Risultati parziali, ma non negativi

di Riccardo MORO
Redazione

Siamo alle ultime battute a Copenaghen. I delegati non hanno trovato un’intesa e dal lavoro delle ultime ore potrebbero arrivare due bozze di documento finale. La prima ispirata al trattato di Kyoto, che chiede prevalentemente impegni ai Paesi industrializzati; la seconda completamente nuova, con impegni sostanzialmente uguali per tutti. Già arrivare a due bozze è considerato dai Paesi del Sud del mondo una sorta di vittoria. I Paesi ricchi, infatti, in questi mesi hanno proposto più o meno unanimemente un approccio nuovo alle responsabilità, che coinvolgesse India e Cina. Non sappiamo come andrà a finire. I leader presenti in prima persona a Copenaghen dovranno trovare una mediazione finale credibile tutt’altro che scontata.
Come già per altri incontri mondiali è possibile seguire tutte le sessioni ufficiali e le conferenze stampa di Copenaghen comodamente seduti nel proprio ufficio o seduti nel salotto di casa. E grazie alla facilità di comunicazione, dai tavoli dei delegati è uscito praticamente di tutto. Come abbiamo già fatto notare si ha l’impressione che i delegati stessi, o almeno alcuni di essi, vogliano far partecipare alla discussione anche chi è fuori del palazzo: organizzazioni della società civile, università ed esperti, parti politiche. È una dinamica che potrebbe anticipare lo stile di futuri vertici del genere. In effetti in questi giorni a Copenaghen le posizioni sono cambiate e maturate in tempi più veloci rispetto al passato. E a poche ore dalla conclusione le dichiarazioni si sono rarefatte. Siamo alle ultime battute a Copenaghen. I delegati non hanno trovato un’intesa e dal lavoro delle ultime ore potrebbero arrivare due bozze di documento finale. La prima ispirata al trattato di Kyoto, che chiede prevalentemente impegni ai Paesi industrializzati; la seconda completamente nuova, con impegni sostanzialmente uguali per tutti. Già arrivare a due bozze è considerato dai Paesi del Sud del mondo una sorta di vittoria. I Paesi ricchi, infatti, in questi mesi hanno proposto più o meno unanimemente un approccio nuovo alle responsabilità, che coinvolgesse India e Cina. Non sappiamo come andrà a finire. I leader presenti in prima persona a Copenaghen dovranno trovare una mediazione finale credibile tutt’altro che scontata.Come già per altri incontri mondiali è possibile seguire tutte le sessioni ufficiali e le conferenze stampa di Copenaghen comodamente seduti nel proprio ufficio o seduti nel salotto di casa. E grazie alla facilità di comunicazione, dai tavoli dei delegati è uscito praticamente di tutto. Come abbiamo già fatto notare si ha l’impressione che i delegati stessi, o almeno alcuni di essi, vogliano far partecipare alla discussione anche chi è fuori del palazzo: organizzazioni della società civile, università ed esperti, parti politiche. È una dinamica che potrebbe anticipare lo stile di futuri vertici del genere. In effetti in questi giorni a Copenaghen le posizioni sono cambiate e maturate in tempi più veloci rispetto al passato. E a poche ore dalla conclusione le dichiarazioni si sono rarefatte. Cambiano i “giocatori” Novità anche fra gli attori che stanno “dentro”. Ora siamo ben oltre i preliminari e si identificano tre serie di “giocatori”. Da un lato, i Paesi industrializzati, restii ad assumere impegni, perché costosi. In realtà, questi impegni più che davvero costosi per i Paesi, sembrano costosi per le lobby industriali che finanziano i loro governi. Impiantare impianti non inquinanti costa, farlo significa far aumentare il fatturato delle imprese che lavorano nel settore ambientale. Dunque più lavoro. Certo, cambia l’identità di chi ha più lavoro, ma da un punto di vista sociale il risultato può essere tranquillamente positivo in termini di ambiente e di occupazione. Da questo punto di vista Obama è il leader più libero, non dipendendo, come il suo predecessore, dalla lobby dell’industria pesante e del petrolio. Vedremo se riuscirà a spostare gli equilibri interni Usa e dei Paesi ricchi.L’altro gruppo di giocatori è quello del quartetto Brasile, Sudafrica, India e Cina, con un protagonismo cinese del tutto evidente. Lo avevamo già intuito nei negoziati al Wto (Organizzazione mondiale del commercio): la Cina non partecipa più da spettatore come aveva fatto fino a poco tempo fa. È un interlocutore di peso. Chiede ai Paesi ricchi maggiori impegni, presentandosi con un piano nazionale di tutela ambientale che molti ritengono però non adeguato. Se non ci fosse il terzo gruppo di attori, il ruolo cinese forse sarebbe ridimensionato. A sostegno della richiesta di impegno ai Paesi ricchi vi è infatti il G77, la numerosissima rete dei Paesi a basso e medio reddito che chiede una via privilegiata per poter avviare uno sviluppo industriale senza troppi ostacoli e non subire così ulteriori freni nella competizione economica internazionale. Sono rappresentati in questo momento dal delegato sudanese e hanno avuto, forse per la prima volta, tanto rilievo a un vertice mondiale. Inascoltati nei primi giorni, hanno semplicemente fatto sapere che avrebbero lasciato il vertice se fossero continuati incontri riservati fra i primi due gruppi, escludendo i più poveri. E sono stati ascoltati. Il messaggio del Papa Lavoro e tensioni non si esauriranno con la conclusione del vertice. Forse la dinamica fra questi tre gruppi è una prima forma ancora abbozzata di nuovo dialogo internazionale per costruire e tutelare la pace. Benedetto XVI proprio nei giorni del vertice, ha pubblicato il messaggio per la Giornata mondiale della pace intitolato Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato. Che la terra diventi strumento di razzia per i più spregiudicati impoverendo i più deboli è attentato alla pace (il terreno sottratto ai contadini per le coltivazioni industriali; la deforestazione; inondazioni e siccità frequenti, frutto del cambio climatico favorito dalle industrie più inquinanti…). È attentato alla pace anche privare le generazioni future delle stesse risorse di cui abbiamo goduto noi. Dobbiamo costruire una pace con tutti, chi vive oggi e chi verrà domani. A Copenaghen, pur con tutti i limiti, abbiamo cominciato a fare questo. Parlando, magari gridando. Ma senza sparare. Non scoraggiamoci se i risultati sono ancora iniziali.

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