Monsignor Stanislav Hocevar, arcivescovo metropolita di Belgrado, commenta la cattura dell'ex leader serbo-bosniaco, accusato di genocidio e crimini di guerra: «Occorre sanare il passato e aprirsi al futuro, nel segno della serenità, dell'unità, della stabilità e della pace»


Redazione

23/07/2008

a cura di Giovanna PASQUALIN TRAVERSA

«A nome della Commissione europea mi rallegro per la notizia dell’arresto di Radovan Karadzic. Questo è uno sviluppo molto positivo che contribuirà a rendere giustizia e a una riconciliazione duratura nei Balcani occidentali». Così José Manuel Barroso, capo dell’esecutivo Ue, ha commentato l’arresto dell’ex leader serbo-bosniaco, ritenuto responsabile di genocidio per la strage di Srebrenica del 1995, con l’uccisione di ottomila musulmani, e per l’assedio di Sarajevo (dodicimila morti), durante la guerra seguita allo sfaldarsi dell’ex Jugoslavia.

L’operazione condotta dalle forze serbe, secondo Barroso, «dimostra la determinazione del nuovo governo di Belgrado di arrivare a una piena cooperazione con il Tribunale internazionale dell’Aja». Di «un passo decisivo nella cooperazione con il Tpi» ha parlato anche il commissario Ue all’allargamento, Olli Rehn. Karadzic era al primo posto nella lista degli ultimi tre ricercati per crimini di guerra nella ex Jugoslavia.

Del significato di questo arresto per il futuro della Serbia parla monsignor Stanislav Hocevar, arcivescovo metropolita di Belgrado: «Occorre sanare il passato e aprirsi al futuro, e non solo per ragioni politiche e in vista dell’integrazione europea: il governo, e in particolare il presidente della Repubblica Boris Tadic, sono finalmente consapevoli che il Paese e la popolazione hanno bisogno di ritrovare serenità, unità, stabilità e pace», e a questo può contribuire anche «lo stesso processo di integrazione europea».

Monsignor Hocevar legge in questo termini il gesto di collaborazione delle autorità serbe con il Tribunale dell’Aja. «Il processo appena iniziato in Serbia – spiega – sarà abbastanza lungo per la diversità dei partiti e degli orientamenti, ma è importante che il presidente Tadic e il governo si impegnino per promuovere – ancorché gradualmente – la catarsi interiore di cui la popolazione ha realmente bisogno». In questo orizzonte l’arresto di Karadzic è «il segno della decisione interiore di sanare il passato e di aprirsi al futuro, e ciò costituisce una forte speranza anche per i giovani, spesso tentati dallo scoraggiamento».

«Qui si avverte vivo il desiderio di dare a tutte le popolazioni, le etnie e le minoranze etniche presenti sul territorio un “contesto europeo” – sottolinea l’Arcivescovo di Belgrado -. L’integrazione nella Ue sarà un passo importante anche per arrivare alla riconciliazione interna e alla soluzione dei numerosi problemi politici ancora aperti. Ritengo che la comunità europea e la comunità internazionale debbano fare tutto il possibile per realizzare questa integrazione, pur nel rispetto dell’identità serba legata a una cultura cristiana orientale».

«E’ inoltre necessario – continua monsignor Hocevar – un dialogo più stretto fra Oriente e Occidente. Chiediamo all’Occidente di assicurare il più possibile una rete di comunicazione con l’Oriente: in questa regione (Serbia, Kosovo, Montenegro e Albania) mancano infrastrutture e collegamenti stradali, ferroviari e aerei: ciò ha reso difficoltose le comunicazioni interne ed esterne e ha provocato isolamento e impossibilità di dialogo, oltre che di progresso culturale, sociale ed economico. La Serbia è tuttora un Paese molto povero; al suo interno manca anche un sistema capillare di scuole, istituti di istruzione e università».

Anche i cattolici vivono tra mille difficoltà: «La Chiesa cattolica è in nettissima minoranza e in Europa è poco considerata. I cattolici in Serbia, pur subendo sofferenze di ogni tipo, si sentono un po’ dimenticati dalle Chiese degli altri Paesi; nonostante ciò lavorano molto per la riconciliazione e, trovandosi al confine tra Occidente e Oriente, per la promozione dell’unità dei cristiani e per il dialogo con l’Islam».

«L’Europa non dovrebbe limitarsi a favorire l’ingresso nell’Ue – continua il presule -, dovrebbe anche aiutare concretamente la popolazione; allo stesso tempo dalla comunità internazionale e dalla Chiesa universale noi cattolici ci aspettiamo sempre più sostegno morale e aiuto materiale». Ma per tutto ciò, conclude, «occorre, fra le altre cose, superare un diffuso pregiudizio contro la Serbia: a pagare per i crimini compiuti da qualcuno non può essere tutto un popolo».

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