«Forse qualche isola ancora felice c'è in Lombardia, ma esistono istituti di pena in Italia dove già adesso la condizione è invivibile, anche senza arrivare al caldo estremo», dice Fulvio Sanvito della Caritas che, oltre l'emergenza, propone una svolta nel sistema sanzionatorio.

di Luisa BOVE
Redazione

Nei giorni scorsi la Caritas Ambrosiana ha lanciato un appello al ministro della Giustizia mettendo sul tappeto tanti problemi che affliggono oggi le carceri italiane. Il rischio è sempre quello di affrontare le questioni, lo si nota anche nel decreto Alfano, «secondo un’ottica centrata sul reo, a partire dal processo in avanti», dice Fulvio Sanvito, responsabile dell’Area Carcere e giustizia di Caritas Ambrosiana.

E allora cosa proponete?
Sarebbe davvero una svolta arrivare a un modello relazionale riparativo per cui al centro c’è la relazione tra reo e vittima, fino ad arrivare a una mediazione attraverso un unico processo in grado di interloquire. L’insistenza sui luoghi della detenzione e sulla costruzione di nuove carceri non guarda al problema relazionale all’interno del reato o del modello di giustizia che proponiamo noi. La terza forza della giustizia dopo il modello retributivo e quello riabilitativo è appunto il modello riparativo.

Auspicate anche un nuovo sistema sanzionatorio?
Noi auspichiamo una maggiore applicazione della legge in termini di misure alternative, anche quelle già esistente (affidamento in prova ai servizi sociali, semilibertà, arresti domiciliari…) che permettono alle persone di reinserirsi durante un periodo di esecuzione penale esterna. I dati sulla recidiva dimostrano che si tratta di misure efficaci, da preferire quindi all’incremento di posti con nuovi carceri.

Questo tra l’altro ridurrebbe il sovraffollamento e farebbe anche risparmiare lo Stato.
Da una parte si darebbe la possibilità a queste persone di affrontare il reinserimento durante la misura alternativa e dall’altra ne verrebbe un’enorme risparmio economico. Ma c’è anche l’aspetto della protezione della società: le persone che tornano a delinquere dopo aver scontato la pena solo in carcere sono 6 su 10, quelle che hanno vissuto anche la misura alternativa sono 1 su 10. I dati lo dimostrano, ma forse sono ancora poco divulgati. Ma noi auspichiamo anche un cambiamento culturale rispetto al modello riparativo e che possa precedere un cambiamento giuridico, come è avvenuto negli anni ’70. Prima c’è stato un movimento culturale, poi nel 1975 la riforma dell’ordinamento penitenziario.

Con l’estate e il caldo la vita in carcere diventa ancora più dura per tutti. Che cosa proporreste per migliorare le condizioni di chi negli istituti penitenziari lavora o sconta una condanna?
Il carcere com’è adesso non può cambiare in due mesi: si va dal sovraffollamento ai turni disumani della polizia penitenziaria. Non ci aspettiamo migliorie, possiamo solo sperare che si tamponi l’emergenza, ma le condizioni climatiche andranno solo a peggiorare una situazione di per sé già tragica. Forse qualche isola ancora felice c’è in Lombardia, ma esistono istituti in Italia dove già adesso la condizione è invivibile, anche senza arrivare al caldo estremo.

La difesa della dignità e dei diritti della persona è sempre stato il “cavallo di battaglia” della Caritas anche per quanto riguarda la realtà carceraria. Su che cosa puntate oggi in particolare?
Una persona che delinque viene condannata a una limitazione della libertà. È questa l’unica privazione cui la legge condanna, infatti non è scritto e non si è condannati a nessuna pena aggiuntiva come non poter dormire su un letto, ma per terra; non poter mangiare seduti aspettando il turno stesi in branda perché ci sono già 8 detenuti in cella; non poter fare la doccia perché non ci sono abbastanza agenti che possono accompagnare… Tutta questa pena aggiuntiva non c’entra con la pena comminata dalla legge e lede la dignità individuale che invece non dovrebbe essere toccata solo dalla limitazione alla libertà personale. Tutti dovrebbero potersi alzare dal letto, mangiare, lavarsi, svolgere attività in carcere… Insomma, i detenuti non sono condannati a quella che loro stessi chiamano “la pena nella pena”. Nei giorni scorsi la Caritas Ambrosiana ha lanciato un appello al ministro della Giustizia mettendo sul tappeto tanti problemi che affliggono oggi le carceri italiane. Il rischio è sempre quello di affrontare le questioni, lo si nota anche nel decreto Alfano, «secondo un’ottica centrata sul reo, a partire dal processo in avanti», dice Fulvio Sanvito, responsabile dell’Area Carcere e giustizia di Caritas Ambrosiana.E allora cosa proponete?Sarebbe davvero una svolta arrivare a un modello relazionale riparativo per cui al centro c’è la relazione tra reo e vittima, fino ad arrivare a una mediazione attraverso un unico processo in grado di interloquire. L’insistenza sui luoghi della detenzione e sulla costruzione di nuove carceri non guarda al problema relazionale all’interno del reato o del modello di giustizia che proponiamo noi. La terza forza della giustizia dopo il modello retributivo e quello riabilitativo è appunto il modello riparativo.Auspicate anche un nuovo sistema sanzionatorio?Noi auspichiamo una maggiore applicazione della legge in termini di misure alternative, anche quelle già esistente (affidamento in prova ai servizi sociali, semilibertà, arresti domiciliari…) che permettono alle persone di reinserirsi durante un periodo di esecuzione penale esterna. I dati sulla recidiva dimostrano che si tratta di misure efficaci, da preferire quindi all’incremento di posti con nuovi carceri.Questo tra l’altro ridurrebbe il sovraffollamento e farebbe anche risparmiare lo Stato.Da una parte si darebbe la possibilità a queste persone di affrontare il reinserimento durante la misura alternativa e dall’altra ne verrebbe un’enorme risparmio economico. Ma c’è anche l’aspetto della protezione della società: le persone che tornano a delinquere dopo aver scontato la pena solo in carcere sono 6 su 10, quelle che hanno vissuto anche la misura alternativa sono 1 su 10. I dati lo dimostrano, ma forse sono ancora poco divulgati. Ma noi auspichiamo anche un cambiamento culturale rispetto al modello riparativo e che possa precedere un cambiamento giuridico, come è avvenuto negli anni ’70. Prima c’è stato un movimento culturale, poi nel 1975 la riforma dell’ordinamento penitenziario.Con l’estate e il caldo la vita in carcere diventa ancora più dura per tutti. Che cosa proporreste per migliorare le condizioni di chi negli istituti penitenziari lavora o sconta una condanna?Il carcere com’è adesso non può cambiare in due mesi: si va dal sovraffollamento ai turni disumani della polizia penitenziaria. Non ci aspettiamo migliorie, possiamo solo sperare che si tamponi l’emergenza, ma le condizioni climatiche andranno solo a peggiorare una situazione di per sé già tragica. Forse qualche isola ancora felice c’è in Lombardia, ma esistono istituti in Italia dove già adesso la condizione è invivibile, anche senza arrivare al caldo estremo.La difesa della dignità e dei diritti della persona è sempre stato il “cavallo di battaglia” della Caritas anche per quanto riguarda la realtà carceraria. Su che cosa puntate oggi in particolare?Una persona che delinque viene condannata a una limitazione della libertà. È questa l’unica privazione cui la legge condanna, infatti non è scritto e non si è condannati a nessuna pena aggiuntiva come non poter dormire su un letto, ma per terra; non poter mangiare seduti aspettando il turno stesi in branda perché ci sono già 8 detenuti in cella; non poter fare la doccia perché non ci sono abbastanza agenti che possono accompagnare… Tutta questa pena aggiuntiva non c’entra con la pena comminata dalla legge e lede la dignità individuale che invece non dovrebbe essere toccata solo dalla limitazione alla libertà personale. Tutti dovrebbero potersi alzare dal letto, mangiare, lavarsi, svolgere attività in carcere… Insomma, i detenuti non sono condannati a quella che loro stessi chiamano “la pena nella pena”. – – Appello al ministero della Giustizia – Lo sportello di Caritas Ambrosiana – I giovani incontrano i detenuti

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