«Per far fronte a queste problematiche è necessario creare occasioni educative dove affrontare il tema della morte a livello esistenziale». Il parere della psicologa Stefania Perduca


Redazione

23/07/2008

di Filippo MAGNI

«L’esperienza della morte entra nei luna park perché non c’è spazio per la sofferenza e il dolore nella nostra società».
Èl’opinione di Stefania Perduca, psicologa dell’Università Vita e Salute – San Raffaele, in merito alla nuova attrazione del Luna EuroPark situato nei pressi dell’Idroscalo di Milano.

Si tratta di un manichino che riproduce verosimilmente l’agonia di un condannato a morte. Basta inserire un euro nella macchina perché il fantoccio inizi ad agitarsi, sussultando in modo agghiacciante, trattenuto a fatica dalle catene che lo bloccano alla sedia e circondato dal fumo dell’elettricità. Passato il minuto di sofferenza simulata tutto si ferma, con il manichino piegato in avanti: l’esecuzione è avvenuta, il condannato è morto.

Decine di persone, di tutte le età, si sono soffermate a guardare lo spettacolo divertite: nel video pubblicato su youtube le risate coprono quasi le urla del manichino. Un’attrazione come un’altra per i giostrai, soddisfatti del ritorno economico dello spettacolo che, dicono, frutta 50 euro al giorno, 150 la domenica quando il parco è più frequentato. Nulla di illegale, ma viene da chiedersi se sia necessario vietare tali spettacoli o se non basti il buonsenso per evitare che la morte, sia pure solo rappresentata realisticamente, sia sfruttata come macchina da soldi.

«Non mi stupisce che tante persone abbiano assistito a questo spettacolo», commenta Perduca. «La morte esiste, è parte dell’uomo, dunque è naturale il desiderio di guardarla, di esorcizzarla». Negli ambiti opportuni, però: «Il problema – aggiunge – è che la società ci fa credere di poter essere tutti sempre belli, sempre giovani, sempre sani. Così la morte è esclusa da ogni discorso, da ogni riflessione esistenziale, e trova spazio nei videogiochi, nei film, nei luna park, dove il contatto con il mondo è più debole».
Sono le nuove generazioni, in particolare, a non avere gli strumenti per affrontare questo argomento, precisa: «Praticamente tutti gli adulti hanno fatto esperienza della morte anche in casa, in occasione della dipartita di un familiare, mentre è assai improbabile che i giovani vivano questo tipo di situazione».

Ma qual è la novità in quest’ultimo caso rispetto ad analoghi casi precedenti che hanno interessato pellicole particolarmente violente o videogames?. «L’attrazione – continua la psicologa – è meno virtuale delle precedenti, si può toccare e vedere, in un certo senso sono gli stessi spettatori, inserendo la moneta, ad infliggere la pena». Un gusto per il dolore spiegabile con il contesto in cui è inserita l’attrazione: «Gli studi sociologici rivelano che in situazione di divertimento il senso della realtà diventa più debole e, quando non ci si sente pienamente responsabili, ci si sente autorizzati a compiere anche azioni moralmente inaccettabili».

Conclude la psicologa: «Per far fronte a queste problematiche è necessario creare occasioni educative dove affrontare il tema della morte a livello esistenziale, non limitandosi alla censura di tali spettacoli, di evidente cattivo gusto, ma fornendo alle persone gli strumenti per comprendere e affrontare la morte da un punto di vista autenticamente cristiano».

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