Non è possibile separare la premessa ispiratrice - il soccorso alle vittime della crisi economica - dall’ispirazione religiosa che la anima

di Gad LERNER

Scritto come un pensiero semplice, accessibile a tutti, il libro del cardinale Dionigi Tettamanzi si rivelerà infine al lettore come un denso trattato di sapienza biblica. Sbaglieremmo infatti a separare la sua premessa ispiratrice – l’urgenza del “fare”, il soccorso pratico a chi è rimasto vittima della crisi economica – dall’ispirazione religiosa che la anima. Comincia infatti, nella notte di un Natale difficile per i milanesi, questa bella avventura del Fondo Famiglia-Lavoro. L’Arcivescovo lo motiva con l’esigenza di «fare memoria», cioè trarre significato dall’avvenimento della nascita di Gesù. Mi piace molto questo suo bisogno di “fare memoria” risolto nella proposta di un’esperienza di religione viva, naturalmente inserita dentro il tessuto sociale e le sue sofferenze.
La religione viva, per fortuna, esiste pure là dove uno meno se l’aspetta, ma necessita di essere accudita. Mi emoziona ogni anno, circa a metà della lettura dell’Haggadàh di Pesach che precede la nostra cena pasquale, rileggere come vi è formulato con estrema precisione il precetto biblico dell’immedesimazione: «In ogni generazione ciascuno deve considerare se stesso come se fosse uscito dall’Egitto… Infatti Dio santo e benedetto non ha liberato soltanto i nostri padri, ma, con loro, ha liberato anche noi». Ne consegue – come ricorda il cardinale Tettamanzi a pagina 101 – che l’immedesimazione non possa riferirsi solo ai discendenti per stirpe: «Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nel paese d’Egitto» (Deut. 10,19).

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La pratica di una solidarietà sapiente e gentile vede oggi la Chiesa ambrosiana prodigarsi oltre una concezione selettiva e particolaristica dei poveri meritevoli di assistenza. Né la nazionalità, né l’appartenenza religiosa, né lo status giuridico possono essere d’impedimento a soccorrere un bisognoso. Vi sono diritti umani e sociali di cui devono essere riconosciuti titolari anche quanti, in base alla cittadinanza, non godono di diritti politici.
Pur da strenuo difensore del principio universalistico del welfare europeo – così difficile da applicare in tempi di crisi, specialmente per le deformazioni che subisce in Italia -, guardo con ammirazione e speranza al proliferare della “solidarietà fai da te” a cui l’iniziativa del cardinale Tettamanzi ha dato un rilievo pubblico senza precedenti. Solo là dove si pratica l’accoglienza e la relazione con le persone in difficoltà, troviamo ancora un laboratorio di riflessione culturale sulle politiche sociali: penso all’esperienza della Casa della Carità di Milano, che dovrebbe essere studiata e replicata dalle istituzioni pubbliche se solo la politica non tendesse a rimuovere questa responsabilità per timore di perdere consensi.
Così il “manifesto” del cardinale Tettamanzi ci conduce a riflettere sul modello economico entrato in crisi, sugli stili di vita che oggi non reggono più, ma che già ieri generavano malessere e disuguaglianza. Egli ci propone un’interpretazione religiosa del tempo presente alla luce del Vangelo. Non mi scandalizza il fatto che altri la contestino. Ma sarebbe bello che rispondessero con altrettanta concretezza alle domande d’aiuto che emergono dalla società. Le persone che vivono interiormente una dimensione di spiritualità, quasi sempre sono tra le più capaci nel rendersi utili. Leggendo questo libro si capisce il perché.

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