Il provvedimento approvato la settimana scorsa dall'Ue intende rispondere all'illegalità e alla domanda di sicurezza dei cittadini europei di fronte all'immigrazione clandestina. Ma contiene elementi poco chiari e altri gravi e inaccettabili, sui quali anche la Chiesa ha espresso perplessità e contrarietà


Redazione

26/06/2008

di Gianni BORSA

Una nuova normativa necessaria quale “risposta alla illegalità”, oppure direttiva “della vergogna”, prodotto e simbolo di una Europa-fortezza? A proposito della “direttiva rimpatri” (contenente “norme comuni sulla detenzione e il rimpatrio degli immigrati clandestini, promuovendo anche il ritorno volontario”), approvata la scorsa settimana dall’Unione Europea, si sono scritte pagine di spiegazioni giuridiche, con commenti pro e contro. Come tutti i provvedimenti politici di rilievo, il testo – frutto dell’accordo tra gli Stati membri e una non ampia maggioranza all’Europarlamento – presenta aspetti positivi e altri negativi.

L’immigrazione clandestina non può essere tollerata: perché contrasta le leggi in vigore nei Paesi Ue, ma anche, anzi soprattutto, perché lascia gli immigrati ai margini della società europea e fa sentire i cittadini comunitari meno sicuri a casa loro. Lo ha spiegato con chiarezza l’eurodeputato Manfred Weber, relatore della direttiva al Parlamento di Strasburgo: «La direttiva è una risposta alla illegalità ed è frutto di un clima politico e culturale mutato. La gente vuole norme più severe e noi ci siamo mossi in questa direzione».

Da questo punto di vista Weber ha sgombrato il campo dagli equivoci. Gli elettori, spesso sollecitati dai mass media e da moltissimi politici, invocano frontiere invalicabili e città libere dagli stranieri sans papier. E l’Ue, in accordo con i governi, agisce di conseguenza. Pur dovendosi contraddire: mentre, infatti, l’Europarlamento votava le misure per espellere gli immigrati illegali, la Commissione presentava le linee-guida della futura strategia comune per regolare l’immigrazione.

Questo perché «l’Europa sta invecchiando e occorrono under 30 e giovani famiglie, oltre a cervelli e braccia per le nostre fabbriche». Il “vecchio continente” (anche anagraficamente) necessita, secondo le previsioni Ue, di 20 milioni di immigrati per mantenere nei prossimi decenni l’attuale livello demografico e il relativo peso economico sui mercati mondiali.

Di fatto l’Ue prima decide come espellere gli stranieri (ma alcuni Stati già prevedono “eccezioni” per quelle figure professionali di cui c’è urgente necessità, come badanti, infermieri e addetti ai lavori usuranti), poi mette in agenda le regole necessarie per far entrare in Europa quei migranti di cui ha bisogno.

Entrando nel merito dei contenuti della “direttiva rimpatri”, numerose voci della società civile, del terzo settore, dell’associazionismo e delle Chiese hanno espresso profonde perplessità, se non addirittura contrarietà. Su questa linea anche il Pontificio istituto Migrantes, Comece (Commissione degli episcopati della Comunità europea), Caritas Europa e Caritas Italiana.

In effetti i 18 mesi di detenzione in Centri di permanenza temporanea (spesso simili a prigioni) previsti nella legge comunitaria per un immigrato illegale appaiono eccessivi, anche volendo provvedere al doveroso iter di espulsione.

Grave èl’estensione del provvedimento ai “minori non accompagnati”. Ingiustificabile la possibilità di procedere a un rimpatrio nei “Paesi di transito”: che di fatto non è più un “rimpatrio”, con il rischio di rimandare adulti e ragazzi in paesi come la Libia… Poco chiara risulta la questione dell’assistenza legale per le persone colpite da provvedimento di espulsione. Infine, sono difficili da giustificare i cinque anni durante i quali un “rimpatriato” viene bandito dal territorio Ue.

Se gli europei si sentono insicuri, i politici hanno il dovere di agire. Ma la “direttiva rimpatri” non sembra la risposta giusta al problema.

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