Al Museo diocesano riflessione artistico-spirituale dell’Arcivescovo e del Vescovo di Pozzuoli davanti all’«Adorazione» di Artemisia Gentileschi, il «Capolavoro per Milano» per l’Avvento e Natale

di Annamaria BRACCINI

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La comunione tra due Diocesi, tra due Chiese sorelle nel nostro Paese, che diviene un modo per evangelizzare attraverso il bello di un’arte senza tempo e confini. La bellissima Adorazione dei Magi di Artemisia Gentileschi, “Capolavoro per Milano” in mostra fino al 26 gennaio 2020 al Museo diocesano “Carlo Maria Martini”, arriva infatti dalla Diocesi di Pozzuoli, segnando una sinergia preziosa.

È la 12esima edizione del “Capolavoro” e la terza di un prestito, ma non vi è dubbio che si tratti di una sorta di “prima volta”, per le tante ragioni di eccezionalità legate a questa Adorazione. Così sottolinea Nadia Righi, direttrice del Museo e curatrice, illustrando l’opera a un nutrito numero di sacerdoti ambrosiani, alla presenza dell’Arcivescovo e del vescovo di Pozzuoli, monsignor Gennaro Pascarella, che a sua volta parla di «generosa collaborazione».

«È una comunione tra Chiese locali differenti e distanti nello spazio, ma unite attraverso l’arte, nell’evangelizzazione», osserva Ugo Pavanello, presidente della Fondazione “Sant’Ambrogio” aprendo l’incontro. «È il Capolavoro delle prime volte: la prima che riusciamo a realizzare l’iniziativa in collaborazione con una Diocesi italiana; la prima volta di un’artista donna – Artemisia Gentileschi – che fu “prima” in molti ambiti riservati, nell’arte, solo agli uomini», ricorda Righi.

E poi c’è la vicenda di Pozzuoli – dove sbarcò San Paolo – e del suo antichissimo tempio pagano di età romana, diventato chiesa cristiana nell’epoca apostolica, e, nei secoli, splendida Cattedrale. «C’è un valore profondamente umano ed evangelico che ci obbliga ad annunciare come fratelli e sorelle della stessa Chiesa che vive a Milano o a Pozzuoli, a Manila o a Recife – dice il vescovo Pascarella -. Sono convinto che le opere d’arte sono per tutti e che, nella necessaria sicurezza, è auspicabile uno scambio di beni, specie quando vi è qualcosa di tanto bello e grande».

L’intervento dell’Arcivescovo

«Apprezzo che il Museo, con il “Capolavoro”, metta in mostra una sola opera e non una collezione, perché questo aiuta a focalizzare l’attenzione», sottolinea l’Arcivescovo, che articola la sua riflessione attraverso la figura, presente con evidenza nella tela gentilesca, del «sapiente d’Oriente»: «L’intenso sguardo del sapiente d’oriente è l’immagine in cui si riassume la storia di una fede. C’è lo stupore affascinato dall’incontro con il bambino offerto dalla madre all’adorazione: nello stupore c’è la gioia, la commozione. Lo stupore è un tratto della semplicità, forse un’espressione di quel diventare come bambini che consente di entrare nel Regno dei cieli. In questo stupore c’è però qualche cosa di antico, qualche cosa di struggente, qualche cosa come un sospiro, che disseta. L’intensità del desiderio è una forza che riassume una vita intera, una ricerca che ha convinto al lungo viaggio, fino all’incontro con il Bambino e sua madre. In questo desiderio c’è la docilità: non è soltanto un vuoto, non è soltanto un’inquietudine. Questa docilità all’annuncio, alla chiamata della stella, al segno apparso nel cielo, ha portato al viaggio con gioie e smarrimenti. In questo sguardo c’è anche un “finalmente”».

Un viaggio, dunque, che comprende tutte le esperienze umane e uno sguardo in cui leggere, per intero, l’uomo. «In questo volto, siamo autorizzati a vedere tutto lo stupore, il desiderio, la docilità. Questa opera, ma anche più in generale, può interrogarci sulle tentazioni dello sguardo, anche il nostro. C’è lo sguardo incredulo e scettico che non si lascia convincere dall’incontro con il bambino insignificante, che ha molte obiezioni, che può vivere anche senza credere, che ha visto, ma rimane perplesso. C’è lo sguardo distratto che guarda tutto di fretta, superficiale e sbrigativo. C’è lo sguardo possessivo, per un desiderio di proprietà, mosso dall’avidità o dalla passione».

Ma sempre c’è lo sguardo, affascinato che comprende di trovarsi davanti al Mistero. Lo sguardo con cui guardare al quadro (bello pensare che il Museo diocesano sia inserito nel complesso della Basilica di Sant’Eustorgio che conserva le Reliquie dei Magi, per l’occasione visibili per tutta la durata della Mostra.   

Infine, il riferimento è alla frase del Libro di Giobbe: «Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto». «Venire qui o condurre al Museo dei gruppi, significa chiedere di imparare a guardare, di essere disponibili alla gioia, a unificare la vita in uno sguardo, in un sospiro e in un grazie».

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