Morire di rave party Il sociologo Mauro Magatti intervistato da Fabio Pizzul su Radio Marconi: «Quello dei giovani è un mondo disorientato: faticano a seguire delle regole, perché gli adulti sono incapaci di chiedere loro di rispettarle. L’assenza del limite non può che avere conseguenze negative. Come ripartire? Senza eccedere né in pessimismo, né in ottimismo, ma facendo capire che non tutto ciò che è possibile è anche lecito»   Scarica la versione gratuita di Windows Media Player -


Redazione

26/03/2008

di Luisa BOVE

Mentre tanti giovani partecipavano alla Veglia di Pasqua migliaia di ragazzi si davano appuntamento al rave party di Segrate, per sballarsi e stordirsi con musica, alcol e droga. Una coincidenza che fa riflettere e che fa dire a monsignor Severino Pagani, Vicario episcopale per la Pastorale giovanile: «Oggi i ragazzi sono stati derubati dal senso del tempo e dall’interpretazione della storia». E così può capitare che «finiscano quasi per estraniarsi da se stessi in cerca di qualcosa che può diventare drammatico».

Ma cosa significa che hanno perso la percezione del tempo?
Non comprendono che il tempo è una successione piena di significati, fatta di memoria, presente, futuro… così come è ancora capace di dire la fede cristiana quando fa memoria della Risurrezione di Cristo, che vive ancora. E quando i giovani sono derubati del tempo si rifugiano soltanto nell’attimo, e lì cercano qualcosa che non trovano, cercando di uscire da se stessi. È facile capire questi ragazzi, non dico condividere quello che fanno, ma almeno capire cosa provano. Quando mi capita di incontrare qualcuno come loro sento una grande tenerezza e un bisogno di stargli vicino, anche se non riusciamo. Si tratta di farli parlare, far emergere quello che hanno nel cuore, perché a volte sono molto soli.

A volte sembra che i ragazzi temano la realtà…
Temono la realtà perché tante volte, al di là della compagnia “debole”, vivono una realtà di solitudine. Non hanno grandi legami, amicizie sincere dentro le quali scambiare significati, far nascere desideri, stabilire incontri, condividere esperienze… In fondo la realtà è fatta di rapporti con il mondo, lo spazio, la storia, le persone. Ma i giovano, non avendo la capacità di costruire una realtà ricca di questi legami e significati a un certo punto si trovano a sfuggirla, entrando in una realtà virtuale. Che è sorretta dall’annullamento della coscienza seria di sé e da una musica che finisce con l’essere semplicemente un’atmosfera dentro la quale respirare un’aria che non trovano altrove.

I giovani della Veglia e quelli del party intendono la vita in due modi diversi, eppure entrambi vivono esperienze simili, dalla scuola all’amicizia, dalla passione per la musica alla voglia di essere apprezzati…
La vita promette a tutti esperienze belle. Diverse realtà istituzionali propongono iniziative positive, per cui i ragazzi – volenti o nolenti – si trovano a viverli insieme, come avviene per la scuola, la musica, lo sport, il tempo libero… La vita non è avara di significati positivi e di proposte reali, capaci di far crescere i ragazzi, ma dipende da come “ci si sta dentro”. Nella stessa aula ci sono ragazzi diversi che si scontrano, si incontrano, si condizionano… Tutti ascoltano musica, ma il modo può essere diverso, un conto è ascoltarla da soli, con un amico, all’interno di una relazione familiare… o per farsi rapire perché non si ha nient’altro di cui vivere.

A Segrate è morto un giovane di 19 anni, ucciso da forse da un mix di droga e alcol. Quanto l’esperienza della morte di un amico o di un coetaneo può diventare occasione di riflessione?
Nel mondo giovanile la morte è qualcosa di terribile. Quando muore un amico i ragazzi sono coinvolti in modo straordinario nel loro corpo e nelle loro emozioni. Assistere a una celebrazione funebre di un giovane è straziante e i compagni fanno emergere dal loro cuore il meglio che hanno. Questo sentimento però diventa subito debole, dopo qualche giorno, dopo qualche settimana… e così di fronte alla morte non sono in grado di fare una riflessione. È un’emozione consumata rapidamente, come una bibita che si beve veloce e alla fine il ricordo si allontana, i bisogni della vita quotidiana riemergono e se non si hanno validi sostegni e accompagnatori fidati, ognuno si ritrova nella sua solitudine e nel suo dramma.

C’è qualcosa che il mondo adulto, la stessa società civile, con le sue istituzioni, possono ancora fare, nei confronti dei giovani?
Possono fare tantissimo. Oggi, se vogliamo essere onesti, non possiamo parlare dei giovani senza parlare anche degli adulti, che hanno responsabilità educative, economiche, culturali, hanno responsabilità nel descrivere la vita, l’amore, la fedeltà, la sessualità, la fede, i soldi… I giovani sono persone che stanno crescendo e se avessero intorno realtà educative o comunque convergenze su alcuni valori da parte degli adulti crescerebbero in modo diverso.

Si tratta anche di diffondere tra le giovani generazioni una cultura della vita, del sano divertimento, dello svago autentico?
Certamente. Si tratta di diffonderla e già la si diffonde, perché contemporaneamente a queste feste il sabato sera ci sono anche altri incontri, sia nel mondo sportivo che in quello religioso. Non sarebbe giusto dire che i giovani sono una categoria omologata, tutta uguale. Ci sono ragazzi capaci di cogliere dalla vita la verità, il senso delle cose, le relazioni. Occorrono energie educative molto più solide e quelle che ci sono sufficienti per permettere ai giovani di ritrovare il senso della vita. Inoltre c’è un mondo adulto che a volte sfrutta questi sentimenti deboli dei ragazzi a fini economici. Certe feste hanno un retroscena che non fa crescere i giovani.

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