Le suggestive fotografie di Angela Prati raccontano la millenaria civiltà tibetana, da mezzo secolo schiacciata dall'occupazione cinese.

di Luca FRIGERIO
Redazione

Om mani padme hum. È il mantra buddhista più celebre e più diffuso. Uno “strumento per pensare” che in Tibet è presente ovunque: inciso sulle rocce, dipinto sui templi, scritto su strisce di carta, mormorato da monaci e fedeli, sussurrato dalle bandiere che garriscono al vento… «Salve, o gioiello nel fiore di loto» è la traduzione di questa evocativa sequenza di sillabe sacre: dove il termine “gioiello” allude al Bodhisattva Avalokitesvara (ovvero: ), di cui il Dalai Lama è considerato la reincarnazione vivente; e dove il “fiore di loto” diventa simbolo di purezza e di elevazione spirituale, perchè sboccia luminoso malgrado affondi le sue radici nel fango delle acque stagnanti. Una metafora, questa del loto, che ben si adatta anche alla drammatica situazione oggi vissuta dal popolo tibetano… Per questo non poteva davvero esserci titolo diverso, nè più emblematico, per la mostra fotografica allestita presso la Galleria San Fedele a Milano. Immagini splendide, affascinanti, capaci di restituire tutta la magia e la bellezza di questa terra posta sul “Tetto del mondo”, cogliendo l’intensità di sguardi e di gesti, restituendo perfino i silenzi di vallate immense e di montagne inaccessibili. Angela Prati ne è l’autrice, fotoreporter di grande esperienza e professionalità che nel corso di numerosi viaggi (anche sulle orme dell’indimenticato Giuseppe Tucci) ha imparato a conoscere il Tibet e i suoi figli, ritraendo l’uno e gli altri con occhio appassionato, e tuttavia lontano dai facili e superficiali stereotipi. Om mani padme hum. È il mantra buddhista più celebre e più diffuso. Uno “strumento per pensare” che in Tibet è presente ovunque: inciso sulle rocce, dipinto sui templi, scritto su strisce di carta, mormorato da monaci e fedeli, sussurrato dalle bandiere che garriscono al vento… «Salve, o gioiello nel fiore di loto» è la traduzione di questa evocativa sequenza di sillabe sacre: dove il termine “gioiello” allude al Bodhisattva Avalokitesvara (ovvero: ), di cui il Dalai Lama è considerato la reincarnazione vivente; e dove il “fiore di loto” diventa simbolo di purezza e di elevazione spirituale, perchè sboccia luminoso malgrado affondi le sue radici nel fango delle acque stagnanti. Una metafora, questa del loto, che ben si adatta anche alla drammatica situazione oggi vissuta dal popolo tibetano… Per questo non poteva davvero esserci titolo diverso, nè più emblematico, per la mostra fotografica allestita presso la Galleria San Fedele a Milano. Immagini splendide, affascinanti, capaci di restituire tutta la magia e la bellezza di questa terra posta sul “Tetto del mondo”, cogliendo l’intensità di sguardi e di gesti, restituendo perfino i silenzi di vallate immense e di montagne inaccessibili. Angela Prati ne è l’autrice, fotoreporter di grande esperienza e professionalità che nel corso di numerosi viaggi (anche sulle orme dell’indimenticato Giuseppe Tucci) ha imparato a conoscere il Tibet e i suoi figli, ritraendo l’uno e gli altri con occhio appassionato, e tuttavia lontano dai facili e superficiali stereotipi. Un genocidio culturale Curata da Gigliola Foschi e da Andrea Dall’Asta, la mostra diventa così anche un omaggio alla tenacia con cui i tibetani ancor oggi mantengono viva la propria cultura e spiritualità, nonostante la dura occupazione cinese. Dal 1950, infatti, la Cina sta perpetrando in Tibet quello che il Dalai Lama ha definito un «genocidio culturale», che ha causato oltre un milione di vittime, la distruzione di migliaia di monasteri e di luoghi di culto (insieme a manoscritti e opere d’arte, quando non sono stati confiscati e venduti), l’esilio forzato di centinaia di migliaia di profughi. I tibetani, infatti, stanno ormai diventando una minoranza senza diritti nella propria patria, umiliati dalle campagne repressive di Pechino e schiacciati dal trasferimento massiccio e continuo di coloni cinesi, a cui si aggiunge un controllo delle nascite fatto di sterilizzazioni e di aborti.Angela Prati documenta, così, la pacifica protesta dei tibetani nei confronti delle autorità cinesi, che permettono, ad esempio, la cattura di animali rari e selvaggi per la preparazione di quelle medicine “tradizionali” di cui sono grandi consumatori. O mostra come vivono quanti hanno trovato rifugio al di là delle montagne, in India, nel Ladakh, soprattutto quelle giovani generazioni che, nate e cresciute in esilio, possono solo vagheggiare una madrepatria che non hanno conosciuto e che forse mai conosceranno. Ma soprattutto, attraverso scatti di toccante suggestione, ci racconta la cultura e la fede di un popolo, le loro tradizioni religiose, le loro consuetudini millenarie. Una civiltà, quella tibetana, talmente ricca e complessa da costituire un vero patrimonio dell’umanità, un tesoro universale che tutti noi siamo chiamati a difendere. Con la speranza che prima o poi sia esaudito l’augurio scritto sui colorati vessilli di preghiera: «Possano tutti avere un’esistenza dignitosa, trascorsa tra felici circostanze e vivere una vita in armonia nella quale i desideri si avverino». Inaugurazione il 29 settembre «Om mani padme hum: la luce del Tibet»,Galleria San Fedele (via Hoepli 3a, Milano).Inaugurazione martedì 29 settembre, ore 18.30:a seguire, incontro-dibattitocon Angela Prati, Marco Restelli e Davide Magni.La mostra è visitabile fino al 23 ottobredal martedì al sabato, dalle ore 16 alle 19.Ingresso gratuito. Per informazioni, tel. 02.86352233. –

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