Quali risposte da Europa e Italia?

di Nico CURCI Economista
Redazione

Sono passati più di tre anni dai primi sussulti che annunciavano l’inizio della più grande crisi finanziaria degli ultimi settant’anni e non siamo ancora in grado di dire se il mondo intero ne stia davvero uscendo. Probabilmente i segni di ripresa sono ancora troppo diseguali tra le diverse aree del pianeta per poter arrivare ad annunciare la fine della crisi. E anche all’interno di aree più omogenee, come dovrebbe essere la vecchia Europa, le diverse economie sembrano su sentieri abbastanza divergenti.
Da un lato, i tedeschi mostrano i muscoli, registrando addirittura il più alto tasso di crescita da vent’anni e un tasso di disoccupazione più basso di prima della crisi; dall’altro i Paesi del sud Europa sembrano invischiati in una spirale pericolosa di bassa crescita e alto debito che può portare ad esiti nefasti. Tra i due estremi si colloca il nostro Paese, che per via di un’accorta politica di bilancio ha evitato l’esplosione del disavanzo pubblico, ma non riesce a ridare fiato alla crescita che è l’unico rimedio nel lungo periodo contro un debito così alto come il nostro.
Sembra quasi che l’euro abbia allargato le distanze tra i Paesi europei invece di ridurle. La verità è che come negli anni pre-crisi i Paesi del sud dell’Europa hanno sfruttato i bassi tassi d’interesse garantiti dall’Unione monetaria per indebitarsi, così oggi la Germania sfrutta il vantaggio dato dall’Euro debole per esportare sempre più in tutto il mondo. Se la Germania avesse ancora il marco, oggi vedrebbe un forte apprezzamento della sua moneta (e i Paesi periferici, un corrispondente deprezzamento) che renderebbe meno competitive le merci tedesche nel mondo.
Con una moneta unica e quindi senza tassi di cambio, il valore dell’Euro è una media del valore delle singole monete nazionali, che a sua volta dipende dagli andamenti macroeconomici dei singoli Paesi, con la conseguenza che la Germania ha un enorme vantaggio competitivo. Infatti la sua crescita, che in tempi normali dovrebbe essere guidata prima dall’export e poi, quando la valuta si apprezza, dai consumi interni, continua a essere guidata dalle esportazioni, perché la moneta unica non si apprezza come dovrebbe, visto che incorpora anche il valore della moneta degli altri Paesi. Sono passati più di tre anni dai primi sussulti che annunciavano l’inizio della più grande crisi finanziaria degli ultimi settant’anni e non siamo ancora in grado di dire se il mondo intero ne stia davvero uscendo. Probabilmente i segni di ripresa sono ancora troppo diseguali tra le diverse aree del pianeta per poter arrivare ad annunciare la fine della crisi. E anche all’interno di aree più omogenee, come dovrebbe essere la vecchia Europa, le diverse economie sembrano su sentieri abbastanza divergenti.Da un lato, i tedeschi mostrano i muscoli, registrando addirittura il più alto tasso di crescita da vent’anni e un tasso di disoccupazione più basso di prima della crisi; dall’altro i Paesi del sud Europa sembrano invischiati in una spirale pericolosa di bassa crescita e alto debito che può portare ad esiti nefasti. Tra i due estremi si colloca il nostro Paese, che per via di un’accorta politica di bilancio ha evitato l’esplosione del disavanzo pubblico, ma non riesce a ridare fiato alla crescita che è l’unico rimedio nel lungo periodo contro un debito così alto come il nostro.Sembra quasi che l’euro abbia allargato le distanze tra i Paesi europei invece di ridurle. La verità è che come negli anni pre-crisi i Paesi del sud dell’Europa hanno sfruttato i bassi tassi d’interesse garantiti dall’Unione monetaria per indebitarsi, così oggi la Germania sfrutta il vantaggio dato dall’Euro debole per esportare sempre più in tutto il mondo. Se la Germania avesse ancora il marco, oggi vedrebbe un forte apprezzamento della sua moneta (e i Paesi periferici, un corrispondente deprezzamento) che renderebbe meno competitive le merci tedesche nel mondo.Con una moneta unica e quindi senza tassi di cambio, il valore dell’Euro è una media del valore delle singole monete nazionali, che a sua volta dipende dagli andamenti macroeconomici dei singoli Paesi, con la conseguenza che la Germania ha un enorme vantaggio competitivo. Infatti la sua crescita, che in tempi normali dovrebbe essere guidata prima dall’export e poi, quando la valuta si apprezza, dai consumi interni, continua a essere guidata dalle esportazioni, perché la moneta unica non si apprezza come dovrebbe, visto che incorpora anche il valore della moneta degli altri Paesi. Il “miracolo” tedesco Tuttavia le ragioni della forza tedesca non sono solo macroeconomiche, sono anche e soprattutto di tipo micro. E qui rientra in campo la questione della produttività, la grande forza del sistema tedesco e la nostra grande debolezza. Un’alta produttività consente di mantenere alti livelli salariali senza incidere sulla competitività: questo è il segreto dell’attuale miracolo tedesco. Quando la produttività del lavoro è alta, il costo del lavoro per unità di prodotto, che misura la competitività delle merci prodotte in un Paese, rimane basso anche se i salari e il cuneo fiscale sul lavoro sono alti. Questo fa sì che s’inneschi un circolo virtuoso che permette di mantenere un tasso di crescita alto anche in presenza di elevati livelli di tassazione e quindi di spesa pubblica.In questo senso, è condivisibile la posizione di chi reputa che l’Italia dovrebbe imitare la Germania. Se vuole mantenere il suo stato sociale, il nostro Paese non ha altra via che questa. Tuttavia, anche il ministro Tremonti fa bene a sostenere che imitare la Germania non è una proposta di politica economica! Infatti, per farlo davvero, bisognerebbe modificare tutto il sistema delle relazioni industriali del nostro Paese, tagliando tante rendite di posizione che oggi gratificano sindacati e imprenditori e ammazzano il lavoro; rivoltare il bilancio dello Stato come un calzino, per tagliare completamente la spesa improduttiva e indirizzare le poche risorse agli usi più efficienti; abolire tutte le corporazioni (si pensi agli albi dei professionisti) che mantengono troppo alti i costi dei servizi per i cittadini e garantiscono rendite a vita a chi vi fa parte; modernizzare la scuola e l’università, valorizzandone il ruolo sociale, premiando chi vi lavora bene e mandando a casa chi non è in grado di lavorarci.Non è cosa da poco, come si capisce. Ma forse dovremmo davvero iniziare a chiederci se non sia arrivato il momento di passare dalle analisi e dai dibattiti ai fatti concreti. La crisi non ci da più alibi. E la prossima volta potrebbe davvero essere il nostro turno.

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