Uscire dalla crisi è possibile, il Fondo famiglia-lavoro è una risposta concreta, ma ognuno deve fare la sua parte: politica, economia e società. La solidarietà ambrosiana non è scomparsa e oggi già si vedono segnali positivi

di Luisa BOVE

famiglia-lavoro

Oltre 300 persone hanno affollato la sala congressi di via Romagnosi a Milano questa sera per partecipare al dibattito di presentazione dell’ultimo volume del cardinal Tettamanzi “Non c’è futuro senza solidarietà”. Un libro di grande attualità in un momento di crisi globale, in cui l’Arcivescovo non nasconde «angosce e dubbi» ha detto Gianni Riotta, direttore del “Sole 24 Ore”, ma in cui lancia anche «messaggi di speranza», una speranza che si fonda sulla «responsabilità di ciascuno di noi. Non può esserci un’economia che guarda solo al profitto, ma al centro va messa ancora la persona». Uomini e donne «hanno commesso errori» in questi anni e ora occorre evitare che si ripetino, ma intanto l’Arcivescovo suggerisce tre atteggiamenti fondamentali: solidarietà, sobrietà e povertà ripresi da tutti i relatori invitati al dibattito.
Il cardinal Tettamanzi non si è limitato a fare proclami, ma per primo si è chiesto, di fronte alla crisi: «Io cosa posso fare?». E così la notte di Natale ha lanciato l’idea del Fondo famiglia-lavoro e questa sera, a sei mesi dell’iniziativa, il presidente mons. Luigi Testore ha presentato gli ultimi dati: 4.688.357 euro la somma finora raggiunta. Con importanti contributi da parte di enti e società pari al 33% (il 22% di Fondazione Cariplo), privati cittadini il 21% e parrocchie e comunità pastorali il 17%. I dati, ha detto Testore vanno continuamente aggiornati, mezz’ora prima del convegno infatti i Padri Oblati hanno comunicato la donazione di 41 mila euro da destinare al fondo e lo stesso monsignor Carlo Redaelli ha annunciato di aver appena ricevuto una “busta” con offerte raccolte da un parroco ieri sera in occasione della sagra dei Santi Pietro e Paolo. Finora sono state aiutate 1.087 famiglie, le richieste sono venute da persone già licenziate (30%), con contratti a termine (29%) e in cassa integrazione (13%).
L’Arcivescovo, ha chiarito però mons. Testore, «ha invitato in questi mesi tutte le comunità cristiane a riflettere sulle motivazioni della crisi, poi ha sollecitato a livello locale gesti di solidarietà». Per il sociologo Aldo Bonomi «il fondo è una provocazione per ripensare la città», oggi infatti «c’è poca coesione sociale». Ha descritto una società a cinque cerchi concentrici (terziario, commercio, edilizia, creatività e piccola impresa) che devono comunicare tra loro per migliorare le condizioni di tutti. «Nel ’900 era più facile quando la Pirelli e la Falck oltre che essere forze lavoro, creavano anche i villaggi». Ma anche oggi Bonomi ha ammesso di vedere qualche «segnale» positivo e non ha dubbi: «La solidarietà ambrosiana non è scomparsa».
L’idea del fondo lanciata dall’Arcivescovo per Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo, rappresenta «una risposta immediata all’emergenza di tante famiglie in difficoltà a pagare l’asilo nido o la scuola materna». Eppure da questa crisi «si uscirà cambiati», ma se non si vogliono pagare «costi sociali ed economici troppo alti» occorre creare un nuovo Welfare. «Se pensiamo di uscire dalla crisi cambiando le regole senza puntare sulla solidarietà, sobrietà e giustizia non ce la facciamo». Tutti devono lavorare per creare le condizioni. «L’ente pubblico», ha detto ancora Guzzetti, «deve fare la sua parte fino in fondo, non può sottrarsi alle proprie responsabilità. La Cariplo, il volontariato, le associazioni intervengono come sussidiarietà».
Mons. Carlo Redaelli, Vicario generale della diocesi, si è interrogato sul futuro «della persona, della società e della Repubblica». Ma non ha dubbi: «L’individuo non resta in piedi senza una rete di solidarietà, che per fortuna c’è ancora», per questo «non bisogna essere pessimisti». Pensa all’Italia del dopoguerra che ha saputo affrontare la ricostruzione e oggi guarda a quegli stessi uomini, che «ormai nonni accompagnano i nipoti all’oratorio, li fanno crescere, intervengono nelle crisi economiche delle famiglie e trasmettono la fede». Ma questo non basta, ci sono «doveri di solidarietà inderogabili o come si dice oggi non negoziabili in ambito politico, economico e sociale». Ma per mons. Redaelli, «la Chiesa deve fare autocritica», perché non è più sufficiente invitare i giovani a occupare posti «in ambito sociale, nelle scuole, negli ospedali…», ma la loro presenza è importante anche in altri settori di «impresa, tecnologia, economia, finanza, politica».

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