«Vecchio, ma buono!». Il vescovo Ambrogio era a letto, malato, stremato. Sapeva che per lui era giunta la fine, e si preparava cristianamente a rendere l’anima a Dio. Lo sapevano anche i suoi collaboratori, e i vescovi suoi amici giunti dalle città vicine proprio per portare l’ultimo saluto. Tra loro, però, parlavano anche di cosa sarebbe successo da lì a poco, al momento del trapasso del pastore della comunità di Milano. Chi ne avrebbe raccolto l’eredità? Chi fra tutti era il più degno e il più capace di continuarne l’opera e il magistero? Credevano forse di non essere ascoltati, viste le condizioni ormai disperate di Ambrogio. Ma, come racconta il suo segretario e biografo Paolino, Ambrogio era vigile, e quando sentì pronunciare il nome di Simpliciano fece udire la sua voce.
Ambrogio moriva il 4 aprile del 397, a circa 60 anni. Simpliciano doveva averne una quindicina di più. Della scelta di Simpliciano quale nuovo vescovo di Milano e successore di Ambrogio si rallegrò anche Agostino. Il vescovo di Ippona, infatti, lo aveva conosciuto bene durante il suo soggiorno milanese, dalla conversione al battesimo nella veglia di Pasqua del 387. Perché era stato proprio Simpliciano ad accompagnarlo, passo dopo passo, in quel percorso di ricerca e di consapevolezza, come leggiamo nelle Confessioni.
Ma prima di guidare Agostino nella sua formazione cristiana, Simpliciano, come è noto, nel 374 aveva preparato Ambrogio stesso, che al momento dell’acclamazione a vescovo di Milano non aveva ancora ricevuto il battesimo.
Ma Ambrogio e Simpliciano probabilmente si erano forse già conosciuti a Roma, magari proprio nella casa di Ambrogio, attorno al 355, quando Ambrogio era poco più di un ragazzo, mentre Simpliciano doveva aver già compiuto i 30 anni. Ancora oggi, del resto, si discute se Simpliciano – «fin da giovane interamente consacrato a Dio», come ricorda Agostino – sia originario di Roma o sia nato invece a Milano (o comunque nel territorio della sua Diocesi), per poi soggiornare a Roma, studiando e formandosi.
È toccante leggere come il vescovo Ambrogio sia riconoscente al suo maestro Simpliciano per l’istruzione ricevuta. In una lettera, ad esempio, il vescovo di Milano dice al suo mentore: «Hai percorso tutta la terra per illuminare la tua fede e acquistare la conoscenza delle cose divine». Del resto, testimonia il vescovo di Ippona, Simpliciano da Ambrogio era «amato come un padre».
L’inizio dell’episcopato di Simpliciano fu segnato dalla vicenda dei tre martiri anauniensi – Sisinio, Martirio e Alessandro – che su richiesta di Vigilio, Ambrogio aveva inviato come evangelizzatori in Val di Non, venendo trucidati il 29 maggio 397. Giunti a Milano, i resti dei tre missionari furono deposti nella basilica delle sante vergini, che avrebbe poi assunto il nome proprio di San Simpliciano, dopo che vi fu deposto il vescovo. La liturgia ambrosiana lo ricorda il 14 agosto.
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