Tacciono i sondaggi, cresce la corsa ad accaparrarsi il consenso degli indecisi, che potrebbero risultare determinanti. Così si accendono polemiche sul voto "inutile" e su quello "disgiunto" e la campagna rischia di invelenirsi. Non solo per questo, ogni ipotesi di "grande coalizione" post-elettorale appare obiettivamente impraticabile


Redazione

04/04/2008

di Antonio AIRÒ

Ultimi giorni di campagna elettorale. I sondaggi sono ufficialmente scomparsi dai mass media. Ma, ovviamente, continuano a essere fatti. I leader politici li conoscono; vi leggono le conferme o meno alle loro aspettative e misurano così gli umori del cittadini.

Tengono banco i comizi, le comparsate televisive, le interviste di Silvio Berlusconi, Fausto Bertinotti, Umberto Bossi, Pierferdinando Casini, Francesco Storace e Walter Veltroni (in ordine alfabetico per par condicio); si guarda all’audience dei vari candidati dopo gli impegni e le promesse degli aspiranti Presidenti del Consiglio.

I programmi diventano grandi contenitori nei quali i partiti delineano scenari e prospettive, in parte prevedibili e in parte immaginarie, per “catturare” gli elettori ancora incerti e ritenuti determinanti. Riti abbastanza scontati. Sia perché gli indecisi sono un’astrazione, sia perché il voto del 13-14 aprile, se offre diagnosi comuni, si diversifica nelle ricette necessarie al nostro Paese per uscire dalla situazione di ristagno in cui si ritrova.

Il confronto tra le forze politiche sembra registrare una crescente polarizzazione verso i due maggiori schieramenti, il Partito Democratico di Veltroni, e il Popolo delle Libertà di Berlusconi. Ma saranno le urne a dire se questa tendenza sarà confermata o se gli altri contendenti riusciranno a ritagliarsi uno spazio che metta in difficoltà questo “bipartitismo”.

In questo scenario si collocano alcune “anomalie”. La prima è quella sul voto “inutile” (quello che sarebbe dato all’Udc) che Berlusconi agita in continuità per invitare i moderati (nei quali arruola anche i cattolici, attribuendo al cardinale Ruini – e facendo arrabbiare Casini – una preferenza del tutto strumentale e anche offensiva per l’ex presidente della Cei) a scegliere senza “se” e senza “ma” il Popolo delle Libertà. E il Cavaliere lo fa rivelando anche un disprezzo crescente nei confronti di Casini, rinfacciandogli tutti i ritardi e le inefficienze del suo Governo.

La seconda è quella sul voto “disgiunto” tra Camera e Senato, auspicato anche da alcuni esponenti politici, che in alcune Regioni – per via del meccanismo elettorale – dovrebbe favorire la sinistra Arcobaleno a danno di Berlusconi. Ma potrebbe avvenire anche il contrario, penalizzando il Pd.

Può darsi che a Palazzo Madama il distacco tra Berlusconi e Veltroni sia minimo e che possano divenire determinanti Bertinotti, Casini e, nel Lazio, Storace; quindi, anche chi vincerà le elezioni avrà difficoltà a governare. Ma questa situazione non si risolve, come auspicano autorevoli giornali stranieri, con la nascita, dopo il 13-14 aprile, di un “veltrusconi”, cioè di una grande coalizione. A nostro giudizio il “grande inciucio” non ci sarà.

Un ultimo elemento. Vari commentatori, che scrivono e parlano di campagna elettorale moscia, sollecitano in questa ultima settimana un inasprimento dei toni, che dovrebbero essere simili a quelli arroganti e quasi apocalittici di due anni fa, quando Berlusconi – dato ampiamente perdente in tutti i sondaggi – realizzò una grande rimonta. Veltroni dovrebbe in un certo senso fare altrettanto, sparando a pallettoni contro il “berlusconismo”.

Può darsi che in questo finale di corsa lo scontro-confronto tra i partiti si incanaglisca. Ma non solo per questo riteniamo che l’ipotesi di una grossa coalizione sia impraticabile. Crediamo che Berlusconi e Veltroni siano sinceri – almeno stavolta -, quando sostengono che non c’è spazio per le larghe intese. Chi vince anche di un solo voto governa, chi perde va all’opposizione e prepara, se ci riesce, la rivincita. Resta la scelta di Casini, Bertinotti e Storace di cercare di sottrarsi alla tenaglia dei due maggiori schieramenti.

L’unica eccezione a questa regola – la maggioranza governa e l’opposizione controlla – potrebbe riguardare le riforme istituzionali, a cominciare dalla legge elettorale, per la quale il prossimo anno ci sarà il referendum popolare (e anche le elezioni europee).

Saranno comunque i cittadini a decidere. A essi verrà a mancare – salvo ripensamenti degli ultimi giorni – il confronto tv tra Berlusconi e Veltroni e anche quello dei due big con gli altri candidati premier. Magari non avrebbe cambiato le intenzioni di voto, ma gli elettori non avranno la possibilità di valutare i due contendenti.

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