Conclusa la scuola diocesana di formazione per gli under 30. Intervista al sociologo Mauro Magatti

Pino NARDI
Redazione

«Sarebbe assai importante e utile che anche nel mondo cattolico si tornasse a ragionare sui temi della politica, a formare in particolare i giovani, perché se questo lavoro di formazione viene abbandonato le conseguenze nel medio-lungo termine sono molto grandi». Mauro Magatti, preside della facoltà di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano, affronta la riflessione su un tema diventato spinoso in questi anni: la politica, i giovani e la comunità cristiana. Un tempo era forse più “facile”, con la presenza di un solo partito di ispirazione cristiana,; nell’era del bipolarismo diventa tutto più complicato. Eppure la Chiesa non può sottrarsi alla formazione di coscienze mature, a partire proprio dai giovani.

Di recente il Corriere della sera ha pubblicato un’indagine dove emerge che solo 6 giovani su 100 sono appassionati alla politica. Ci sono novità rispetto al passato, oppure si conferma un disinteresse?
Se si intende gli ultimi 10-15 anni, i dati sono tendenzialmente questi, forse con picchi di ulteriore calo. Però li guarderei in modo cauto, perché non sono indicativi del fatto che, in presenza di determinati stimoli e situazioni, l’interesse possa accendersi. Accade per la politica come in altri campi della vita sociale: siamo sensibili ad alcuni temi, magari intensamente, per brevi periodi; poi per lungo tempo questi rimangono latenti. C’è quindi un cambiamento un po’ più profondo, che non leggerei solo nella chiave che una volta c’era di più e adesso c’è di meno.

Quindi una politica deideologizzata dove prevale l’emozione?
Sì, appunto l’emozione… Quanto sia deideologizzata, poi, è tutto da capire: in realtà ci sono elementi che ritornano – certo non solo vecchi schemi interpretativi come le ideologie – anche in questi processi di riattivazione di codici, che orientano spesso i comportamenti dei giovani.

In questi mesi nascono partiti nuovi: solo cartelli elettorali, oppure sapranno suscitare rinnovato impegno tra i giovani?
Dipenderà anche dalle scelte che faranno: da quelle organizzative, dalla capacità di essere presenti sui territori o invece di essere esclusivamente gruppi che utilizzano gli strumenti mediatici. Dipenderà dall’offerta che questi partiti faranno, dalle occasioni concrete che creeranno e dalla loro capacità di essere vicini alle persone e ai gruppi, ai giovani in particolare. Dall’altra parte, il 6% di ragazzi che hanno davvero interesse costante per la politica per i partiti sarebbe un bacino piuttosto ampio a cui attingere. Credo che la partecipazione sia molto legata all’idea di ciò che un giovane possa andare a fare, se sia ascoltato nel dibattito interno, se ci sia la possibilità di contare, di svolgere una funzione e un ruolo rilevante e significativo. Per cui l’operazione è piuttosto difficile: ci vuole grande cura e attenzione. Però è difficile dirlo a priori.

Qual è il ruolo della Chiesa, soprattutto a livello parrocchiale? Un tempo erano luoghi di formazione di classi dirigenti e di sensibilità politiche. Oggi sembra un po’ meno, anche per evitare il rischio di portare le divisioni politiche all’interno della comunità cristiana. Hanno esaurito questo compito?
Diciamo che il “politico” diventa più che altro “sociale”, ma c’è un’attenzione qua e là, non dappertutto, dove ci sono certe condizioni per la situazione del territorio. Il discorso si amplia subito. Con la fine della Dc, ciò di cui lei parla è diventato molto più complesso, se non addirittura impossibile: il tentativo di creare una zona pre-politica o qualcosa di comune tra due schieramenti di fatto non ha portato tanti risultati. In questa fase c’è un arretramento di quel tipo di funzione: tutto ciò è anche foriero nel riportare alcuni pericoli, forse si dovrebbe procedere con una riflessione più attenta.

Dunque, va ripensato?
Sì, integralmente: non solo perché sono cambiate le condizioni politiche del Paese – il tipo di partiti, la natura degli schieramenti -, ma perché vanno cambiando anche i confini del concetto di politica. Ci sono nuove questioni, come la bioetica.

Quest’anno un centinaio di giovani ha frequentato la scuola diocesana di formazione all’impegno socio-politico. È una strada positiva?
È la strada classica e come tale merita sempre attenzione. Serve che non sia abbandonata, perché ha i suoi meriti, le sue certezze, interessa gruppi piuttosto limitati, in qualche modo elitari. Ma accanto a questa, bisognerebbe avviare sperimentazioni per battere nuove strade, per raggiungere altri gruppi, un po’ più ampi, con modalità comunicative forse diverse, con sistematicità più limitata, ma non ridotta a mera episodicità. Su questo si potrebbe cercare anche di esercitare fantasia e innovazione.

La formazione alla sensibilità politica potrebbe anche rientrare nella pastorale ordinaria?
Nella situazione in cui siamo, mi sembra un’aspirazione un po’ alta. La dimensione politica e sociale non si può dimenticare, visto che siamo esseri umani. Dalla nostra cultura abbiamo l’idea di persona che vive la relazione e il contesto con gli altri. Il pericolo è quello di perdere un pezzo di se stessi, della propria storia. Dimenticare questo aspetto è contraddittorio rispetto alla visione cristiana dell’essere umano. «Sarebbe assai importante e utile che anche nel mondo cattolico si tornasse a ragionare sui temi della politica, a formare in particolare i giovani, perché se questo lavoro di formazione viene abbandonato le conseguenze nel medio-lungo termine sono molto grandi». Mauro Magatti, preside della facoltà di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano, affronta la riflessione su un tema diventato spinoso in questi anni: la politica, i giovani e la comunità cristiana. Un tempo era forse più “facile”, con la presenza di un solo partito di ispirazione cristiana,; nell’era del bipolarismo diventa tutto più complicato. Eppure la Chiesa non può sottrarsi alla formazione di coscienze mature, a partire proprio dai giovani.Di recente il Corriere della sera ha pubblicato un’indagine dove emerge che solo 6 giovani su 100 sono appassionati alla politica. Ci sono novità rispetto al passato, oppure si conferma un disinteresse?Se si intende gli ultimi 10-15 anni, i dati sono tendenzialmente questi, forse con picchi di ulteriore calo. Però li guarderei in modo cauto, perché non sono indicativi del fatto che, in presenza di determinati stimoli e situazioni, l’interesse possa accendersi. Accade per la politica come in altri campi della vita sociale: siamo sensibili ad alcuni temi, magari intensamente, per brevi periodi; poi per lungo tempo questi rimangono latenti. C’è quindi un cambiamento un po’ più profondo, che non leggerei solo nella chiave che una volta c’era di più e adesso c’è di meno.Quindi una politica deideologizzata dove prevale l’emozione?Sì, appunto l’emozione… Quanto sia deideologizzata, poi, è tutto da capire: in realtà ci sono elementi che ritornano – certo non solo vecchi schemi interpretativi come le ideologie – anche in questi processi di riattivazione di codici, che orientano spesso i comportamenti dei giovani.In questi mesi nascono partiti nuovi: solo cartelli elettorali, oppure sapranno suscitare rinnovato impegno tra i giovani?Dipenderà anche dalle scelte che faranno: da quelle organizzative, dalla capacità di essere presenti sui territori o invece di essere esclusivamente gruppi che utilizzano gli strumenti mediatici. Dipenderà dall’offerta che questi partiti faranno, dalle occasioni concrete che creeranno e dalla loro capacità di essere vicini alle persone e ai gruppi, ai giovani in particolare. Dall’altra parte, il 6% di ragazzi che hanno davvero interesse costante per la politica per i partiti sarebbe un bacino piuttosto ampio a cui attingere. Credo che la partecipazione sia molto legata all’idea di ciò che un giovane possa andare a fare, se sia ascoltato nel dibattito interno, se ci sia la possibilità di contare, di svolgere una funzione e un ruolo rilevante e significativo. Per cui l’operazione è piuttosto difficile: ci vuole grande cura e attenzione. Però è difficile dirlo a priori.Qual è il ruolo della Chiesa, soprattutto a livello parrocchiale? Un tempo erano luoghi di formazione di classi dirigenti e di sensibilità politiche. Oggi sembra un po’ meno, anche per evitare il rischio di portare le divisioni politiche all’interno della comunità cristiana. Hanno esaurito questo compito?Diciamo che il “politico” diventa più che altro “sociale”, ma c’è un’attenzione qua e là, non dappertutto, dove ci sono certe condizioni per la situazione del territorio. Il discorso si amplia subito. Con la fine della Dc, ciò di cui lei parla è diventato molto più complesso, se non addirittura impossibile: il tentativo di creare una zona pre-politica o qualcosa di comune tra due schieramenti di fatto non ha portato tanti risultati. In questa fase c’è un arretramento di quel tipo di funzione: tutto ciò è anche foriero nel riportare alcuni pericoli, forse si dovrebbe procedere con una riflessione più attenta.Dunque, va ripensato?Sì, integralmente: non solo perché sono cambiate le condizioni politiche del Paese – il tipo di partiti, la natura degli schieramenti -, ma perché vanno cambiando anche i confini del concetto di politica. Ci sono nuove questioni, come la bioetica.Quest’anno un centinaio di giovani ha frequentato la scuola diocesana di formazione all’impegno socio-politico. È una strada positiva?È la strada classica e come tale merita sempre attenzione. Serve che non sia abbandonata, perché ha i suoi meriti, le sue certezze, interessa gruppi piuttosto limitati, in qualche modo elitari. Ma accanto a questa, bisognerebbe avviare sperimentazioni per battere nuove strade, per raggiungere altri gruppi, un po’ più ampi, con modalità comunicative forse diverse, con sistematicità più limitata, ma non ridotta a mera episodicità. Su questo si potrebbe cercare anche di esercitare fantasia e innovazione.La formazione alla sensibilità politica potrebbe anche rientrare nella pastorale ordinaria?Nella situazione in cui siamo, mi sembra un’aspirazione un po’ alta. La dimensione politica e sociale non si può dimenticare, visto che siamo esseri umani. Dalla nostra cultura abbiamo l’idea di persona che vive la relazione e il contesto con gli altri. Il pericolo è quello di perdere un pezzo di se stessi, della propria storia. Dimenticare questo aspetto è contraddittorio rispetto alla visione cristiana dell’essere umano. – «Vogliamo tornare a essere protagonisti»L’anno prossimo corsi anche sul territorioSi respira aria nuova –

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