Lo spirito patriottico del protagonista del romanticismo pittorico italiano si svela nel suo capolavoro, ma anche nelle sue opere a soggetto sacro. A confronto in una mostra a Brera

di Luca FRIGERIO

L'addolorata di Hayez

Due giovani abbracciati, le mani di lui ad accarezzare la testa di lei, mentre le labbra si sfiorano in una promessa d’amore eterno, in un istante di felicità senza fine… Il Bacio di Francesco Hayez è uno dei dipinti più celebri e più amati di tutti i tempi. E non solo in Italia. Per il suo messaggio semplice e universale. Per la qualità altissima della sua pittura. Per il coinvolgimento emotivo, l’empatia immediata che sa suscitare in ogni spettatore, ieri come oggi. Un quadro che è diventato esso stesso un mito, replicato e diffuso all’infinito, oggetto di numerose mostre e protagonista di continue rassegne. Come ancora in quest’ultima allestita proprio nella sua “casa”, a Milano, in quella Pinacoteca di Brera che lo annovera fra le sue gemme, in un evento che si inserisce nelle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità italiana.

Eppure, per comprendere fino in fondo i richiami simbolici di quest’opera, per andare insomma al di là di quel pur tenerissimo gesto d’affetto, bisogna forse fare un passo indietro, e osservare con attenzione un altro quadro del pittore veneziano, ma “naturalizzato” milanese, anch’esso presente nell’esposizione braidense. Un dipinto a soggetto religioso, si badi, e quindi piuttosto insolito nella produzione artistica di Hayez, raffigurante la Vergine addolorata con gli angeli e i segni della Passione (oggi a Riva del Garda), dove l’accorata espressione di Maria, i profili nobilissimi delle creature celesti, l’uso della luce che definisce nitidamente i contorni delle figure illuminandole da dietro, ne fanno un’opera di squisita eleganza e di vibrante modernità.

E dove il gioco dei colori – ecco la sorpresa! – nasconde, ma sarebbe meglio dire “evidenzia”, un ardore patriottico che passando per la tunica verde dell’angelo s’infiamma nella veste rossa e nel velo bianco della Vergine, ad evocare così, fieramente, l’italico tricolore. Sull’intento “politico” della tela del resto non vi sono dubbi, se si considera che venne commissionata nel 1842 dalla contessa Carolina Santi Bevilacqua, nobildonna bresciana attivamente impegnata, come del resto tutto il suo casato, nella lotta risorgimentale contro gli austriaci.

Lo stesso Francesco Hayez, d’altra parte, era già indicato da Giuseppe Mazzini come il principale interprete in campo artistico delle aspirazioni nazionali. La sua prima e più famosa versione del Bacio, quella appunto conservata a Brera, fu esposta al pubblico nel settembre del 1859, cioè tre mesi prima dell’ingresso a Milano di Vittorio Emanuele II e di Napoleone III, salutati come gli artefici della liberazione del dominio asburgico e i fautori dell’ormai imminente unificazione nazionale. Se allora torniamo a osservare questo celeberrimo quadro, possiamo notare come anche qui i colori dominanti siano il rosso, il bianco e il verde, a cui si aggiunge l’azzurro metallico dell’abito della giovane, cosicchè le due figure sembrano rappresentare anche un’inedita allegoria della nascita della nuova Italia grazie all’aiuto della Francia, nell’intreccio appassionato dei due tricolori. Ma lo stesso concetto, si badi, era già stata espresso diciasette anni prima, quasi come auspicio, proprio nella pala della Vergine Addolorata, dove la bandiera francese era composta accanto a quella italiana nel manto blu di Maria e nella veste bianca dell’angelo inginocchiato a destra!

Il patriota Hayez, insomma, con questo Bacio, variamente interpretato come quello fra Romeo e Giulietta o quello del volontario che saluta la sua amata alla partenza per la battaglia, aveva voluto lanciare un messaggio di ottimismo alla giovane patria italiana che, appena uscita dalle lotte per raggiungere l’indipendenza e l’unità, doveva ora pensare al futuro e a rigenerarsi.

Eppure, anche in questa immagine da fiaba, con i costumi e l’ambientazione che rimandano a una sorta di medioevo cavalleresco, si percepisce a ben vedere un sentimento di inquietudine che sembra incombere sui due amanti, addensato in quell’ombra, a sinistra, dove scivola una sagoma incerta, eppure in qualche modo minacciosa… Come una nota d’amarezza, insomma, che può rompere l’incanto. Proprio come del resto era avvenuto il 14 luglio di quello stesso 1859, con l’armistizio di Villafranca, che aveva sacrificato il Veneto alla ragion di Stato. E che il veneziano Hayez aveva forse vissuto, come tanti allora, come un tradimento rispetto all’effettiva realizzazione del sogno risorgimentale.

Nel segno di Verdi e Manzoni

Ma la mostra in corso a Brera fino al prossimo 25 settembre, coprodotta da Skira che ne pubblica anche il catalogo, non è naturalmente soltanto il celebre Bacio. Partendo proprio dai dipinti di Francesco Hayez, la rassegna milanese diventa infatti l’occasione per illustrare il contributo di altri due protagonisti della stagione risorgimentale italiana, e milanese in particolare: Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi, che attraverso la letteratura e la musica, il romanzo e il melodramma, hanno fornito alla nuova nazione italiana i modelli in cui riconoscersi.
«Hayez nella Milano di Manzoni e di Verdi»,
Milano, Pinacoteca di Brera (via Brera, 28), da martedì a domenica, dalle 8.30 alle 19.15. Prenotazioni per singoli e gruppi, tel. 02.92800361 – www.pinacotecabrera.net

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