In mostra il reportage di Kathryn Cook, giovane fotografa americana, premiato con diversi riconoscimenti internazionali.

di Luca FRIGERIO
Redazione

Sguardi duri, di occhi inariditi dalle troppe lacrime versate, di occhi che troppe sofferenze hanno dovuto vedere. Uno sguardo fiero, di chi non ha ceduto di fronte all’orrore, di chi ha resistito nonostante tutto, contro tutto. Uno sguardo che nella memoria del “secolo breve” evoca i martiri di Auschwitz, i dannati della Siberia, i perseguitati del Kossovo… Lo sguardo di chi ha visto in faccia il Metz Yeghèrn, il Grande Male: l’olocausto del popolo armeno.
Testimoni diretti oggi non ce ne sono più, tracce poche, ammissioni scarse. E sullo sterminio degli armeni in Turchia, tra il 1915 e il 1917, da tempo è sceso il silenzio, l’oblio. Un genocidio perfetto, dal punto di vista dei carnefici. Una pulizia etnica perpetrata nell’indifferenza della comunità internazionale, incoraggiata dall’impunità di Stato. E quello che era l’Eden biblico, la terra rigenerata dall’Arca, si trasformò in un autentico inferno. Resta qualche rara immagine, rubata da missionari e diplomatici occidentali in Armenia in quei tragici giorni. Immagini a cui per lungo tempo non si è voluto credere, davanti alle quali ancora oggi molti preferiscono chiudere gli occhi. Perché quella armena, a distanza di quasi un secolo dallo sterminio, è una questione che continua a creare imbarazzo e fastidio. Sguardi duri, di occhi inariditi dalle troppe lacrime versate, di occhi che troppe sofferenze hanno dovuto vedere. Uno sguardo fiero, di chi non ha ceduto di fronte all’orrore, di chi ha resistito nonostante tutto, contro tutto. Uno sguardo che nella memoria del “secolo breve” evoca i martiri di Auschwitz, i dannati della Siberia, i perseguitati del Kossovo… Lo sguardo di chi ha visto in faccia il Metz Yeghèrn, il Grande Male: l’olocausto del popolo armeno.Testimoni diretti oggi non ce ne sono più, tracce poche, ammissioni scarse. E sullo sterminio degli armeni in Turchia, tra il 1915 e il 1917, da tempo è sceso il silenzio, l’oblio. Un genocidio perfetto, dal punto di vista dei carnefici. Una pulizia etnica perpetrata nell’indifferenza della comunità internazionale, incoraggiata dall’impunità di Stato. E quello che era l’Eden biblico, la terra rigenerata dall’Arca, si trasformò in un autentico inferno. Resta qualche rara immagine, rubata da missionari e diplomatici occidentali in Armenia in quei tragici giorni. Immagini a cui per lungo tempo non si è voluto credere, davanti alle quali ancora oggi molti preferiscono chiudere gli occhi. Perché quella armena, a distanza di quasi un secolo dallo sterminio, è una questione che continua a creare imbarazzo e fastidio. Un intenso bianco e nero Contemporanee, attuali, invece, sono le immagini oggi presentate alla Galleria San Fedele a Milano. Ma, forse, non meno intimamente drammatiche. Le ha realizzate Kathryn Cook, una giovane fotografa americana che ha lavorato per oltre due anni a un progetto sulla memoria negata del massacro degli armeni: una ricerca che, per i suoi risultati e per il suo valore, le è valsa diversi riconoscimenti internazionali, come l’Inge Morath Award, l’Aftermath Project Grant e il Premio Enzo Baldoni.Scatti in un rigoroso bianco e nero, profondo come il lutto, luminoso come la speranza. Fotografie che, nell’essenza del reportage, documentano e descrivono la realtà del momento presente, con tutte le sue implicazioni e le sue problematiche. Ma che soprattutto, prima di tutto, sono capaci di evocare vite dimenticate, di alludere a lontane vicende. Assenze, più che presenze: un muro, una finestra, una porta socchiusa. O una mano protesa, una testa reclinata. Frammenti poetici, scorci lirici che diventano i segni di ferite ancora aperte, i simboli di un futuro da conquistare, giorno per giorno. Volti e storie, per non dimenticare Volti e storie che la Cook ha scovato non solo nell’attuale repubblica Armena, ma anche in Turchia, in Libano, in Israele, in Siria, ovunque questo popolo in fuga si è disperso per cercare di continuare a vivere. Incontrando i nipoti dei superstiti, eredi di una tragica eredità da custodire nel cuore. Visitando i loro antichi villaggi, le loro chiese in rovina, ricomponendo le tracce di una presenza che un tempo era stata l’anima stessa dell’Anatolia Orientale.Perchè tutto è stato nascosto, ma nulla deve andare dimenticato. Perchè in pochi mesi, oltre un milione e mezzo di armeni furono cancellati dalla loro terra: il genocidio di un popolo. Semplicemente non esistevano più. Anzi, non erano mai esistiti. Così, se il genocidio degli armeni non insegnò nulla alle distratte democrazie occidentali, diede invece non pochi suggerimenti ai regimi totalitari di poco posteriori e alle loro aberranti ideologie. «Chi, dopo tutto, parla oggi dell’annientamento degli armeni?», affermava Adolf Hitler alla vigilia dell’invasione della Polonia, nel 1939, prospettando l’imminente olocausto del popolo ebraico. Già, chi ne parla? Fino al 18 dicembre 2009, a Milano presso la Galleria San Fedele (via Hoepli 3A), dal martedì al sabato, dalle ore 16 alle 19. Lo mostra è a cura di Gigliola Foschi e Andrea Dall’Asta. L’ingresso è libero. Per informazioni, tel. 02.86352233.

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