Quanto sono radicati i pregiudizi verso di loro? Si può andare oltre gli sgomberi? Le risposte possono essere affermative: lo dimostra uno studio del sociologo Tommaso Vitale

di Pino NARDI
Redazione

È possibile convivere con i rom? Quanto sono radicati i pregiudizi verso di loro? Si può e si deve andare oltre gli sgomberi delle bidonville dove si accampano? Le risposte possono essere tutte affermative. Lo dimostra in uno studio appena pubblicato, Tommaso Vitale, ricercatore di sociologia alla Bicocca di Milano e curatore del volume Politiche possibili. Abitare le città con i rom e i sinti, (edizioni Carocci, 300 pagine), che verrà presentato oggi pomeriggio alle 17 presso la Caritas Ambrosiana (via San Bernardino 4, Milano).

Perché questa ricerca?
Ho l’impressione che rispetto alle politiche per le gravi povertà, specie nei confronti dei gruppi gitani, ci sia un senso di fatalismo assai diffuso fra gli amministratori locali e nel mondo dell’associazionismo o delle organizzazioni antirazziste. La sensazione che non si possa far nulla, che le politiche realizzate non diano alcun risultato, che comunque la gente sia ostile e non si trovino le condizioni per fare iniziative di promozione sociale verso questi gruppi. Allora mi sono messo a cercare, a partire dalla Lombardia, andando in giro per l’Italia fra amministrazioni di centrosinistra e di centrodestra, casi in cui negli ultimi 10 anni si siano realizzate politiche sia sul versante dell’abitare sia su quello dell’inserimento lavorativo e dell’istruzione.

Quali sono gli elementi principali che emergono?
Sono quattro i grandi assi di problemi: primo, come conoscere questi gruppi che si pongono in una strategia di invisibilità e che dall’altro lato sono tenuti molto a margine nelle città contemporanee; quindi sono segregati e spesso è difficile avere rapporti con loro. Il secondo è il conflitto: come affrontare e mediare i problemi di ostilità suscitati dalle parti politiche che vogliono trovare consenso nello spingere verso mobilitazioni contro l’insediamento dei gruppi rom. Terzo: le politiche sociali in senso ampio, quindi il lavoro socio-assistenziale e socio-sanitario. Quarto: le diverse formule di politiche abitative.

È possibile convivere con i rom, oltre i pregiudizi prevalenti dello “zingaro” cattivo?
Nonostante in alcuni contesti l’ostilità sia altissima e si esprima attraverso sentimenti di disgusto e di schifo profondo nei confronti di questi gruppi, con alti livelli di razzismo, ci sono altre realtà in cui l’ostilità è molto minore o addirittura nulla. Ci sono disparità che dipendono dal contesto locale, ma queste non sono riconducibili soltanto a una storia di lungo periodo, che pure conta, ma sono strettamente legate alla qualità delle politiche locali attuale.

Sono solo aree di emarginazione?
No, questi gruppi non sono solo poveri. Quando si parla di rom e sinti abbiamo a che fare con un’intera stratificazione: c’è un sottoproletariato che vive di espedienti, ma abbiamo anche gruppi ben inseriti nel mercato del lavoro, che si sono ritagliati una loro nicchia soprattutto nell’ambito del commercio, nella gestione degli animali preziosi come i cavalli oppure nell’industria dello spettacolo, come giostrai e circensi. Esistono poi le fasce imprenditoriali, artigianali e operaie soprattutto nel settore dell’edilizia.

Quale ruolo posso giocare allora le politiche sociali?
Nessuna politica settoriale ha funzionato, se si investe tutto nell’inserimento scolastico per i bambini e si trascurano le dimensioni legate alla qualità dell’abitare o al sostengo delle capacità lavorative. Funzionano esclusivamente politiche integrate.

Come vede la realtà di Milano con la politica degli sgomberi?
Sarebbe una realtà estremamente semplice, perché presenta una bassa concentrazione di rom e sinti. Qui c’è una società civile molto qualificata, non soltanto perché si coordina nel Tavolo rom, ma perché ha capacità diplomatiche. Ha invitato il 3 novembre a Milano la più alta figura politica in questo campo che è il commissario europeo facendo una straordinaria operazione di diplomazia dal basso per discutere di ciò che sta avvenendo. Ci sono grandi organizzazioni (Caritas, Casa della carità, Acli, Arci, varie realtà di medici e avvocati), ma anche cooperative e associazioni di rom.

Tuttavia non c’è altrettanta sensibilità nell’Amministrazione…
A Milano sono già arrivati 13 milioni di euro dal Ministero per la cosiddetta emergenza nomadi. Ci sono molte risorse economiche messe a disposizione dal ministro Ferrero nella scorsa legislatura, che attendono di essere spese. Oltre a somme significative della Fondazione Cariplo. Ci sono le proposte della società civile. Quello che manca è un’Amministrazione che non faccia demagogia, che si doti di un obiettivo di medio periodo, perché questi fenomeni non si affrontano nell’emergenza. Vanno affrontati caso per caso, famiglia per famiglia, predisponendo una sorta di agenzia che non abbia compiti di polizia, ma di inserimento sociale, in casa o in microarea o in cascina; faciliti la mediazione con il vicinato; segua l’inserimento; lavori con il terzo settore; promuova progetti di promozione culturale di questi gruppi.

Ma è necessario che le istituzioni locali ci credano…
Per far sì che tutte queste risorse si combinino è necessaria la politica. Se pensiamo al primo di via Barzaghi, dal 1999 ad oggi sono passati 10 anni con migliaia di sgomberi, enormi risorse dissipate e un peggioramento delle condizioni di vita di queste persone e dei cittadini. È un problema di cultura amministrativa e ancora non hanno fatto questo salto di qualità. È possibile convivere con i rom? Quanto sono radicati i pregiudizi verso di loro? Si può e si deve andare oltre gli sgomberi delle bidonville dove si accampano? Le risposte possono essere tutte affermative. Lo dimostra in uno studio appena pubblicato, Tommaso Vitale, ricercatore di sociologia alla Bicocca di Milano e curatore del volume Politiche possibili. Abitare le città con i rom e i sinti, (edizioni Carocci, 300 pagine), che verrà presentato oggi pomeriggio alle 17 presso la Caritas Ambrosiana (via San Bernardino 4, Milano).Perché questa ricerca?Ho l’impressione che rispetto alle politiche per le gravi povertà, specie nei confronti dei gruppi gitani, ci sia un senso di fatalismo assai diffuso fra gli amministratori locali e nel mondo dell’associazionismo o delle organizzazioni antirazziste. La sensazione che non si possa far nulla, che le politiche realizzate non diano alcun risultato, che comunque la gente sia ostile e non si trovino le condizioni per fare iniziative di promozione sociale verso questi gruppi. Allora mi sono messo a cercare, a partire dalla Lombardia, andando in giro per l’Italia fra amministrazioni di centrosinistra e di centrodestra, casi in cui negli ultimi 10 anni si siano realizzate politiche sia sul versante dell’abitare sia su quello dell’inserimento lavorativo e dell’istruzione.Quali sono gli elementi principali che emergono?Sono quattro i grandi assi di problemi: primo, come conoscere questi gruppi che si pongono in una strategia di invisibilità e che dall’altro lato sono tenuti molto a margine nelle città contemporanee; quindi sono segregati e spesso è difficile avere rapporti con loro. Il secondo è il conflitto: come affrontare e mediare i problemi di ostilità suscitati dalle parti politiche che vogliono trovare consenso nello spingere verso mobilitazioni contro l’insediamento dei gruppi rom. Terzo: le politiche sociali in senso ampio, quindi il lavoro socio-assistenziale e socio-sanitario. Quarto: le diverse formule di politiche abitative.È possibile convivere con i rom, oltre i pregiudizi prevalenti dello “zingaro” cattivo?Nonostante in alcuni contesti l’ostilità sia altissima e si esprima attraverso sentimenti di disgusto e di schifo profondo nei confronti di questi gruppi, con alti livelli di razzismo, ci sono altre realtà in cui l’ostilità è molto minore o addirittura nulla. Ci sono disparità che dipendono dal contesto locale, ma queste non sono riconducibili soltanto a una storia di lungo periodo, che pure conta, ma sono strettamente legate alla qualità delle politiche locali attuale.Sono solo aree di emarginazione?No, questi gruppi non sono solo poveri. Quando si parla di rom e sinti abbiamo a che fare con un’intera stratificazione: c’è un sottoproletariato che vive di espedienti, ma abbiamo anche gruppi ben inseriti nel mercato del lavoro, che si sono ritagliati una loro nicchia soprattutto nell’ambito del commercio, nella gestione degli animali preziosi come i cavalli oppure nell’industria dello spettacolo, come giostrai e circensi. Esistono poi le fasce imprenditoriali, artigianali e operaie soprattutto nel settore dell’edilizia.Quale ruolo posso giocare allora le politiche sociali?Nessuna politica settoriale ha funzionato, se si investe tutto nell’inserimento scolastico per i bambini e si trascurano le dimensioni legate alla qualità dell’abitare o al sostengo delle capacità lavorative. Funzionano esclusivamente politiche integrate.Come vede la realtà di Milano con la politica degli sgomberi?Sarebbe una realtà estremamente semplice, perché presenta una bassa concentrazione di rom e sinti. Qui c’è una società civile molto qualificata, non soltanto perché si coordina nel Tavolo rom, ma perché ha capacità diplomatiche. Ha invitato il 3 novembre a Milano la più alta figura politica in questo campo che è il commissario europeo facendo una straordinaria operazione di diplomazia dal basso per discutere di ciò che sta avvenendo. Ci sono grandi organizzazioni (Caritas, Casa della carità, Acli, Arci, varie realtà di medici e avvocati), ma anche cooperative e associazioni di rom.Tuttavia non c’è altrettanta sensibilità nell’Amministrazione…A Milano sono già arrivati 13 milioni di euro dal Ministero per la cosiddetta emergenza nomadi. Ci sono molte risorse economiche messe a disposizione dal ministro Ferrero nella scorsa legislatura, che attendono di essere spese. Oltre a somme significative della Fondazione Cariplo. Ci sono le proposte della società civile. Quello che manca è un’Amministrazione che non faccia demagogia, che si doti di un obiettivo di medio periodo, perché questi fenomeni non si affrontano nell’emergenza. Vanno affrontati caso per caso, famiglia per famiglia, predisponendo una sorta di agenzia che non abbia compiti di polizia, ma di inserimento sociale, in casa o in microarea o in cascina; faciliti la mediazione con il vicinato; segua l’inserimento; lavori con il terzo settore; promuova progetti di promozione culturale di questi gruppi.Ma è necessario che le istituzioni locali ci credano…Per far sì che tutte queste risorse si combinino è necessaria la politica. Se pensiamo al primo di via Barzaghi, dal 1999 ad oggi sono passati 10 anni con migliaia di sgomberi, enormi risorse dissipate e un peggioramento delle condizioni di vita di queste persone e dei cittadini. È un problema di cultura amministrativa e ancora non hanno fatto questo salto di qualità.

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