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Intervista

Franzini: «Soul, il silenzio ridà anima alla metropoli»

Il filosofo, Rettore emerito dell’Università degli Studi e, in questa veste, testimone dell’«istanza metafisica» che agita i giovani, sottolinea così il significato del Festival di spiritualità, giunto alla terza edizione

di Annamaria BRACCINI

3 Marzo 2026
Foto Andrea Cherchi

Il mistero che è parte della nostra stessa vita, della nostra interrogazione sul mondo, sulle cose. Che è anche «un modo per non limitarci ai fatti, alla contingenza di ogni giorno: il tentativo di arrivare, attraverso il visibile e l’indagine su ciò che siamo, a uno spessore più profondo, a una dimensione che è appunto quella dell’invisibile, ampliando l’orizzonte del sapere. Tutto questo significa riconoscere anche la nostra limitatezza, e la possibilità di andare oltre, di stupirci, scoprendo sempre qualcosa di nuovo». Elio Franzini, docente di Filosofia estetica, già rettore dell’Università degli Studi di Milano, definisce così il concetto del mistero. Tema a cui “Soul Festival” dedicherà, dal 18 al 22 marzo, la sua trerza edizione.

Durante la conferenza stampa di presentazione del Festival si è avuta l’impressione che questa idea del mistero abbia suscitato molto interesse. Lei che insegna in Università nota questo tra i giovani?
In primo luogo, «Soul» è una bellissima iniziativa che fa pensare che Milano sia una città che non dimentica la sua anima. La città non vive soltanto di luci, colori e spettacoli, ma del suo milione di cittadini e della loro intensa vita quotidiana, fatta di lavoro, impegno, studio, affetti. Personalmente sono felice di essere stato invitato a partecipare a un incontro perché mi sembra un momento importante di riflessione. Io vivo con i giovani ormai da oltre 40 anni e – lo dico sempre anche a loro – so che hanno un forte desiderio di andare oltre l’ovvietà, ciò che appare semplicemente utile per la loro vita quotidiana. La chiamerei una forte «istanza metafisica».

Elio Franzini
Elio Franzini

L’Arcivescovo nel suo intervento alla presentazione ha parlato del silenzio di cui ha bisogno la città «per non impazzire». Condivide?
Questa è anche la mia impressione perché continuo a ritenere che una dimensione di silenzio, ma soprattutto di riflessione, sia ciò che maggiormente è utile in questo periodo, contro una sorta di eccesso di litigiosità, di parole, di contrasti, di polemiche che nascono e si chiudono nel nello spazio della vita di una farfalla. In realtà, forse, dobbiamo abituarci a considerare il tempo in una dimensione più profonda e articolata. Il tempo non è soltanto una serie di istanti che passano, slegati tra loro, ma è la nostra stessa identità. Si tratta di comprendere il valore di una temporalità che stiamo perdendo e dimenticando.

Elena Beccalli, rettore dell’Università Cattolica – copromotrice di «Soul» con la Diocesi e il Comune – ha detto che è dovere di un Ateneo non accontentarsi di risposte banali…
Se non ne fossi convinto non avrei fatto il mestiere del filosofo e del professore. E comunque è nel Dna del genere umano non accontentarsi di ciò che ha già appreso e l’Università è proprio il luogo dove coniugare tradizione e andare sempre avanti verso l’innovazione. La ricerca è uno degli elementi-chiave di questo scavo nell’ignoto, nel mistero, nell’invisibile. Ripeto, la ricerca è fondamentale in tale intreccio di passato e futuro, ciò che ci appartiene e ciò che scopriremo.

Sempre l’Arcivescovo ha sostenuto che la città ha bisogno di correttivi. Quali secondo lei?
Milano deve essere sempre più capace di pensare agli ultimi, a coloro che non appaiono all’interno di un mondo luccicante. La città deve essere in grado di essere tale per tutti, trovando, per così dire, la misura per ogni suo cittadino. Direi che se la metropoli acquisisce la consapevolezza che, per migliorare, deve interrogarsi essenzialmente su se stessa, sulle sue contraddizioni, i suoi valori, i limiti, saremo già nella direzione giusta. Milano è una città che ha molti problemi, ma anche molte potenzialità, come dimostra il successo di «Soul». Come tutte le metropoli cambia a grande velocità, ma non può lasciarsi cavalcare dai cambiamenti, deve governarli.

Giovedì 19 marzo, alle 18, presso la Facoltà teologica, lei prenderà parte a una tavola rotonda nella quale si parlerà di «Dio: un nome che annoia?» È possibile che questo sia vero, oggi?
Il nome di Dio rischia di “annoiare” se non lo si nomina mai o mai seriamente. Se invece si ha il coraggio di nominarlo, anche in pubblico, allora si vede che il problema di Dio – antico quanto quello della civiltà -, non annoia mai, anzi. Manifestare nel mondo, serenamente, le varie esperienze di Dio è importante. Se non si parla di questo o se ne parla soltanto all’interno di circoli chiusi, è evidente che Dio, più che annoiare, finisce per essere un nome che spaventa.

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