La riflessione di un parroco su una forma di utilizzo del denaro che sia responsabile


Redazione

15/07/2008

di Angelo ZORLONI
parroco Santi Nazaro e Celso – Bresso

Con l’inizio dell’estate prende avvio un fenomeno che si ripete ogni anno: il lavoro estivo degli adolescenti. A molti genitori pare una scelta saggia quella di cercare un lavoro per i propri figli, sia per strapparli alla noia prima delle partenze, sia «per imparare a guadagnarsi qualcosa». E spesso sono i ragazzi stessi a cercarsi un lavoretto. Ci sono famiglie per cui diventa una reale boccata d’ossigeno per il proprio bilancio.

Un sedicenne si avventura nel mondo del lavoro, scoprendo così che i soldi sono necessari per la famiglia. E che la vita è esigente, come il lavoro che chiede regole. Ma non tutte le situazioni sono così. Molti ragazzi e famiglie pensano di trovare nel lavoro estivo una fonte di guadagno per togliersi qualche sfizio: la moto, la ricarica del cellulare, la vacanza con gli amici.

Un adolescente va a lavorare con la convinzione che si lavora per i soldi, che servono per avere quello che piace. Sarà un po’ dura, quando al lavoro ci arriveranno davvero, convincerli che i soldi servono per la vita e non viceversa; che ciò che possiedo non è esclusivamente mio. E, ancor di più, che lo scopo del lavoro non è far soldi, ma rendere il mondo migliore con la propria professionalità.

Forse è meglio che i nostri quindicenni facciano nella loro estate grandi e semplici esperienze di servizio, di gratuità, di bellezza: avranno tempo una vita per lavorare ed èmeglio che siano vaccinati contro la logica del consumo che infiacchisce tutti. Perché la cosa parte da lontano.

Confesso che rabbrividivo quando in oratorio, nei litigi tra dodicenni, sentivo che l’acme dell’insulto era «tua madre ti compra i vestiti al mercato», oppure «ti vesti dai cinesi». E, innestato questo processo, la cosa corre e va.

Spesso mi sono imbattuto in giovani – anche trentenni – che vivono ancora in casa e che non lasciano in famiglia nemmeno una fettina del loro stipendio per condividere le spese. Sento i loro genitori lamentarsi preoccupati del conto sempre in rosso del figlio, smarrito nella trappola dei microprestiti per il nuovo Pc, la nuova auto, la nuova attrezzatura di sci, la vacanza a Natale o Pasqua. È saggio tutto ciò?

Qualche giovane mi racconta che èdiventato un must spendere in un solo colpo l’intero primo stipendio in una serata di follie con gli amici. Segno che i soldi sono una preda agguantata di cui faccio quel che voglio, con buona pace della responsabilità.

Mentre un amico parroco, qualche anno fa, mi raccontava che i lavoratori filippini nella sua parrocchia erano soliti versare in parte o perfino in toto il primo stipendio nella cassetta delle offerte con la scritta «Per il pane dei poveri», posta presso la statua di sant’Antonio. Segno di un evidente senso di gratitudine per il lavoro ottenuto e di responsabilità verso i più sfortunati.

Non vale la pena allora farsi qualche domanda su questo strategico aspetto educativo della crescita dei nostri ragazzi che è il rapporto con i soldi?

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