Dal IV secolo a San Carlo: così i simboli "raccontano" la figura del patrono di Milano

di Luca FRIGERIO
Redazione

Dell’eccezionale personalità di Ambrogio, della sua gigantesca figura, troviamo nell’arte alcuni, ripetuti tratti essenziali. Quelli, probabilmente, che più hanno colpito la pietà e la fantasia popolare . Quelli che con maggior forza sono riusciti a sintetizzare un’avventura umana così fuori dall’ordinario. Eppure, proprio per questo, ènecessario innanzitutto fare un passo indietro, restituendo al santo vescovo, al patrono invocato, la sua dimensione concreta, il suo volto umano.
Esile, apparentemente fragile, sulla quarantina: i capelli corti e neri, come la barba rada che sottolinea il volto affilato, in cui spiccano gli occhi grandi ed espressivi, le orecchie larghe, la bocca socchiusa in un sospiro, o in un’ultima benedizione sul suo gregge amato. Sembra un ritratto dal vero, questo nel sacello di San Vittore in Ciel d’Oro, è forse lo è realmente, considerando la vicinanza temporale tra l’opera e gli anni dell’episcopato di Ambrogio.
C’è di che rimanere perplessi, a un primo sguardo. Dov’è la barba candida e fluente di tanta iconografia? Che fine hanno fatto i suntuosi paramenti, la mitra e il pastorale, i segni più evidenti dell’autorità ecclesiastica? E il libro? E lo staffile? Che ne è del santo vescovo Ambrogio, Padre e Dottore della Chiesa, che molte e molte immagini ci hanno tramandato nei secoli?
Eppure, da questo volto che ci scruta dall’alto, non riusciamo a distogliere gli occhi. Non c’è magnificenza, ma assoluta dignità. Non c’è esaltazione, ma la semplicità e l’umiltà di chi, grande, si è fatto piccolo tra i piccoli, servo tra i servi. Ed è per questo, pensiamo, che questo ritratto, come quello in stucco ad esso ispirato nell’XI secolo (oggi al Museo Diocesano), tanto piaceva al Petrarca e, più oltre, allo stesso san Carlo.
L’immagine che invece il Borromeo mal sopportava era quella del vescovo a cavallo, che armato di scudiscio metteva in fuga e disperdeva, a seconda delle necessità, torme di eretici o di soldati nemici del “glorioso” ducato di Milano. Vi era qualcosa di forzato in questa rappresentazione, credeva san Carlo. Come se la figura di Ambrogio fosse stata usata per gli interessi particolari del potente di turno, come se il patrono di Milano fosse diventato soltanto una bella bandiera da sventolare nei consigli o in battaglia…
E in fondo era andata proprio così, se si considera che tale iconografia nacque attorno alla metà del Trecento, quasi per giustificare il regolamento di conti interno alla turbolenta famiglia dei Visconti. Secondo una leggenda diffusa, infatti, Ambrogio sarebbe così apparso nel corso della battaglia di Parabiago nel 1339 , determinando la vittoria di Luchino nei confronti di Lodrisio, entrambi per altro della schiatta del biscione. E da allora il santo vescovo sarebbe stato raffigurato soprattutto nella veste arcigna di difensore della città, più dagli assalti di straniere milizie che da quelli del peccato.
Che Ambrogio non sia stato tenero con gli Ariani è cosa nota. Ma quella dello scudiscio fu dunque a ben vedere un’autentica mistificazione, perseguita a scopi politici. La riprova si ha restando, ancora una volta, nella basilica milanese di Sant’Ambrogio, dove nel’atrio si nota un bel rilievo degli inizi del XII secolo: il vescovo ha le braccia aperte, quasi nel gesto antico dell’orante; con la mano sinistra impugna il pastorale, con la destra un bastone con una pigna lustrale per l’acqua santa.
Aveva ragione san Carlo: soltanto l’egoismo di alcuni potè trasformare l’aspersorio benedicente in un minaccioso flagello. Dell’eccezionale personalità di Ambrogio, della sua gigantesca figura, troviamo nell’arte alcuni, ripetuti tratti essenziali. Quelli, probabilmente, che più hanno colpito la pietà e la fantasia popolare . Quelli che con maggior forza sono riusciti a sintetizzare un’avventura umana così fuori dall’ordinario. Eppure, proprio per questo, ènecessario innanzitutto fare un passo indietro, restituendo al santo vescovo, al patrono invocato, la sua dimensione concreta, il suo volto umano.Esile, apparentemente fragile, sulla quarantina: i capelli corti e neri, come la barba rada che sottolinea il volto affilato, in cui spiccano gli occhi grandi ed espressivi, le orecchie larghe, la bocca socchiusa in un sospiro, o in un’ultima benedizione sul suo gregge amato. Sembra un ritratto dal vero, questo nel sacello di San Vittore in Ciel d’Oro, è forse lo è realmente, considerando la vicinanza temporale tra l’opera e gli anni dell’episcopato di Ambrogio.C’è di che rimanere perplessi, a un primo sguardo. Dov’è la barba candida e fluente di tanta iconografia? Che fine hanno fatto i suntuosi paramenti, la mitra e il pastorale, i segni più evidenti dell’autorità ecclesiastica? E il libro? E lo staffile? Che ne è del santo vescovo Ambrogio, Padre e Dottore della Chiesa, che molte e molte immagini ci hanno tramandato nei secoli?Eppure, da questo volto che ci scruta dall’alto, non riusciamo a distogliere gli occhi. Non c’è magnificenza, ma assoluta dignità. Non c’è esaltazione, ma la semplicità e l’umiltà di chi, grande, si è fatto piccolo tra i piccoli, servo tra i servi. Ed è per questo, pensiamo, che questo ritratto, come quello in stucco ad esso ispirato nell’XI secolo (oggi al Museo Diocesano), tanto piaceva al Petrarca e, più oltre, allo stesso san Carlo.L’immagine che invece il Borromeo mal sopportava era quella del vescovo a cavallo, che armato di scudiscio metteva in fuga e disperdeva, a seconda delle necessità, torme di eretici o di soldati nemici del “glorioso” ducato di Milano. Vi era qualcosa di forzato in questa rappresentazione, credeva san Carlo. Come se la figura di Ambrogio fosse stata usata per gli interessi particolari del potente di turno, come se il patrono di Milano fosse diventato soltanto una bella bandiera da sventolare nei consigli o in battaglia…E in fondo era andata proprio così, se si considera che tale iconografia nacque attorno alla metà del Trecento, quasi per giustificare il regolamento di conti interno alla turbolenta famiglia dei Visconti. Secondo una leggenda diffusa, infatti, Ambrogio sarebbe così apparso nel corso della battaglia di Parabiago nel 1339 , determinando la vittoria di Luchino nei confronti di Lodrisio, entrambi per altro della schiatta del biscione. E da allora il santo vescovo sarebbe stato raffigurato soprattutto nella veste arcigna di difensore della città, più dagli assalti di straniere milizie che da quelli del peccato.Che Ambrogio non sia stato tenero con gli Ariani è cosa nota. Ma quella dello scudiscio fu dunque a ben vedere un’autentica mistificazione, perseguita a scopi politici. La riprova si ha restando, ancora una volta, nella basilica milanese di Sant’Ambrogio, dove nel’atrio si nota un bel rilievo degli inizi del XII secolo: il vescovo ha le braccia aperte, quasi nel gesto antico dell’orante; con la mano sinistra impugna il pastorale, con la destra un bastone con una pigna lustrale per l’acqua santa.Aveva ragione san Carlo: soltanto l’egoismo di alcuni potè trasformare l’aspersorio benedicente in un minaccioso flagello.

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