Un aspetto dell'immigrazione ancora poco conosciuto, ma che sta assumendo dimensioni importanti: oltre 165 mila stranieri titolari d'impresa, 20 mila nuove aziende all'anno, un contributo di oltre il 9% al Pil del nostro Paese


Redazione

16/01/2009

di Rita SALERNO

È il primo studio approfondito sul fenomeno degli immigrati presenti sul territorio italiano che hanno scelto la via dell’imprenditorialità per realizzarsi e per contribuire allo sviluppo del nostro Paese. ImmigratImprenditori, questo il titolo del volume presentato a Milano dalla fondazione Ethnoland, è una dettagliata fotografia delle aziende italiane fondate da immigrati, ricca di dati e di esperienze raccolte regione per regione.

Nel complesso, i titolari d’impresa nati all’estero sono 165.114. In pratica, una su trentatré aziende registrate sono di proprietà straniera. Si tratta di un fenomeno recentissimo, che ha subìto un forte impulso a partire dal 2000 con 140 mila aziende create, al ritmo di ventimila ogni anno.

Un boom di piccole imprese che va dalle Alpi alle coste siciliane. Solo in Lombardia, infatti, se ne contano trentamila. E diversi sono i casi d’eccellenza in Sardegna, Sicilia e Calabria, dove gli immigrati hanno uguagliato il tasso di imprenditorialità degli italiani.

Milano e Roma sono le province protagoniste dell’imprenditoria straniera, rispettivamente con 17.297 e 15.490 imprese con titolare immigrato, seguite da Torino con 11.662 e ancora altre 17, ciascuna con più di duemila imprese. Mentre le province che contano almeno mille imprese con titolare immigrato sono molto più numerose.

È l‘industria il settore maggiormente privilegiato dagli imprenditori immigrati con 83.578 aziende, pari al 50,6%. Al suo interno prevale di gran lunga il comparto edilizio con 64.549 aziende, pari a 4 su 10 gestite da immigrati, per lo più provenienti dall’Europa dell’Est, seguito a distanza dal comparto tessile, abbigliamento e calzature (10.470 aziende), nel quale si sono posti in evidenza i cinesi.

Il settore dei servizi è distanziato di poco con 77.515 aziende pari al 46,9% e registra la prevalenza delle aziende commerciali (57.723 e 35%), che insieme a quelle edili arrivano a totalizzare quasi otto ogni dieci aziende con titolare immigrato. I marocchini manifestano maggiore interesse per il commercio (67,5% delle imprese), i romeni per l’edilizia (più dell’80%) e così pure gli albanesi, mentre i cinesi si dividono tra l’industria manifatturiera (46%) e il commercio (44,6%).

Da notare anche che il livello di istruzione degli imprenditori stranieri si pone al di sopra di quello dei lavoratori dipendenti immigrati, peraltro tutt’altro che trascurabile. Come lavoratori dipendenti mediamente percepiscono il 60% del salario corrisposto agli italiani, mentre dagli archivi previdenziali risulta che il lavoro autonomo si colloca a un livello più elevato.

Non sono poche le ricadute positive di questo fenomeno. La presenza lavorativa degli immigrati contribuisce alla formazione di circa un decimo del prodotto interno lordo. Uno studio di Unioncamere e dell’Istituto Tagliacarne, sulla scorta dei dati del 2006, ha accertato che è dovuto agli immigrati il 9,2% del valore aggiunto, corrispondente a una quota di 122 miliardi del Pil.

Si tratta di un’incidenza quasi doppia rispetto a quella che gli immigrati hanno sulla popolazione residente e ciò si giustifica per il fatto essi hanno un tasso di attività più elevato rispetto agli italiani (pari al 73%, quindi 12 punti in più).

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