Le chiese medievali sembrano dei "serragli", con tutti quegli animali scolpiti o dipinti, che un tempo rappresentavano un modo chiaro e semplice per esprimere concetti complessi

di Luca FRIGERIO
Redazione

Lassù un leone ci osserva minaccioso spalancando le fauci. Poco sotto un cervo fugge inseguito da una bizzarra figura, mezzo uomo, mezzo cavallo. Davanti a noi, tra un groviglio di rovi, si dibatte un uccello, mentre un asino tenta di suonare una cetra… Arretriamo di qualche passo, incuriositi, dubbiosi. Quanto basta per tenersi alla larga dalle spire di un drago serpentiforme, per nulla amichevole. Ma dove siamo finiti?
In una chiesa. In una delle più belle di Milano e, a ben vedere, dell’intera cristianità: la basilica di Sant’Ambrogio . Sui suoi capitelli romanici, ma anche sulle pareti e sul prezioso ambone, è tutto un’agitarsi di creature animali, reali o fantastiche, mansuete o feroci. Belve in lotta fra loro, figure mostruose, quadrupedi docilmente in attesa… Un serraglio sorpendente scolpito nella pietra viva, a volte da mani ingenue, più spesso con grande maestria.
Si ammira estasiati, eppure qualcosa sembra sfuggirci. Perché, vien da chiedersi, gli artisti del XII secolo scelsero proprio queste figure animali? Che cosa pensavano i fedeli di allora alzando lo sguardo a queste immagini? Perché i teologi che certamente sovrintesero all’erezione della basilica ambrosiana suggerirono tali soggetti? Per semplice gusto decorativo? Impossibile. E allora, che altro?
E’ evidente che ci troviamo di fronte a un linguaggio che in buona parte non riusciamo più a decifrare con immediatezza, quello dell’uomo medievale. Un linguaggio che si serve di simboli e di segni per “parlare” delle cose celesti . Già San Paolo, del resto, sosteneva che le cose invisibili sono raggiungibili attraverso quelle visibili: il mondo naturale e umano sarebbe cioè l’illustrazione inadeguata ma efficace del mondo ideale. E Alano da Lilla, proprio mentre venivano scolpiti i capitelli di Sant’Ambrogio, scriveva che «ogni creatura del mondo funge per noi da specchio della nostra vita, della nostra morte, della nostra condizione ed è segno fedele della nostra sorte».
Ecco perché i “bestiari” ebbero tanta diffusione nel medioevo. Gli animali, tutti!, potevano essere letti in chiave simbolica, quale personificazione dei vizi umani o, al contrario, come raffigurazione delle virtù e degli stessi insegnamenti, morali e spirituali, della dottrina cristiana. Poste nelle chiese, solitamente bene in vista, queste immagini diventavano così ammonimenti o richiami, immediatamente intuibili. Tra i molti, facciamo qui soltanto tre esempi , approfittando di quanto possiamo osservare in Sant’Ambrogio, ma ben sapendo che un simile “itinerario zoologico” può essere ripetuto in molte basiliche dell’età romanica.
Partiamo dal leone, animale tra i più “presenti” nelle nostre chiese, ma anche tra i più problematici quanto ad interpretazione. La sua forza straordinaria, il suo incedere maestoso, il suo terrificante ruggito hanno colpito l’uomo in ogni epoca. Ma, proprio per questo, il suo simbolismo è sempre oscillato fra un significato negativo e uno positivo. Così è nella Bibbia. Da un lato, infatti, il leone è figura dell’abisso che inghiotte, degli inferi, e in questo senso si può leggere l’invocazione a Dio del salmista («Salvami dalla bocca del leone!») o l’avvertimento dell’apostolo Pietro (« Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare»). Ma dall’altro, Dio stesso è paragonato a un leone vittorioso, che diventa anche richiamo alla resurrezione di Cristo. Una “dualità” simbolica per nulla inusuale nella mentalità medievale, che “costringe” l’osservatore moderno a un attento discernimento dei diversi contesti.
Nessuna contraddizione interpretativa, invece, per l’aquila, considerata presso tutte le civiltà come la regina dei cieli. Simbolo biblico per eccellenza della sapienza divina, il possente volatile è attributo dell’evangelista Giovanni. Secondo gli antichi aveva la capacità, lei sola tra gli esseri viventi, di fissare il sole: un esempio per i cristiani che devono volgere lo sguardo a Dio, “sole di Giustizia”.
Anche il drago non pone difficoltà di lettura, essendo da sempre, nel mondo occidentale, emblema per antonomasia delle forze negative. Sorta di “evoluzione” malvagia del serpente della Genesi, il drago nell’Apocalisse è il simbolo stesso dell’avversario di Dio, che fin dal principio cerca di impedire l’opera del Messia. E il centuaro? E l’asino che suona la cetra? Beh, di questo, perdonatemi, parleremo un’altra volta… Lassù un leone ci osserva minaccioso spalancando le fauci. Poco sotto un cervo fugge inseguito da una bizzarra figura, mezzo uomo, mezzo cavallo. Davanti a noi, tra un groviglio di rovi, si dibatte un uccello, mentre un asino tenta di suonare una cetra… Arretriamo di qualche passo, incuriositi, dubbiosi. Quanto basta per tenersi alla larga dalle spire di un drago serpentiforme, per nulla amichevole. Ma dove siamo finiti?In una chiesa. In una delle più belle di Milano e, a ben vedere, dell’intera cristianità: la basilica di Sant’Ambrogio . Sui suoi capitelli romanici, ma anche sulle pareti e sul prezioso ambone, è tutto un’agitarsi di creature animali, reali o fantastiche, mansuete o feroci. Belve in lotta fra loro, figure mostruose, quadrupedi docilmente in attesa… Un serraglio sorpendente scolpito nella pietra viva, a volte da mani ingenue, più spesso con grande maestria.Si ammira estasiati, eppure qualcosa sembra sfuggirci. Perché, vien da chiedersi, gli artisti del XII secolo scelsero proprio queste figure animali? Che cosa pensavano i fedeli di allora alzando lo sguardo a queste immagini? Perché i teologi che certamente sovrintesero all’erezione della basilica ambrosiana suggerirono tali soggetti? Per semplice gusto decorativo? Impossibile. E allora, che altro?E’ evidente che ci troviamo di fronte a un linguaggio che in buona parte non riusciamo più a decifrare con immediatezza, quello dell’uomo medievale. Un linguaggio che si serve di simboli e di segni per “parlare” delle cose celesti . Già San Paolo, del resto, sosteneva che le cose invisibili sono raggiungibili attraverso quelle visibili: il mondo naturale e umano sarebbe cioè l’illustrazione inadeguata ma efficace del mondo ideale. E Alano da Lilla, proprio mentre venivano scolpiti i capitelli di Sant’Ambrogio, scriveva che «ogni creatura del mondo funge per noi da specchio della nostra vita, della nostra morte, della nostra condizione ed è segno fedele della nostra sorte».Ecco perché i “bestiari” ebbero tanta diffusione nel medioevo. Gli animali, tutti!, potevano essere letti in chiave simbolica, quale personificazione dei vizi umani o, al contrario, come raffigurazione delle virtù e degli stessi insegnamenti, morali e spirituali, della dottrina cristiana. Poste nelle chiese, solitamente bene in vista, queste immagini diventavano così ammonimenti o richiami, immediatamente intuibili. Tra i molti, facciamo qui soltanto tre esempi , approfittando di quanto possiamo osservare in Sant’Ambrogio, ma ben sapendo che un simile “itinerario zoologico” può essere ripetuto in molte basiliche dell’età romanica.Partiamo dal leone, animale tra i più “presenti” nelle nostre chiese, ma anche tra i più problematici quanto ad interpretazione. La sua forza straordinaria, il suo incedere maestoso, il suo terrificante ruggito hanno colpito l’uomo in ogni epoca. Ma, proprio per questo, il suo simbolismo è sempre oscillato fra un significato negativo e uno positivo. Così è nella Bibbia. Da un lato, infatti, il leone è figura dell’abisso che inghiotte, degli inferi, e in questo senso si può leggere l’invocazione a Dio del salmista («Salvami dalla bocca del leone!») o l’avvertimento dell’apostolo Pietro (« Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare»). Ma dall’altro, Dio stesso è paragonato a un leone vittorioso, che diventa anche richiamo alla resurrezione di Cristo. Una “dualità” simbolica per nulla inusuale nella mentalità medievale, che “costringe” l’osservatore moderno a un attento discernimento dei diversi contesti.Nessuna contraddizione interpretativa, invece, per l’aquila, considerata presso tutte le civiltà come la regina dei cieli. Simbolo biblico per eccellenza della sapienza divina, il possente volatile è attributo dell’evangelista Giovanni. Secondo gli antichi aveva la capacità, lei sola tra gli esseri viventi, di fissare il sole: un esempio per i cristiani che devono volgere lo sguardo a Dio, “sole di Giustizia”.Anche il drago non pone difficoltà di lettura, essendo da sempre, nel mondo occidentale, emblema per antonomasia delle forze negative. Sorta di “evoluzione” malvagia del serpente della Genesi, il drago nell’Apocalisse è il simbolo stesso dell’avversario di Dio, che fin dal principio cerca di impedire l’opera del Messia. E il centuaro? E l’asino che suona la cetra? Beh, di questo, perdonatemi, parleremo un’altra volta…

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