di Silvio MENGOTTO
Redazione

«Forse dovremmo cambiare approccio nelle celebrazioni del 25 aprile: passare dal “resistere”, che può essere anche consolatorio e sterile, al “reagire”». Lo sostiene Marco Garzonio, presidente della Fondazione Ambrosianeum.

Il libro Le suore e la Resistenza, che raccoglie gli atti del convegno all’Ambrosianeum con la sua introduzione, non crede abbia portato alla luce fatti storici inediti e ancora troppo sconosciuti?
Come sempre la storia la scrivono i vincitori. Nel nostro caso chi ha saputo accreditare meglio il proprio apporto alla Lotta di Liberazione. La conseguenza è che per molti anni il ruolo di persone un po’ speciali come le suore non è stato riconosciuto. Al pari dell’apporto delle donne, peraltro, come si vede da un altro nostro volume. C’è stata una serie di elementi storici, di incrostazioni dettate da polemiche partitiche, di carattere culturale, di equilibri internazionali, di lotte ideologiche, che non ha permesso uno sguardo obiettivo, a 360 gradi, sulla complessità e sulla ricchezza della Resistenza. Devo dire che al misconoscimento hanno contribuito i cattolici. Singoli, associazioni, movimenti culturali, parrocchie, preti, professionisti, intellettuali e gente semplice hanno dato un contributo spesso fondamentale alla lotta di liberazione, a volte in prima linea, sovente in maniera non eclatante, aiutando partigiani, ebrei, persone in difficoltà. Ma, conquistata la libertà, scelta la Repubblica, fatta la Costituzione, nel mondo cattolico han finito per prevalere altre logiche. Purtroppo.

Non crede che ci sia stato una sottovalutazione dell’apporto dei cattolici alla Liberazione?
Certo. La necessità di autolegittimazione politica e culturale dei partiti di sinistra ha pesato. Ma gli stessi cattolici han fatto la loro parte! Pur avendo contribuito, in molti casi in maniera determinante, a cominciare dalla Costituzione, non si sono spesi molto per evidenziare questi apporti. Ricordo che Tina Anselmi negli anni d’oro in cui è stata anche ministro e protagonista a livello nazionale, faceva fatica a far entrare nel vissuto collettivo la partecipazione dei cattolici alla Resistenza e il valore del contributo da essi dato al mantenimento della democrazia. Basta pensare a quando, negli anni Ottanta, la Anselmi fu presidente della Commissione Parlamentare su quella minaccia alle istituzioni democratiche rappresentata dalla Loggia P2 e alla diffidenza (quando non anche ostilità o irrisione) da cui fu circondata. In questo dopoguerra i cattolici sono stati spesso acquiescenti o silenziosi sulle tematiche attinenti la democrazia uscita dalla Lotta di Liberazione. C’è voluto Dossetti che, agli inizi degli anni Novanta, con un’impennata straordinaria fece interventi memorabili a difesa della Costituzione. Incominciava l’era di Berlusconi.

Localismo e individualismo esasperati mal si conciliano con una prospettiva federalista. Non crede che il Paese, la Costituzione stessa, vivano un’emergenza democratica?
Bisogna stare con i piedi per terra. A mio avviso la Costituzione resta un caposaldo. Certamente da quando è stata varata il mondo è cambiato, ha subito una serie di trasformazioni. Aggiustamenti sono da immaginare, a patto che i capisaldi, a cominciare dalla Prima Parte, restino fermi. Quanto al localismo è un fenomeno indotto anche dalla globalizzazione. Tanto il mondo è andato nella direzione di far cadere muri, barriere, confini, tanto la gente mira a mettere in evidenza il particolare. È comprensibile. Il chiudersi e il difendersi è segno di grande debolezza. Localismo e particolarismo possono contenere germi antidemocratici e anticristiani. «Forse dovremmo cambiare approccio nelle celebrazioni del 25 aprile: passare dal “resistere”, che può essere anche consolatorio e sterile, al “reagire”». Lo sostiene Marco Garzonio, presidente della Fondazione Ambrosianeum.Il libro Le suore e la Resistenza, che raccoglie gli atti del convegno all’Ambrosianeum con la sua introduzione, non crede abbia portato alla luce fatti storici inediti e ancora troppo sconosciuti?Come sempre la storia la scrivono i vincitori. Nel nostro caso chi ha saputo accreditare meglio il proprio apporto alla Lotta di Liberazione. La conseguenza è che per molti anni il ruolo di persone un po’ speciali come le suore non è stato riconosciuto. Al pari dell’apporto delle donne, peraltro, come si vede da un altro nostro volume. C’è stata una serie di elementi storici, di incrostazioni dettate da polemiche partitiche, di carattere culturale, di equilibri internazionali, di lotte ideologiche, che non ha permesso uno sguardo obiettivo, a 360 gradi, sulla complessità e sulla ricchezza della Resistenza. Devo dire che al misconoscimento hanno contribuito i cattolici. Singoli, associazioni, movimenti culturali, parrocchie, preti, professionisti, intellettuali e gente semplice hanno dato un contributo spesso fondamentale alla lotta di liberazione, a volte in prima linea, sovente in maniera non eclatante, aiutando partigiani, ebrei, persone in difficoltà. Ma, conquistata la libertà, scelta la Repubblica, fatta la Costituzione, nel mondo cattolico han finito per prevalere altre logiche. Purtroppo.Non crede che ci sia stato una sottovalutazione dell’apporto dei cattolici alla Liberazione?Certo. La necessità di autolegittimazione politica e culturale dei partiti di sinistra ha pesato. Ma gli stessi cattolici han fatto la loro parte! Pur avendo contribuito, in molti casi in maniera determinante, a cominciare dalla Costituzione, non si sono spesi molto per evidenziare questi apporti. Ricordo che Tina Anselmi negli anni d’oro in cui è stata anche ministro e protagonista a livello nazionale, faceva fatica a far entrare nel vissuto collettivo la partecipazione dei cattolici alla Resistenza e il valore del contributo da essi dato al mantenimento della democrazia. Basta pensare a quando, negli anni Ottanta, la Anselmi fu presidente della Commissione Parlamentare su quella minaccia alle istituzioni democratiche rappresentata dalla Loggia P2 e alla diffidenza (quando non anche ostilità o irrisione) da cui fu circondata. In questo dopoguerra i cattolici sono stati spesso acquiescenti o silenziosi sulle tematiche attinenti la democrazia uscita dalla Lotta di Liberazione. C’è voluto Dossetti che, agli inizi degli anni Novanta, con un’impennata straordinaria fece interventi memorabili a difesa della Costituzione. Incominciava l’era di Berlusconi.Localismo e individualismo esasperati mal si conciliano con una prospettiva federalista. Non crede che il Paese, la Costituzione stessa, vivano un’emergenza democratica?Bisogna stare con i piedi per terra. A mio avviso la Costituzione resta un caposaldo. Certamente da quando è stata varata il mondo è cambiato, ha subito una serie di trasformazioni. Aggiustamenti sono da immaginare, a patto che i capisaldi, a cominciare dalla Prima Parte, restino fermi. Quanto al localismo è un fenomeno indotto anche dalla globalizzazione. Tanto il mondo è andato nella direzione di far cadere muri, barriere, confini, tanto la gente mira a mettere in evidenza il particolare. È comprensibile. Il chiudersi e il difendersi è segno di grande debolezza. Localismo e particolarismo possono contenere germi antidemocratici e anticristiani.

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