di Luisa BOVE

Missioni

Ha assistito alla grande trasformazione di Chirundu don Benvenuto Riva, partito come fidei donum nel 1991 e rientrato dieci anni dopo. La sua parrocchia, St Mary Queen of peace, era a poche centinaia di metri dall’Ospedale della Pace (Mtendere). «Quando sono arrivato c’erano due o tre case in muratura – racconta, oggi parroco di Pieve Emanuele -: quella della polizia, la nostra con i preti e le suore, il dispensario (poi divenuto ospedale) gestito dalle suore di Maria Bambina». «Allora si faceva molta fatica – ammette l’ex missionario – perché non c’era ancora il medico». Per passare dall’ospedale alla parrocchia si doveva attraversare il bosco, ma oggi non è più così; nel frattempo è sorta la casa degli infermieri, la maternità, il reparto chirurgia.
«L’ospedale ora è davvero completo e rinomato» e nel corso degli anni è stato molto ampliato, «da struttura unica è diventata un quadrilatero». «Tra parrocchia e ospedale lo scambio era molto positivo – racconta ancora don Benvenuto -, non solo per l’assistenza, perché la struttura sanitaria portava vantaggio a tutta la popolazione circostante, ma anche per la comunità cristiana che in qualche modo ne era coinvolta. E comunque c’era grande stima per la presenza della Chiesa cattolica. Quando la gente parlava di “missione” intendeva comprendere tutto, parrocchia e ospedale, secondo una vecchia terminologia».
«Dal punto di vista sociale il grande cambiamento, che ha determinato l’evoluzione di Chirundu, si è avuto con le elezioni del 1994 in Sudafrica, la caduta dell’apartheid e l’eliminazione delle sanzioni. In due o tre anni abbiamo visto crescere il numero di tir che si fermavano da noi e in poco tempo è “scoppiato” il commercio. Non bisogna dimenticare che Chirundu (oltre alla diga e a un ponte) è il principale punto di attraversamento del fiume Zambesi, quindi tutto il traffico che arriva dalla parte sud dell’Africa si concentra lì». Tutto questo ha contribuito a far crescere anche il numero di parrocchiani e se prima era sufficiente una Messa domenicale alle 10 del mattino, «alla fine non bastava più: ho visto progressivamente la chiesa riempirsi e abbiamo dovuto aggiungere una celebrazione anche alle 8».
Quando nel 2001 don Benvenuto è rientrato in Italia, lasciava una città alla mercè di uno sviluppo abitativo e commerciale incontrollati. «Chirundu era il punto nevralgico del famoso corridor of hope (corridoio della speranza) e questo causò molti problemi, con centinaia di ragazze a rischio a fronte delle lunghe colonne di camion e tir che si fermavano in zona». Non a caso già ai tempi di don Benvenuto si iniziava a fare prevenzione. «Si stavano mettendo le fondamenta: sia a livello di educazione con corsi di formazione sul virus Hiv e cure sul territorio per infermieri, sia a livello economico, perché dall’estero cominciavano ad arrivare finanziamenti». «Per la cura dell’Aids c’è stata un’evoluzione molto positiva – assicura l’ex parroco di Chirundu -. Già nel 2007 (quando è tornato per una visita in Zambia, ndr) un migliaio di persone assumeva quotidianamente gli antiretrovirali. In passato abbiamo visto gente malata che ora vive tranquillamente, continuando a prendere medicine».

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