistero”. L’inno precedente non venne abolito, il Sudafrica mantenne due inni ufficiali per un anno, il tempo di scrivere insieme la nuova Costituzione e far diventare Nkosi, sikelel’ iAfrika titolo e prima strofa del nuovo inno nazionale, che integra strofe dell’inno precedente, in afrikaans, con strofe in Zulu, in Sesotho e in inglese. Risolvere l’ingiustizia non significa rivalersi sugli oppressori, significa camminare insieme condividendo canti e lingue di ognuno, vivendo una nuova condizione di fratellanza.Arrivando all’aeroporto internazionale di Johannesburg, viaggiatori di tutto il mondo leggono sulla parete degli arrivi una enorme scritta in inglese: “Sudafrica: più di 40 lingue locali e nemmeno una parola per dire straniero. Benvenuti nella nazione dell’arcobaleno”. Non sono slogan forzati. Il percorso vissuto dal Sudafrica è straordinario e autentico. Il grado di umiliazione e violenza che le Security Force imponevano ai neri raggiungeva la perversità dei crimini nazisti. Ma in quel clima due uomini – Nelson Mandela, la vittima simbolo della segregazione, incarcerato per oltre vent’anni, e il vescovo anglicano Desmond Tutu – indicano una via di pace. Spiegano con pazienza e determinazione che occorre cambiare per camminare insieme, spiegano che il regolamento di conti più sano è quello della verità e del perdono.Come ebbe a scrivere Paul Ricoeur, il diritto è contenuto nel “dire”. Solo “dire la verità” permette riconciliazione e crea “diritto” e, quindi, giustizia. Tutu ebbe il merito di “insegnare” queste cose sul piano spirituale, guidando la Commissione per la verità e la riconciliazione che ha reso pubblico quanto era avvenuto, con confessioni sofferte e terribili che hanno riconciliato il Paese, anziché alimentarne il rancore. Mandela percorse quel cammino con le scelte politiche, includendo e mai escludendo. Con loro un terzo uomo, a volte dimenticato, Willem de Klerk, ultimo presidente del Sudafrica razzista, che scelse il negoziato con l’Anc ed evitò il bagno di sangue che molti ancora, tra le Security Force, cercavano. Con loro il Paese costruì la pace.Oggi il Sudafrica esercita un ruolo di guida economica e politica in Africa. Le tensioni razziali a volte riaffiorano, ma il loro rumore è più forte della loro consistenza. E un nuovo presidente, Jacob Zuma, guida con autorevolezza il Paese. Certo, la sua figura all’estero suscita perplessità e qualche sorriso. Secondo la cultura zulu, alla quale orgogliosamente appartiene, è poligamo. È stato indagato più volte per corruzione e persino per stupro, ma le accuse si sono rivelate sostanzialmente infondate. Ha confessato candidamente di non temere l’Aids perché si fa la doccia con frequenza, suscitando le ire di chi è impegnato nella prevenzione. Molti all’estero prevedevano un tracollo della sua presidenza, ma in patria è amato e guida il Paese con un abile stile consensuale che coinvolge davvero tutte le componenti. In realtà l’uomo è ridicolo solo agli occhi europei. Agli ex colonizzatori – che ridono quando vedono Zuma in costume leopardato durante le cerimonie zulu – bisognerebbe chiedere che effetto credono faccia la loro regina quando festeggia solennemente il compleanno in una data che non è la sua o, bardata in ermellino, legge senza vergogna discorsi al Parlamento nei quali non può nemmeno introdurre una virgola.Il Sudafrica vive i Mondiali come una consacrazione internazionale definitiva. Ma non ne ha bisogno. Molte Commissioni per la verità e la riconciliazione sono state create nel mondo, soprattutto in America Latina, sull’esempio di quella sudafricana. Il Sudafrica ha dato alla storia etica e politica del mondo un contributo epocale. Ricordiamocene quando vediamo in questi giorni i tifosi soffiare nelle loro vuvuzela e cantare ancora una volta Nkosi sikelela, Thina lusapholwayo.

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