Il ricercatore Pasquinelli delinea lo scenario dopo la sanatoria: «In Italia sono circa 750 mila, a fronte delle 70 mila italiane. Il 46% è in regola, ma senza aiuti alle famiglie presto si tornerà indietro»


Redazione

Sono circa 750 mila le badanti straniere in Italia e 70 mila quelle di nazionalità italiana, secondo le stime di Sergio Pasquinelli, ricercatore dell’Istituto di Ricerca Sociale (Irs) di Milano. Un fenomeno molto diffuso, ormai strutturale, e poco indagato in cui prevale il lavoro in nero. La sanatoria, con sole 294 mila domande di regolarizzazione presentate entro il termine del 30 settembre, ha lasciato scoperta la fetta più grossa del mercato dell’assistenza domestica, anche considerato il fatto che non tutte le pratiche andranno a buon fine. Il dato più sorprendente diffuso dal Ministero dell’Interno riguarda la top ten delle nazionalità, che vede, ai primi quattro posti, accanto a Paesi dell’Est europeo come Ucraina e Moldavia, anche Marocco e Cina, rispettivamente seconda e quarta nazionalità più rappresentate con 36 mila e 21 mila domande, pari al 12% e all’8%.
«Le provenienze marocchine e cinesi sono tradizionalmente irrilevanti nel lavoro domestico», spiega Pasquinelli». Per la regolarizzazione potrebbero dunque essere state presentate domande per persone che lavorano in settori diversi dall’assistenza familiare. Secondo il ricercatore dell’Irs, la torta delle badanti straniere impiegate nel nostro Paese cambia a seguito della sanatoria. Se prima c’erano 300 mila irregolari (40%), ora questo dato scenderà a 193 mila (26%). Una grossa fetta di lavoratrici in regola con il permesso di soggiorno, ma senza contratto, pari a circa 215 mila persone, continuerà a lavorare in nero. Sono circa il 30%. Tuttavia, la percentuale di chi ha un contratto aumenterà dal 32 al 46%, pari a centomila persone in termini assoluti, passando da 247mila a 347mila. Questo vuol dire che la sanatoria porterà un processo di emersione rilevante, in cui le badanti contrattualizzate diventano quasi la metà del totale. Proprio su questo punto, Pasquinelli lancia l’allarme: «Senza interventi strutturali, la situazione tornerà in pochi anni ai livelli di lavoro sommerso precedenti, vanificando questo risultato, proprio come è successo con le sanatorie del passato». Sono circa 750 mila le badanti straniere in Italia e 70 mila quelle di nazionalità italiana, secondo le stime di Sergio Pasquinelli, ricercatore dell’Istituto di Ricerca Sociale (Irs) di Milano. Un fenomeno molto diffuso, ormai strutturale, e poco indagato in cui prevale il lavoro in nero. La sanatoria, con sole 294 mila domande di regolarizzazione presentate entro il termine del 30 settembre, ha lasciato scoperta la fetta più grossa del mercato dell’assistenza domestica, anche considerato il fatto che non tutte le pratiche andranno a buon fine. Il dato più sorprendente diffuso dal Ministero dell’Interno riguarda la top ten delle nazionalità, che vede, ai primi quattro posti, accanto a Paesi dell’Est europeo come Ucraina e Moldavia, anche Marocco e Cina, rispettivamente seconda e quarta nazionalità più rappresentate con 36 mila e 21 mila domande, pari al 12% e all’8%.«Le provenienze marocchine e cinesi sono tradizionalmente irrilevanti nel lavoro domestico», spiega Pasquinelli». Per la regolarizzazione potrebbero dunque essere state presentate domande per persone che lavorano in settori diversi dall’assistenza familiare. Secondo il ricercatore dell’Irs, la torta delle badanti straniere impiegate nel nostro Paese cambia a seguito della sanatoria. Se prima c’erano 300 mila irregolari (40%), ora questo dato scenderà a 193 mila (26%). Una grossa fetta di lavoratrici in regola con il permesso di soggiorno, ma senza contratto, pari a circa 215 mila persone, continuerà a lavorare in nero. Sono circa il 30%. Tuttavia, la percentuale di chi ha un contratto aumenterà dal 32 al 46%, pari a centomila persone in termini assoluti, passando da 247mila a 347mila. Questo vuol dire che la sanatoria porterà un processo di emersione rilevante, in cui le badanti contrattualizzate diventano quasi la metà del totale. Proprio su questo punto, Pasquinelli lancia l’allarme: «Senza interventi strutturali, la situazione tornerà in pochi anni ai livelli di lavoro sommerso precedenti, vanificando questo risultato, proprio come è successo con le sanatorie del passato». Il peso per le famiglie Il motivo risiede nell’elevata differenza di costi per le famiglie, che si trovano a spendere in media 850 euro al mese per un’assistente familiare in nero e 1.250 euro per una con contratto. In parallelo, altri fattori che incoraggiano il lavoro nero sono l’irrilevanza economica delle agevolazioni fiscali per le famiglie che assumono una badante o una colf in regola. Anche nelle realtà locali in cui sono stati erogati “assegni di cura dedicati”, «questi ultimi sono andati a vuoto – dice ancora Pasquinelli -, perché non conviene comunque il vincolo contrattuale rispetto a un aiuto economico di 200-300 euro». Secondo il ricercatore, un altro effetto della sanatoria è stato quello di scoraggiare, fare diminuire di circa diecimila unità l’uso di badanti, scese da 764 mila a 754 mila. «Tante famiglie non se la sono sentita di regolarizzare la badante e nemmeno di tenerla in casa – ha spiegato -, per cui ci sono state interruzioni del rapporto di lavoro».Sebbene la co-residenza rimanga ancora la fetta più grossa del lavoro domiciliare, la percentuale delle assistenti familiari che vivono in casa del datore di lavoro tende a ridursi. Si osserva un fenomeno nuovo. Gli ultimi arrivati hanno per obiettivo il lavoro a ore che genera guadagni anche superiori alla co-residenza e hanno una rete di assistenza di connazionali soggiornanti in Italia che gli consente di trovare altri tipi di alloggio o di ospitalità. L’irregolarità dei rapporti di lavoro, il reclutamento prevalentemente attraverso canali informali, la mancata risposta a una domanda crescente di beni e di servizi necessitano di una priorità di interventi per fare emergere e qualificare il lavoro di cura, collegandolo col sistema di welfare.La ricetta proposta da Pasquinelli prevede strategie nazionali e locali: «A livello centrale si dovrebbero aumentare le agevolazioni fiscali, oggi ferme a massimo 400 euro annui a fronte di oneri retributivi che possono superare i 3.000 euro e rivedere il ruolo dell’indennità di accompagnamento, che oggi riguarda un anziano su dieci con una spesa di dieci miliardi di euro l’anno senza alcun controllo di utilizzo, questa è la fonte primaria per pagare le assistenti domiciliari». Sul piano regionale, il ricercatore sottolinea che 9 Regioni hanno stabilito iter formativi tutti diversi l’uno dall’altro senza coordinazione e omogeneità e che andrebbero sviluppati come incentivi economici gli assegni di cura: «No alle iniziative isolate, perché se non c’è un sistema di accompagnamento alle famiglie, le badanti formate poi dove vanno se non hanno un mercato che le valorizza?».

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