Un uomo nudo disteso per terra, un gigantesco rospo a zampe all’aria, architetture da fantascienza… Misteriose presenze ed enigmatici simboli pervadono la cosiddetta «Madonna delle torri», stupefacente capolavoro di uno dei più geniali, e inquieti, maestri del Rinascimento italiano: Bartolomeo Suardi detto il Bramantino.
La tavola oggi si trova presso la Pinacoteca Ambrosiana, ma in origine era nella scomparsa chiesa di San Michele in Porta Nuova a Milano, lungo l’attuale via Fatebenefratelli, dove Bramantino la dipinse nel 1505.
Al centro della scena “troneggia”, in senso letterale, Maria con Gesù bambino, mentre due giovanili figure – angeli, seppur senza ali – sorreggono il rosso tendaggio.
La Vergine si volge a sinistra verso sant’Ambrogio, chiaramente identificabile, oltre che per la mitra vescovile appoggiata sul podio, dallo staffile, qui adagiato sul trono, suo attributo iconografico caratteristico.
Ambrogio, il vescovo e patrono di Milano, nelle molte immagini che lo ritraggono siamo soliti vederlo piuttosto anziano e con una candida barba. Bramantino, invece, lo ritrae qui in modo inconsueto, per non dire sorprendente: la testa rasata, la mascella volitiva, senza barba, lo sguardo fiero e deciso… Il “suo” sant’Ambrogio, insomma, più che un pastore d’anime appare come un autentico condottiero del Rinascimento. Anche lui, del resto, ha lottato contro un temibile nemico, e ha vinto.
A terra, infatti, giace supino il corpo esanime del suo avversario: Ario, o comunque l’incarnazione stessa dell’eresia, quella che, non riconoscendo la natura divina di Gesù, fu causa di devastanti divisioni fra i cristiani.
Gesù Bambino, invece, si gira dall’altra parte allungando le braccia ad accogliere le due “anime” che san Michele gli porge. L’arcangelo è il combattente di Dio per eccellenza, il comandante delle schiere angeliche, come viene detto nel libro dell’Apocalisse. Ai suoi piedi è riverso un enorme rospo, impressionante e straordinaria invenzione del Bramantino. Che per sottolineare ulteriormente il tema antiereticale di questa pala – non dimentichiamo che siamo alle soglie della protesta di Lutero – trasforma il drago apocalittico (il diavolo, satana, il serpente antico) in un mostruoso rospo, viscido e velenoso, e quindi simbolo dei falsi profeti e richiamo diretto alle piaghe d’Egitto.
Bartolomeo Suardi, insomma, in quest’opera strepitosa dimostra la sua profonda cultura e la sua straordinaria originalità. Un artista legato al Bramante, derivandone, come osservò già il Vasari, il soprannome. Ma a dispetto del diminutivo, Bramantino è stato un vero gigante della pittura lombarda del pieno Rinascimento.
https://youtu.be/hwrOlB_2bAM



